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12 Luglio 2026
La minaccia russa.
Bignamino per Conte e altri Vannacci sparsi
di Alberto Pagani
Mosca sta già colpendo l’Europa: incidenti sottomarini, sconfinamento di droni, colpi di Stato in Africa. Tutto sotto soglia, per ora, e che l’Europa può controllare solo con una valida deterrenza. Le sciocchezze sulle spese militari (la Russia non spende meno di noi) e sulle parole del generale Grynkewich
L’8 luglio, dal palco di Napoli, Giuseppe Conte ha detto una frase che resterà: stanno costruendo una minaccia russa inesistente per convincerci ad armarci fino ai denti. Poche ore dopo Roberto Vannacci, generale ed europarlamentare di estrema destra, ha rivendicato la stessa tesi, ricordando di votare da anni in linea con il leader del Movimento 5 Stelle a Strasburgo. Solo qualche settimana prima era stato Matteo Salvini, vicepremier in carica, a mettere in guardia contro il riarmo paragonando il sostegno europeo a Kyiv alle disfatte napoleoniche e hitleriane in territorio russo, un’uscita che gli è valsa il plauso pubblico della portavoce della diplomazia di Mosca. Tre leader, tre elettorati opposti, una convergenza che dovrebbe far riflettere: da destra a sinistra emerge un fronte trasversale convinto che la minaccia russa sia un’invenzione utile a giustificare un riarmo che toglie risorse a sanità, scuola e pensioni.
È una tesi che va presa sul serio, non liquidata con l’indignazione. E va confutata nel merito, con i fatti, non con gli anatemi.
Una guerra che la Russia sta già combattendo contro l’Europa
Il punto più fragile della tesi di Conte e Vannacci non riguarda gli arsenali che Mosca potrebbe usare domani: riguarda ciò che sta già facendo, oggi, sul suolo europeo. La Russia non minaccia soltanto con missili ipotetici: sta già colpendo l’Europa, ogni settimana, con strumenti pensati apposta per restare sotto la soglia che farebbe scattare una risposta militare collettiva.
Nel Baltico, tra ottobre 2023 e dicembre 2024, almeno undici cavi sottomarini sono stati danneggiati nella regione. Nella notte di Natale 2024 la petroliera Eagle S, riconducibile alla flotta ombra russa, ha trascinato l’ancora per oltre cento chilometri sul fondale, tranciando il cavo elettrico Estlink 2 tra Finlandia ed Estonia: decine di milioni di euro di danni, sei mesi di interruzione. Un’analisi di Recorded Future ha censito quarantaquattro incidenti di questo tipo negli ultimi diciotto mesi, non anomalie isolate ma sintomi di una transizione strategica.
Nei cieli europei la situazione non è diversa. Tra settembre e ottobre 2025 quasi venti episodi di sciami di droni hanno interessato almeno sette paesi – Danimarca, Svezia, Norvegia, Germania, Polonia, Romania, Estonia – spingendo la Commissione europea a denunciare una campagna coerente e in continua escalation pensata per restare nell’ombra della negabilità. In Romania la situazione è precipitata: secondo l’Institute for the Study of War, tra il 2022 e i primi mesi del 2026 si sono registrate almeno ventotto violazioni dello spazio aereo da parte di droni e quarantasette ritrovamenti di frammenti o munizioni esplose. Nella notte tra il 28 e il 29 maggio scorsi un drone russo carico di esplosivo si è schiantato su un condominio a Galați, ferendo due civili: il primo attacco della guerra dei droni a provocare vittime civili all’interno di un paese Nato.
A questo si aggiungono operazioni di sabotaggio condotte tramite reti criminali reclutate per procura. A settembre 2025 la procura di Vilnius ha incriminato quindici persone per terrorismo, accusate di aver fabbricato ordigni esplosivi occultati in pacchi ordinari su indicazione di un canale Telegram che gli investigatori collegano a un agente del GRU, lo stesso servizio già responsabile del tentato omicidio di Sergei Skripal a Salisbury nel 2018. Secondo il Munich Security Report 2026, in Germania sono stati registrati 321 incidenti sospetti legati a operazioni ibride riconducibili a Mosca, con un aumento di quattro volte dei casi di sabotaggio rispetto all’anno precedente.
Non sono incidenti isolati: sono le quattro fasi di una dottrina – misure attive, confronto, guerra aperta, regolazione post-conflitto – documentata da uno studio della Dgap tedesca, in cui campagne di disinformazione, sabotaggi mirati e operazioni informatiche servono a erodere la coesione delle democrazie europee e a logorarne la capacità di risposta collettiva. È la stessa ambiguità calcolata che rende ogni singolo episodio difendibile da un rifiuto plausibile – non è mai “la Russia”, è sempre “una nave battente bandiera terza”, “una rete criminale”, “un drone fuori rotta” – mentre la somma degli episodi compone un disegno coerente.
Il fronte africano: colpi di Stato e rotte del traffico
La strategia di destabilizzazione russa non si esaurisce ai confini orientali dell’Europa: ha un secondo fronte, meno visibile ma altrettanto concreto, in Africa. Tra il 2020 e il 2023 Mali, Burkina Faso e Niger sono stati travolti da una sequenza di colpi di Stato militari che hanno spazzato via i governi filo-occidentali e la presenza francese, sostituendoli con giunte che hanno chiesto e ottenuto l’appoggio armato di Mosca. Prima la Wagner, poi – dopo la morte di Prigozhin nel 2023 – l’Africa Corps, unità paramilitare sotto il diretto controllo del ministero della Difesa russo e del GRU, hanno garantito a questi regimi protezione militare in cambio di licenze minerarie su oro, diamanti e uranio, diventando una forza stimata tra gli 8.000 e i 10.000 effettivi, dispiegata in Mali, Niger e Burkina Faso a sostegno delle giunte al potere. La stessa presenza si è consolidata in Libia, dove i mercenari russi operano dal 2018 a fianco del generale Khalifa Haftar in Cirenaica, oltre che in Repubblica Centrafricana e Sudan.
Non è un dettaglio periferico. Proprio queste aree – la Cirenaica libica in testa – costituiscono gli snodi cruciali delle rotte che portano verso l’Europa armi, droga e soprattutto esseri umani. La relazione annuale dell’intelligence italiana ha inserito esplicitamente, tra le aree rilevanti per la sicurezza dei Paesi europei, quelle in cui i mercenari russi cercano di condizionare gli snodi essenziali delle rotte dei traffici illeciti, indicando in Libia e Mali i due crocevia più sensibili. Nel 2023 il ministro della Difesa Guido Crosetto arrivò a parlare apertamente di una strategia di guerra ibrida legata all’aumento degli sbarchi dalle coste libiche sotto controllo russo, un’ipotesi che alcuni analisti indipendenti hanno giudicato non provata nella sua forma diretta, pur non escludendo che chi controlla la Cirenaica tragga comunque vantaggio dalla tolleranza verso le economie illegali della regione, incluso il contrabbando di droga e carburante.
Che si tratti di regia diretta o di semplice convenienza opportunistica dei regimi che Mosca arma e protegge, il risultato non cambia: una fascia di Paesi dal Sahel alla Libia, retta da dittature militari sostenute dalla Russia, in grado – quando conviene al Cremlino – di usare la pressione migratoria come leva politica contro l’Europa, come già accaduto nel 2021 al confine polacco-bielorusso. È un ulteriore tassello della stessa strategia documentata a est: costruire, lungo tutto il perimetro europeo, strumenti di pressione che restano sotto la soglia del conflitto aperto e che nessun confronto tra bilanci della difesa riesce a intercettare.
La deterrenza serve a evitare che la guerra ibrida diventi guerra aperta
Cavi, droni, sabotaggi, rotte migratorie manovrate: nessuno di questi strumenti, da solo, equivale a un attacco militare. È proprio questo il punto. La deterrenza, dai tempi della Guerra Fredda, si fonda su un principio semplice: la capacità di difendersi autonomamente da un’aggressione non serve a scatenare la guerra, ma a impedire che chi ti sta già colpendo sotto soglia sia tentato di alzare il livello dello scontro fino alla forma cinetica. È perché la Russia sta già conducendo una guerra ibrida contro l’Europa che una difesa credibile diventa necessaria: non per rispondere a ogni cavo tranciato o ogni drone abbattuto, ma per rendere irrazionale, agli occhi di Mosca, il passo successivo.
È in questa cornice che va letto il confronto sulla spesa militare rilanciato nei giorni scorsi da Vannacci, che ha paragonato i circa 340 miliardi di euro spesi dall’Ue negli ultimi dodici mesi ai circa 155 miliardi russi, cifra ripresa anche dal direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, come prova che sarebbe l’Europa, semmai, a minacciare Mosca. Il confronto, per quanto suggestivo, confonde la spesa aggregata con la capacità reale di proiezione. Un bilancio frammentato in ventisette sistemi d’arma nazionali, dottrine diverse, catene di comando non integrate, produce molto meno potenza di combattimento per euro speso rispetto a un apparato centralizzato, orientato da un quarto di secolo verso un obiettivo strategico unico. A questo si aggiunge un fattore che il solo confronto dei bilanci non mostra: l’industria bellica russa produce a costi più bassi perché opera fuori dagli standard di sicurezza, tutela ambientale e qualità del lavoro che vincolano l’industria europea, e perché può contare su materie prime fornite a prezzi quasi simbolici dallo Stato, grazie a un sistema in cui acciaio, ferro ed energia costano una frazione di quanto pagano le controparti occidentali. Calcolata a parità di potere d’acquisto – cioè tenendo conto di quanto quei rubli comprano realmente – la spesa russa per la difesa risulterebbe secondo l’IISS pari a circa 461,6 miliardi di dollari nel 2024, un valore che supererebbe l’intera spesa combinata dei Paesi europei. Un euro europeo, vincolato a norme che l’industria russa non rispetta, produce dunque meno capacità bellica di un rublo speso a Mosca.
E il dato che dovrebbe davvero preoccupare non è la spesa aggregata, ma l’obiettivo strategico a cui quella spesa russa è indirizzata da un quarto di secolo. Quando Vladimir Putin arrivò al Cremlino, alla fine del 1999, ereditò forze armate in stato di degrado profondo e un arsenale nucleare difficile da mantenere. I venticinque anni successivi rappresentano uno dei più imponenti programmi di riarmo della storia contemporanea: finanziato con le rendite degli idrocarburi, condotto sistematicamente, orientato a restituire alla Russia la capacità di coercizione nucleare e convenzionale a lungo raggio che l’aveva resa superpotenza. Missili ipersonici come l’Avangard e il Kinzhal, progettati per eludere le difese occidentali; il Sarmat, capace di trasportare fino a dieci testate con gittata globale; l’Iskander-M, schierato anche in Bielorussia a poche centinaia di chilometri da Varsavia e Vilnius; il missile da crociera 9M729, la cui violazione sistematica ha condotto alla fine del Trattato INF nel 2019, con gittata fino a 2.500 km; l’Oreshnik, testato in condizioni reali contro l’Ucraina nel novembre 2024. Non esibizioni propagandistiche, ma la spina dorsale materiale di una strategia politica costruita mattone su mattone.
Un recente studio dell’European Council on Foreign Relations documenta come questa dottrina non punti a sconfiggere militarmente la Nato in uno scontro frontale – impresa che Mosca sa impossibile – ma a frantumarla politicamente dall’interno, inducendo l’acquiescenza dei membri più vulnerabili attraverso pressione psicologica selettiva e terrore strategico. Il riarmo non si è fermato nemmeno sotto il peso del conflitto ucraino: a metà 2025 l’intelligence di Kyiv stimava una produzione mensile russa di 60-70 missili balistici Iskander, altrettanti Kh-101, oltre 75-100 munizioni a lungo raggio di altri tipi, una cadenza che supera ampiamente la capacità produttiva europea equivalente. A novembre 2025 Mosca ha istituito un corpo autonomo per i sistemi unmanned, rendendo permanente la guerra con droni a lungo raggio nella propria dottrina militare.
Ecco l’inversione cronologica su cui poggia la tesi della minaccia inventata: presuppone che i fatti seguano la narrazione, mentre è vero l’esatto contrario. Il dibattito europeo sul riarmo è nato tardi e con fatica, in reazione all’annessione della Crimea nel 2014 e all’invasione su vasta scala del 2022 – non prima.
Chi ha davvero detto cosa
Vale la pena chiarire un equivoco che ha alimentato la polemica di questi giorni. Conte ha attribuito al comandante Nato per l’Europa, il generale Alexus Grynkewich, l’affermazione secondo cui la Russia non rappresenterebbe una minaccia né oggi né domani. Non è quanto Grynkewich ha detto: l’ufficiale americano ha dichiarato di seguire da vicino i rapporti di intelligence secondo cui Mosca non sta cercando un conflitto diretto con la Nato, consapevole di trovarsi di fronte a un’alleanza difensiva con vantaggi asimmetrici difficili da colmare – aggiungendo che il proprio compito resta assicurarsi che la Russia sappia che un tentativo contro i Paesi baltici non avrebbe successo. È la differenza, tutt’altro che sottile, tra “la Russia oggi non cerca la guerra aperta con la Nato” e “la Russia non rappresenta una minaccia”: la prima è una valutazione tattica sulla soglia del conflitto convenzionale, la seconda ignora tutto ciò che accade sotto quella soglia – cavi, droni, sabotaggi, disinformazione – il terreno su cui la strategia russa opera con maggiore efficacia.
Perché questo non è militarismo
Il punto è non confondere il desiderio di pace con la sua condizione sufficiente. Sono due cose profondamente diverse. Il desiderio di pace è un valore morale, irrinunciabile. Ma la pace stabile richiede qualcosa di più complesso: unità politica, visione strategica, investimento diplomatico, e – qui sta il punto più scomodo per chi guarda al riarmo con sospetto ideologico, da qualunque parte dello spettro politico provenga – capacità autonoma di difesa e deterrenza credibile. Non perché la guerra sia inevitabile, non perché l’opzione negoziale debba cedere il passo a quella militare, ma perché la storia insegna che la pace si negozia tra soggetti che si rispettano reciprocamente, e che il rispetto, in politica internazionale, passa anche dalla capacità di rappresentare un costo credibile per chi voglia ignorarti.
Riconoscere questo non significa aderire al 5% del Pil senza discutere le priorità di bilancio, né considerare illegittimo il dubbio sulla sostenibilità sociale degli obiettivi Nato: sono discussioni legittime. Significa, però, smettere di trattare come “narrazione” ciò che le procure di Vilnius, i ministeri degli Esteri di Bucarest e Berlino, gli operatori dei cavi sottomarini europei e le agenzie di intelligence occidentali documentano ogni settimana con nomi, date, prove materiali. L’ombrello nucleare americano, su cui l’Europa ha vissuto per ottant’anni, mostra oggi crepe che nessun alleato può ignorare; e nessun analista serio ritiene che Francia e Regno Unito possano, da soli, sostituire la garanzia statunitense.
La politica europea può guidare questa riflessione invece di subirla, rivendicando la centralità della diplomazia e del diritto internazionale ma inscrivendola in una cornice di credibilità strategica senza la quale quella diplomazia resta priva di effetto, promuovendo un’architettura di sicurezza europea che non sia né vassallaggio atlantico né neutralismo ingenuo. Perché la pace, quella vera, è un progetto politico che si costruisce con intelligenza e visione – non una condizione che si ottiene semplicemente smettendo di prepararsi a difenderla.
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da www.huffingtonpost.it
12 Luglio 2026
La politica binaria di Travaglio e Conte
di Vittorio Coletti
Il direttore del Fatto taglia in due la coalizione: chi è contro il riarmo e chi è a favore. In una logica del bianco e nero, del popolo contro l’élite, della guerra e della pace divise da una linea netta. Sarà sempre più dura a sinistra remare controcorrente
Ci volevano i 5S perché, dopo i vecchi giornali di partito, nascesse il partito di un giornale. L’editoriale di Marco Travaglio di venerdì 10, come ha scritto qui Alfonso Raimo, è piombato sul partito di Giuseppe Conte con la perentorietà del suo stile e il piglio della Guida Morale, mettendone i dirigenti in ginocchio o in imbarazzo. Credo che niente sia più lontano dal modo di ragionare del buon politico di quello di un (magari anche buon) giornalista: questo cerca lo scontro, l’opposizione al potere, la notizia angosciante, quello l’accordo, il governo, la notizia incoraggiante; il giornalista semplifica, amplifica, taglia, il politico complica, ridimensiona, cuce. Ma se la politica si è impoverita in questi decenni, ha perso qualità nel suo personale e profondità nel suo linguaggio, diventato più chiaro ma più volgare, non è forse perché ha cominciato a parlare come (certi) giornali, per slogan e massime di un giorno, facendosi magari più brillante ma anche più fatua?
Il caso dell’editoriale di Travaglio è esemplare: propone al partito che ha preso il suo giornale a riferimento la logica argomentativa del giornalismo d’assalto: bianco o nero, buoni o cattivi, senza altre inutili e stilisticamente infruttuose distinzioni. Qui buoni e cattivi si chiamano rispettivamente popolo e élite e riarmo-sì e riarmo-no. In mezzo a queste coppie non ci sta niente. Sono elementi distanti l’uno dall’altro, che si oppongono e non si sfiorano nemmeno, opposizioni assolute e inconciliabili.
Prendiamo élite e popolo. Sono presentate come due entità incomunicanti, come se le élites non nascessero dai popoli e più spesso chi ha invocato il popolo non lo avesse fatto per affermare un’élite (o persona o gruppo) sulle altre. Ma l’opposizione semplicistica funziona, specie se uno non si chiede che cosa significa élite e che cosa significa popolo, chi, che cosa c’è dietro questi nomi: il taglio giornalistico vuole che dietro le élites non ci siano anche le competenze e le culture specialistiche indispensabili per la crescita dei popoli, ma solo i famigerati, brutali poteri forti che li angariano e che dietro il popolo non ci siano anche i truci fan di Roberto Vannacci ma solo quelli puri di Conte. Quando Travaglio sostiene che l’opposizione tra élite e popolo è la nuova linea di demarcazione politica al posto della vecchia tra destra e sinistra ha anche (purtroppo) delle ragioni, ma sorvola sul fatto che l’opzione per il popolo contro le élites ha prodotto i Trump, i Bolsonaro ecc. e non dei generosi democratici.
E riarmo e non riarmo? Qui la distinzione è anche più netta, perché affidata solo all’avverbio di negazione. Se in mezzo ci stanno gli aiuti all’Ucraina e a qualsiasi paese libero aggredito da un altro, si è disposti a tifare per l’aggressore pur di evitare il riarmo, a spregiare gli aggrediti, a cercare i loro difetti per dimostrare che in fondo se lo meritano e a scandalizzarsi perché ancora non si sono arresi. Ma il ragionamento potrebbe anche essere rovesciato e Travaglio ammette esplicitamente che il rifiuto del riarmo nasce soprattutto dalla voglia di vedere finire qualsiasi sostegno all’Ucraina e al suo popolo (in questo caso la parola perde l’aureola che aveva prima), di cui da anni prevede e si augura sprezzantemente la sconfitta per mano di un altro celebre amico del popolo, Vladimir Putin. Che è poi la tesi di Vannacci, il quale ha già fatto proprie le nette distinzioni di Travaglio e marcia nei sondaggi a gonfie vele. Pare che persino Angelo Bonelli le abbia trovate troppo tranchant e qualcuno ha giustamente fatto osservare che, se le alleanze politiche si dovessero fare sull’alternativa riarmo sì o no, allora 5S e AVS dovrebbero accordarsi con Lega e Vannacci, cosa per altro non tanto stravagante, se si pensa che è già successo, visto che 5S e Lega hanno governato insieme con non poca soddisfazione reciproca.
Ma, restando dentro il perimetro della coalizione di centrosinistra, il pensiero binario di Travaglio, con il quale non si potrebbe mai governare se non facendo danni enormi o non facendo niente in assoluto, può funzionare bene in campagna elettorale, nella competizione interna tra i partiti, con quelli di riarmo-no che potranno facilmente attrarre non solo i proPal antiucraini di cui erano affollate le piazze della sinistra strabica in questi mesi, ma anche i miti cattolici della “pace disarmata e disarmante”, che è bellissima fin che qualcuno non ti fa la guerra, poi o ti arrendi o ti armi, come stanno facendo gli ucraini in attesa degli aiuti che non arrivano. Il Pd potrà proporre un riarmo ragionato e limitato, orientato soprattutto a sostegno della difesa dell’Ucraina e degli altri stati europei minacciati dalla Russia, ma certo, nel mondo della sinistra attuale, sempre più affascinata dai messaggi populisti in bianco e nero, per Elly Schlein e soci sarà un duro remare controcorrente per evitare la resa al protetto di Travaglio.
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