L’EDITORIALE
di don Giorgio
Un monaco certosino ci aiuta a riflettere
Nella vita non si impara mai abbastanza, e non si dovrebbero mai dimenticare libri che da giovani studenti o, nel mio caso, da giovani seminaristi i nostri professori o i nostri superiori o padri spirituali ci proponevano da leggere. Libri poi non solo dimenticati, ma andati persi, e oggi difficilmente ristampati. Ma si possono anche trovare su Amazon, o su altri siti di Case editrici che hanno il coraggio di ristamparli o hanno in giacenza, magari nel gabuzzino, qualche copia.
È il caso di alcuni libri scritti da François Pollien, monaco certosino e autore spirituale francese, nato nel XIX secolo (1853-1936), profondamente legato alla vita contemplativa e alla spiritualità della Certosa. Entrò nell’Ordine Certosino presso la Grande Chartreuse e trascorse anche un periodo importante nella Certosa di Serra San Bruno, in Calabria, luogo simbolo della tradizione certosina. Le sue opere spirituali, influenzate dalla scuola di Francesco di Sales, mettono al centro la vita interiore, la preghiera silenziosa, l’ascesi e l’unione dell’anima con Dio. Tra i suoi scritti più conosciuti vi sono “La vita interiore semplificata” e “Cristianesimo vissuto”, testi che hanno formato generazioni di religiosi e laici desiderosi di una fede più profonda e concreta.
Il contenuto delle opere del monaco certosino François Pollien, impegnato a fondo nell’intimità contemplativa di Dio, appare sorprendentemente attuale nei nostri tempi, dove la fede è diventata, per molti, una parola vuota e il dio denaro sembra aver sostituito il Dio dell’amore.
Egli si rivolge ai presunti cristiani raccomandando loro di passare dal cristianesimo superficiale, o “fariseismo delle apparenze”, al cristianesimo interiore, ossia la vera fede fondata sull’ascesi e la preghiera, secondo l’esortazione dell’Apostolo: “Spogliatevi dell’uomo vecchio e rivestitevi di Nostro Signore Gesù Cristo” (Ef 4,22; Rm 13,14).
Il tema dell’unione con Dio, della purificazione del cuore, della preghiera e del cammino ascetico, tanto caro alla tradizione spirituale dei padri del deserto, è ripreso nelle sue opere con un linguaggio pacato e attento.
Padre Pollien scrive che per essere veramente cristiani significa in pratica “vestirsi di Cristo”, ossia essere fatti ad immagine di Gesù Cristo, essere a Lui incorporati e per mezzo di Lui e del suo esempio crescere nella pienezza della vita divina.
La visione cristiana del Pollien, simile a quella dei grandi mistici, si fonda sul cosiddetto abbandono perfetto, secondo cui l’uomo non è mai abbandonato da Dio se non per essere messo alla prova.
Inoltre, il lungo articolo sul silenzio, tratto dal commentario alle osservanze religiose dei certosini, contiene capitoli di profonde contemplazioni, “forse le più belle pagine che siano mai state scritte su tale argomento” (da “La pianta di Dio”).
Ve le ripresento.
Il silenzio della parola
(…) Bisogna sapere che il silenzio non è solamente un fatto delle labbra, ma di tutte le nostre membra, e più ancora della nostra anima.
Vi è il silenzio della parola, il silenzio dell’azione, il silenzio dell’attitudine e, più sublime ancora, quello che chiamerei “il silenzio del silenzio”.
Il silenzio della parola voi lo comprendete, ed io non ho alcun bisogno di definirlo.
Vi ricordo solamente che voi non raggiungerete la sua perfezione se non arriverete a sopprimere ogni parola che non sia necessaria o utile.
Se nostro Signore ha detto nel suo Vangelo che tutti gli uomini, nel giorno del giudizio, dovranno render conto di ogni parola vana che avranno proferita (cf. Mt 12,36), quale sarà il giudizio per coloro che si sono impegnati, sotto la legge della più alta perfezione, ad osservare il silenzio più divino?
È questa una considerazione che dovremmo tenere molto viva nel nostro spirito, al fine di preservarci dalla minaccia del flusso delle parole inutili.
E notate che questi avvertimenti il divino Maestro li ha formulati dopo aver parlato dell’albero buono che dà solo buoni frutti e dell’albero del male che non produce che il male, egli proclama che la bocca non parla che dell’abbondanza del cuore e del suo buon tesoro, l’uomo del bene non diffonde che il bene e l’uomo malvagio non riversa che il male dal suo cattivo tesoro (Mt 12, 33-34). Egli non poteva indicare più energicamente fin dove il suo Occhio discerne il male, poiché persino una parola inutile viene dichiarata flusso del tesoro malvagio che è nel cuore.
Il silenzio dell’azione
Del silenzio dell’azione voi conoscete il significato, ma forse non ne immaginate tutte le applicazioni. Esse sono sorprendentemente estese.
Se il silenzio della parola arriva fino agli estremi limiti dell’inutile, vi giunge anche quello dell’azione; e trova il suo intero compimento solo in colui che è pervenuto a discernere e ad evitare, fino al minimo rumore da cui sia possibile preservarsi e ad attenuare quanto più possibile quelli inevitabili. Ma per ciò non è necessario inquietarsi; niente affatto.
il Maestro non vuole assolutamente che i suoi servitori sacrifichino a questa peste che Lui detesta (Mt 6,25; Lc 12,22).
E San Paolo l’interdice a tutti i fedeli del Cristo (Fil 4,6); e san Pietro (Sal 5,7) vuole che tutta la nostra sollecitudine sia gettata in Dio che ha cura di noi (1Pt. 5,7).
Ma senza turbamento né concentrazione, la generosità d’una nobiltà di attitudine angelica per se stessa, d’una elevazione di delicatezza divina verso gli altri, deve lavorare a questa educazione del corpo e dell’anima, in cui tutto ciò che si fa è compiuto con la minima risonanza possibile. Il rumore è il segno della materia; il silenzio, il segno dello spirito.
Più una vita è materiale, più essa produce del frastuono; più è spirituale e più agisce nella dolcezza del movimento che non si fa sentire.
Le persone ed i costumi grossolani fanno del fracasso senza pensarci, mentre le anime elevate seminano attorno e dietro a loro un solco di calma e di pace.
Oh! se noi sapessimo e ci sforzassimo di agire ovunque come gli angeli! Si avrebbero delle applicazioni a non finire, considerando che in ogni movimento e in ogni strumento dei nostri atti può realizzarsi questo comportamento celeste. (…)
Il silenzio d’attitudine
In un primo momento, forse, non comprenderete cosa voglio dire con quest’espressione.
Né voi immaginate quanto i nostri semplici atteggiamenti, le nostre maniere d’essere siano conformi alla duplice legge del silenzio, della parola e dell’azione. Quando non diciamo o non facciamo niente, o, all’inverso, diciamo e facciamo quel che bisogna, noi lo diciamo e lo facciamo conformemente a questa duplice legge del silenzio, di parola e d’azione. Voi non immaginate affatto che il nostro semplice atteggiamento sia cosa indifferente al silenzio.
Ci sono, infatti, delle maniere d’essere, di dire e di fare, che sono singolari, che suscitano stupore, che attirano l’attenzione e producono distrazioni di ogni specie, di curiosità, riso, disprezzo, giudizio temerario ecc… .
Non credete che il silenzio dell’anima ne sia turbato? Le divagazioni, i contrasti, le preoccupazioni gioiose o penose, che ne risultano, non sono forse uno sconvolgimento passeggero, e talvolta molto ostinato, del silenzio interiore? E credete che non significhi nulla intralciare i movimenti dell’anima, infliggendo loro delle perdite di tempo e di forza, contrariando il loro cammino e riducendoli a degli stupidissimi nulla?
Oh! quanto è necessario sapersi ritirare nell’ombra, nell’attitudine più semplice, fondersi nel movimento comune, sparire per così dire nell’unità comune a tutti; senza che niente attiri lo sguardo su di noi, nulla tranne il bene che il Maestro vuole che irradi da noi.
Ecco ciò che chiamo il silenzio d’attitudine.
Il silenzio del silenzio
A questo punto sono sicuro che non capite più niente del tutto, spero tuttavia di farmi comprendere.
Il silenzio d’attitudine, di cui ho parlato, è innanzitutto il silenzio dell’atteggiamento corporale. Più alto ancora e ben superiore a questo è il silenzio del silenzio.
È un atteggiamento dell’anima del tutto interiore, che si trova nelle disposizioni di cui essa vive nell’intimo di sé stessa.
Credete che questi atteggiamenti dell’anima non abbiano alcun irradiamento sulle altre anime? Essi ne hanno di assai misteriosi, molto profondi e assai penetranti.
Perché vicino ad un’anima di pace voi pure vi sentite rivestiti di pace.
Come può un santo odorare della sua santità?
Come, invece, vi spiegate certi malesseri indefinibili accanto a certe anime che non conoscete?
E che ne pensate di tanti altri effluvi odorosi segreti che realmente si trasmettono da anima ad anima?
Sebbene gli atteggiamenti corporali ne siano anche il veicolo, molte di queste influenze si esercitano senza che alcun indizio corporale ne spieghi la ragione.
In tal modo l’anima del silenzio interiore farà splendere la sua calma divina attorno a sé e la sua divina intimità darà il sentimento della presenza di Dio; le sue ascensioni nel segreto del volto di Dio saranno come un magnete cui la virtù segreta attirerà in alto.
Ecco, questo è quello che io chiamo il silenzio del silenzio; ed io sono troppo ignorante dei misteri più alti per rivelarvi i segreti più sublimi del silenzio celeste!
Questo sarebbe l’ultimo che si dovrebbe poter contemplare, san Paolo dice che il linguaggio umano non ha parole per esprimerlo (2 Cor. 12,4).
IL SILENZIO DI GESÙ
Com’è silenzioso, là nel suo Tabernacolo, questo Gesù, che noi adoriamo e serviamo, al quale ci siamo consacrati!
Lui è là per noi, come noi siamo qui per Lui; Lui è in noi, più che noi siamo in Lui, purtroppo!
A chi e a che cosa pensa? Che fa Gesù nel suo silenzio?
Egli pensa al Padre suo ed ai suoi figli. Egli pensa ai loro doveri ed alle loro
necessità. Egli prega, si immola per noi e non cessa di irradiare su noi le grazie del suo amore.
Ma noi, incoscienti del mistero del silenzio in cui Lui ci serve, profaniamo questo mistero invece di servirlo.
Come si comprende poco il Sacramento dell’amore, lo dimostra il nostro divagare vicino a Lui con la stupidità delle parole e delle preoccupazioni dissipanti!
Quanto intendiamo poco la voce del suo silenzio!
(…) E nonostante lo riceviamo sovente… sentiamo forse meglio in noi la sua voce dal Tabernacolo?
Se fossimo silenziosi come Lui lo sentiremmo sempre. E c’è una stupidità più ottusa ancora: forse osiamo perfino lamentarci se Egli non parla!
Oh! Quando avremo la beatitudine di avere orecchie che intendono! (Lc 18,8).
Noi possiamo e dobbiamo farci le orecchie per mezzo del silenzio, un silenzio così religioso come quello di Gesù al Tabernacolo.
Possiamo essere ben sicuri che questo silenzio susciterà la divina apertura dell’orecchio interiore, allora intenderemo tutto di Gesù e sentiremo come dolce, inebriante, beatificante e trasformante è la sua Parola!
20/06/2026
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