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08 Luglio 2026
Stefano Vicari:
“Gli adolescenti stanno male.
I genitori tornino a essere adulti”
di Mariagloria Fontana
Neuropsichiatra e neuroscienziato, dirige l’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. “Ai genitori dico spesso: se vostro figlio avesse il diabete, stareste qui a chiedervi dove avete sbagliato? Probabilmente no. Lo vivreste come una fatalità. In parte è così anche per le malattie mentali”
Stefano Vicari, neuropsichiatra e neuroscienziato, dirige l’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, insegna all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, in Adolescenti interrotti, (Feltrinelli, 2025), racconta il disagio mentale degli adolescenti, il peso delle dipendenze, il ruolo degli smartphone, famiglia, scuola e adulti.
Non è un testo che consola, non cerca scorciatoie interpretative, non offre colpevoli facili. Mette davanti agli occhi una generazione di ragazzi che arriva sempre più spesso al pronto soccorso con un dolore che non è più soltanto privato, domestico, nascosto nelle stanze di casa, ma diventa emergenza clinica e sociale.
Professore, partirei dai numeri che dà all’inizio del suo libro. Lei scrive che nel mondo ci sono circa 46 mila suicidi tra gli adolescenti, più di uno ogni undici minuti, e poi racconta l’aumento delle urgenze psichiatriche anche al Bambin Gesù. Cosa indicano questi dati?
Dal 2000 fino al 2012-2013 le consulenze in pronto soccorso al Bambin Gesù di Roma per problemi psichiatrici erano piuttosto stabili. Parliamo di ragazzi e ragazze che arrivavano con l’ambulanza o con la volante della polizia per un problema psichiatrico: tentativi di suicidio, autolesionismo, agitazione, aggressività, esordi psicotici. Fino al 2012-2013 erano circa 200, poco meno di 240 l’anno, cioè due o tre a settimana. Dal 2013 c’è stato un aumento costante, direi esponenziale, che ha portato già nel 2019, prima della pandemia, a circa 1.050 casi. Questo lo sottolineo perché l’emergenza non nasce con la pandemia. Con la pandemia siamo arrivati a numeri ancora più alti e anche a pandemia risolta questa emergenza continua. Non si può dire che questi ragazzi ci fossero anche prima e semplicemente non li vedessimo. Sono situazioni nuove, corrispondenti a un disturbo mentale in atto. Stanno crescendo i disturbi mentali.
Lei individua un momento preciso, il 2013. Che cosa è accaduto?
Un fenomeno di quel periodo è il crollo dei prezzi dei telefonini. Il telefonino diventa accessibile a tutti. Questo, ovviamente, è un dato temporale, non significa automaticamente che ci sia una causalità diretta. Però oggi sappiamo anche altro: la grande diffusione degli smartphone ha portato a un aumento crescente di casi di dipendenza da smartphone e da Internet. Le ore trascorse con il telefonino o navigando online, negli adolescenti, correlano con la comparsa di ansia, depressione, autolesionismo, tentativi di suicidio, aggressività. Oggi sappiamo che il numero di ore che un bambino o un adolescente passa con il telefono in mano è strettamente legato alla possibilità che compaiano una serie di disturbi. Non è l’unico fattore, perché i disagi psichici sono disturbi complessi, ma è certamente uno dei fattori di rischio importanti.
Quindi lo smartphone è una delle varie concause?
Ci sono anche le dipendenze da sostanze, di cui in questo Paese si parla sorprendentemente poco. Stanno aumentando molto tra i più giovani. Parliamo di cannabinoidi, cocaina, metanfetamine, fentanyl, eroina. Gira molta roba. Quando ero ragazzo, negli anni Settanta, c’era un continuo bombardamento di campagne sui rischi dell’eroina. Oggi non se ne parla e facciamo finta che non parlarne significhi aver risolto il problema. Vediamo anche bambini di quinta elementare o di prima media che fanno uso di cannabinoidi. È quella l’età in cui cominciano, le scuole medie: qualcuno in prima, qualcuno in seconda, qualcuno in terza. I cannabinoidi spesso sono la porta che apre poi all’uso di altre sostanze.
Nel suo libro parla anche del gioco d’azzardo.
È un altro fenomeno di cui si parla poco. I ragazzi, anche grazie alla diffusione di Internet, giocano d’azzardo con una certa regolarità. Le stime rilevano una quota molto alta di ragazzi. Dico bambini perché parliamo di scuola media, dodici o tredici anni. Questi comportamenti, queste dipendenze vecchie e nuove, probabilmente sono tra i motivi principali dell’aumento dei disturbi mentali. A questo si aggiunge il fatto che diminuiscono i fattori di protezione: famiglia e scuola vivono grandi difficoltà. La famiglia perché papà e mamma sono spesso costretti a lavorare tutto il giorno e i bambini stanno con i nonni o da soli. La scuola perché è sempre più selettiva. Abbiamo ribattezzato il Ministero dell’Istruzione in Ministero dell’Istruzione e del Merito: questo indica una scuola che seleziona, mentre dovrebbe essere, come diceva Don Milani, una scuola per tutti, soprattutto per chi è svantaggiato.
Il disagio mentale è trasversale, è sempre democratico non riguarda il ceto sociale e non è mai spiegabile con una sola causa. Tuttavia, la famiglia resta comunque il punto fondamentale da cui partire.
Sono malattie complesse. Non c’è una sola condizione che determina tutto. Il primo fattore di rischio accertato per le malattie mentali, così come per l’infarto o per le malattie tumorali, è la genetica. Se in famiglia ho qualcuno che presenta un disturbo mentale, ho un rischio maggiore di presentarlo anch’io. Però la genetica non è deterministica. Posso avere in famiglia una persona con un disturbo mentale e non necessariamente lo presenterò. Poi ci sono i fattori ambientali. Alcuni li abbiamo citati: le dipendenze, i traumi, l’insuccesso scolastico, la povertà, la scarsa stimolazione cognitiva. Ci sono fattori di rischio anche in epoca prenatale. Se una donna in gravidanza fuma o assume alcol, aumenta il rischio che il bambino nasca prematuro o di basso peso, e questo è un fattore di rischio per i disturbi mentali. Anche l’età paterna avanzata al momento del concepimento è un fattore di rischio. Questo non significa certezza, ma aumento del rischio. La genetica qualcosa fa vedere, ma sono le esperienze di vita che modulano quel rischio genetico, lo rendono attuale oppure no.
Sovente i genitori si fanno una domanda dolorosissima: “Dove ho sbagliato? Che cosa ho fatto?”. Lei sicuramente se l’è sentita rivolgere molte volte. Cosa risponde?
Me la sento fare quasi sempre. Soprattutto quando c’è una ragazzina anoressica, i papà mi chiedono subito: “Dove ho sbagliato? Sono stato un cattivo genitore?”. Io spiego che raramente i genitori sono la causa del disturbo mentale dei propri figli. Non succede quasi mai, se non in situazioni estreme di profonda e violenta aggressività, ma neanche in quei casi basta da sola. I genitori sono quasi sempre la soluzione, parte della cura e del percorso di cura.
Perché i genitori non sono la causa?
Perché, come le dicevo, queste condizioni hanno molti fattori di rischio, molti elementi che concorrono. Se domani mattina ho un infarto, come faccio a capire che cosa è stato? Una singola cosa? O tutta un’evoluzione di fattori, compresa una mia vulnerabilità biologica? Ai genitori dico spesso: se vostro figlio avesse il diabete, stareste qui a chiedervi dove avete sbagliato? Probabilmente no. Lo vivreste come una fatalità. In parte è così anche per le malattie mentali. Certamente le esperienze educative possono rinforzare la salute, ma non c’è mai un evento unico che determina quel disturbo.
Questa imprevedibilità però spaventa.
In realtà ci rassicura, perché se fosse tutto deterministico non avremmo risposte né possibilità. Se la genetica fosse destino, non ci sarebbe prevenzione. Invece possiamo fare molto. Come prevengo l’infarto? Facendo attività fisica moderata, evitando l’obesità, non bevendo alcolici, mangiando in modo sano, riducendo lo stress. Con i figli coltivo la salute mentale educandoli alla gioia, alla felicità, allo stare insieme agli altri, allo sport, allo studio, a non passare cinque ore sdraiati a chattare con il telefonino. Costruisco intorno a loro una vita di affetto. Se come società decidessimo davvero di occuparci dei bambini, non solo di alcuni bambini ma di tutti, potremmo ridurre moltissimo il rischio. Servirebbero asili nido, scuole belle, luoghi in cui un bambino sperimenti il piacere del conoscere, faccia sport, suoni uno strumento musicale. La scuola dovrebbe essere una palestra educativa.
Nel suo libro indica il paradosso che vivono i ragazzi del nostro tempo: hanno genitori che tentano in ogni modo di evitare loro ogni sofferenza, esaudiscono quasi ogni richiesta e desiderio, ma così facendo costruiscono la loro fragilità e infelicità.
Fino ai sei anni i bambini imparano a gestire le emozioni e quindi anche la frustrazione. “No, questo non si può fare, questo non puoi averlo”. Molti genitori non reggono il pianto del bambino quando dicono no. Poi, se ci sono anche i nonni, è ancora peggio, tendono ad assecondarli. Invece, il no è fondamentale per crescere sani ed è un elemento educativo che sta scomparendo dalle famiglie italiane.
Pensiamo di proteggerli, in realtà li stiamo rendendo fragili.
È il grande equivoco. Pensiamo che ciò che conta sia evitare esperienze negative ai nostri figli e finiamo per evitare loro qualunque esperienza. Li teniamo protetti immaginando che non vivere rischi o pericoli li preservi dalla sofferenza e li renda più forti. È sbagliato. Ciò che rende forti è la capacità di cavarsela da soli. Il compito del genitore è accompagnare, non sostituirsi. All’inizio ci sarò quando piangi, poi piano piano imparerai a svegliarti la notte e a non piangere più, perché sai che non succede nulla. È come superare la paura del buio. All’inizio è terrificante, poi scopri che puoi gestirla. Educare significa anche correre rischi, ovviamente controllati e protetti. Perché i bambini non vanno più a scuola a piedi nelle grandi città? Perché non prendono un autobus? L’idea è che, se ti ho sotto controllo, controllo la mia ansia di adulto. Ma il controllo esasperato non rende liberi, autonomi o forti. Rende dipendenti e quindi più fragili.
C’è poi il tema dell’isolamento. Il ragazzo è nella sua stanza, sembra protetto, ma non sappiamo che cosa stia facendo. La stanza non è necessariamente un luogo sicuro.
I social alimentano la solitudine. Nel percorso di crescita è importante la costruzione dell’immagine di sé: capire chi siamo, che cosa vogliamo essere, quali sono le nostre caratteristiche. Questo lo capiamo nel confronto con gli altri. Ci rispecchiamo negli altri. Se questo passaggio manca, se non ci sono relazioni vere, manca anche il senso del limite. Se un bambino cresce pensando di essere il numero uno in tutto, se gioca a calcio è Francesco Totti, se va a scuola è Einstein. Se prende un brutto voto, la maestra non capisce nulla. Se non gioca la partita, l’allenatore è un cretino. L’autorità viene sempre messa in discussione a favore di questo principe narcisista che stiamo coltivando. Poi quel ragazzo, a diciotto anni, può non essere in grado di tollerare un rifiuto. Non è pensabile, per lui, non avere ciò che desidera. Non si confronta con lo sguardo dell’altro.
Non educhiamo alla sconfitta.
Esatto, come direbbe Pasolini, non educhiamo alla sconfitta. Ma la sconfitta è un punto di ripartenza, non di rassegnazione. Se l’allenatore non ti fa giocare, forse devi allenarti di più. Magari a calcio non sarai mai bravo, ma puoi essere bravo a nuotare. L’adulto deve aiutare il bambino a conoscere capacità e limiti.
Bullismo e cyberbullismo. Nella nostra epoca l’umiliazione non finisce più all’uscita da scuola, diventa permanente. Quanto incide?
Tantissimo. Soprattutto il cyberbullismo. Il bullismo è sempre esistito: qualcuno ti prende in giro, magari fai a pugni, vai a casa e dopo qualche giorno te ne dimentichi. Oggi, se pubblico una foto di una compagna di classe e la insulto, quella foto può essere vista da moltissime persone e resta lì, esposta ai commenti, potenzialmente all’infinito. Questo porta sofferenza vera. Molte forme di ritiro sociale, ragazzi che non escono più e non vogliono più andare a scuola, nascono da questo. Non ce la fanno ad affrontare il gruppo classe, il clan che li prende in giro, li deride, li mortifica, li annulla. Se agli occhi di tutti io sono considerato una nullità, posso arrivare a pensare che abbiano ragione. Un adulto è magari in grado di argomentare, di difendersi. Un bambino o un adolescente non ha ancora gli strumenti per mentalizzare e razionalizzare quello che lo attraversa. Ha bisogno di un adulto che lo aiuti a capire chi è, che cosa vuole, come affrontare le difficoltà.
Quando sente dire che un genitore è amico del proprio figlio che cosa pensa?
Noi ci sostituiamo ai ragazzi nel modo peggiore. Molti genitori vorrebbero paradossalmente rubare la giovinezza dei figli. Lo si vede da come si vestono, dai tatuaggi, dal linguaggio, dal modo in cui cercano di essere copie delle loro figlie o dei loro figli. Poi dicono questa cosa terribile: “Io sono la migliore amica di mia figlia”. È un’aberrazione, perché si è amici tra simili. Non si può essere amici tra chi ha un ruolo di responsabilità e chi è in una fase di crescita. Noi abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri figli. Non siamo la stessa cosa. Non siamo sottoposti agli stessi orari, agli stessi controlli, agli stessi compiti. Oggi invece inseguiamo un eterno giovanilismo. Guardi il successo della medicina estetica: dice molto della difficoltà degli adulti ad accettare il tempo.
Dopo tanti anni, e nonostante il suo ruolo, c’è qualcosa che ancora la colpisce umanamente quando vede arrivare giovani in pronto soccorso, soprattutto dopo tentativi di suicidio?
Ci sono storie particolarmente drammatiche che non sono sempre facili da gestire. Noi siamo un gruppo, ne parliamo insieme, e questo aiuta molto. Non faccio questo mestiere da solo. Però devo dire che l’incontro con i ragazzi è spesso un incontro facile, anche con i più disperati. Ci sono situazioni estreme in cui viene da pensare: questo ragazzino è perso, non ce la può fare, è tutto contro di lui. Ma nella maggioranza dei casi l’incontro con i ragazzi è facile, perché hanno una grande profondità nel raccontarsi. Sanno descrivere la loro sofferenza. La parte più difficile del mio mestiere è spesso l’incontro con il genitore. Se c’è una separazione conflittuale, per esempio, ognuno usa il figlio contro l’altro. Il figlio diventa uno strumento per ferire l’altro. È una cosa terribile. Ci sono genitori splendidi, disperati, presenti, pronti a rimettersi in discussione davanti alla tragedia di una figlia che sta male o ha tentato il suicidio. Ma ci sono anche genitori troppo autocentrati, che non vedono oltre il proprio ego. Un figlio con problemi diventa una seccatura, un fastidio. Come se avessero fatto un figlio per approvazione sociale e poi non accettassero che quel figlio abbia una testa sua, pensi e faccia cose diverse da quelle che loro avevano programmato. Il confronto con gli adulti, in alcuni casi, è molto difficile. A volte suscita rabbia. Quando poi ci sono bambini abusati o maltrattati, può immaginare quanto sia duro mantenere la lucidità.
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