Omelie 2026 di don Giorgio: DODICESIMA DOPO PENTECOSTE

16 agosto 2026: DODICESIMA DOPO PENTECOSTE
2Cr 36,11-21; Rm 2,12-29; Mt 11,16-24
Mi soffermerò sul testo, tratto dal Vangelo secondo Matteo. Gesù espone il suo duro messaggio partendo da una piccola similitudine, che riguarda il gioco dei bambini.
Chiariamo alcune parole, due in particolare: la parola “gioco” e l’espressione “questa generazione”. Se la parola “gioco” assume anche un aspetto positivo, l’espressione “questa generazione” è da leggere nel suo aspetto negativo.
La parola “gioco” è di per sé accattivante. Per il teologo Romano Guardini, la stessa Liturgia è come un gioco e come l’arte: non ha uno scopo utilitaristico o pratico immediato, ma esiste ed è preziosa in se stessa. Nel suo libro “Lo spirito della liturgia” del 1918, Guardini spiega che il rito sacro vive di gesti gratuiti, di bellezza e di forme libere, proprio come fanno i bambini quando giocano con totale serietà. Sì, i bambini giocano in modo molto serio ma libero dalle regole della causa e dell’effetto; così il credente compie i gesti del rito senza secondi fini.
Secondo Guardini l’azione liturgica è pura bellezza, un modo per stare alla presenza di Dio esprimendo la propria anima con canti, spazi e movimenti.
Quando si parla di “questa generazione” nella Bibbia si intende sempre qualcosa di molto negativo. Notate: Gesù dice “questa” generazione. Le generazioni passate non nuocciono più, quelle future non nuocciono ancora; è il male presente che dà fastidio; quindi “questa generazione” è la generazione dove c’è il negativo, c’è il male.
Vi propongo questo commento: «Normalmente davanti al male noi diciamo: sì, questa nostra generazione ha ereditato il vuoto delle generazioni passate, è colpa di tutta una storia, è per tutto il male e le ferite che ci hanno fatto, e allora siccome siamo feriti continuiamo a ferirci e a ferire ancora. E allora il male continua perché c’è tutto il passato che mi condiziona. Invece, l’importante è capire che questa generazione, cioè io in questo momento, sono responsabile del mio male. Quando uno incomincia a capire di essere responsabile, comincia a cambiare la storia. Sì è vero tutto quello che è stato fatto, però l’hanno fatto loro, non c’entro io, cioè non sono responsabile. Però io in questo momento ho una responsabilità: di essere me stesso, così come posso. E di cominciare una storia nuova, senza pensare a tutto quanto mi hanno fatto, all’infinito. Se no, è l’unico modo per ripeterlo ancora, costantemente. Mentre invece questo momento presente è il momento della responsabilità. Quindi è importante “questa generazione”, cioè che io in questo momento riesca ad assumermi le mie responsabilità, a scoprire il gioco. Cioè oggi sono chiamato a prendere coscienza di che gioco giochiamo».
Ed ecco la similitudine: «A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!”».
Noi facciamo il gioco dei bambini che, invece di giocare, stanno seduti e si rimproverano. Il primo gioco che facciamo è quello di non giocare. Star seduti e lamentarci gli uni degli altri. Perdiamo la vita nel fare lamentele, come i bambini. Sì, la prima cosa è che non ci mettiamo in gioco. È la sensazione che tutti abbiamo. Semmai, siamo giocati. E ci lamentiamo, non perché siamo giocati, e perciò ci sentiamo in colpa, ma perché la colpa la facciamo ricadere sugli altri.
Chiariamo. Gesù parla di bambini che si accusano a vicenda. Ma come intendere la parola “bambino”? Lo stesso Gesù non aveva detto che per entrare nel regno dei cieli bisogna essere puri e semplici come un bambino? Pensiamo alla bellissima preghiera di Gesù rivolta al Padre celeste: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli».
Ci aiuta l’apostolo Paolo nella lettera agli Efesini (4,14): «Fanciulli sballottati dalle onde, portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina». Qui l’immagine del fanciullo rappresenta una condizione di immaturità spirituale e di fragilità di fronte agli inganni. Simboleggia le idee false, le mode culturali o gli insegnamenti ingannevoli degli uomini che deviano dalla verità.
Benedetto XVI aveva già espresso alcune importanti considerazioni sulla necessità evangelica di avere una fede adulta e non infantile, nella Messa Pro eligendo Pontifice: «Non dovremmo rimanere fanciulli nella fede, in stato di minorità. E in che cosa consiste l’essere fanciulli nella fede? Risponde San Paolo: significa essere “sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina…”. Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero… La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde – gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore. Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. È lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. È quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo».
Una breve riflessione. Certo che pensando alla maturità di fede, alla pienezza della grazia, alla interiorità mistica, a Cristo nostro ideale, a parte la nostra vita personale di preti, mi chiedo se noi ministri del Cristo ideale siamo seri oppure ridicoli, per non dire osceni, quando educhiamo le nostre comunità di credenti, ormai spompate ma che avrebbero bisogno di un salto di qualità. Più perdiamo fedeli che se ne vanno, più ci aggrappiamo a stratagemmi che non fanno altro che peggiorare la situazione. La gente d’oggi ha bisogno di quel radicalismo evangelico che attirava numerose ragazze in Conventi di clausura: eravamo nel ’68, gli anni della contestazione giovanile. Oggi la gente non si fida più di noi preti, anche quando facciamo i populisti che riducono il Vangelo in una poltiglia di buon umore. Per attirare la gente alla fede non occorrono le salamelle, ma un cibo che nel Padre nostro chiamiamo “super sostanziale”. Almeno tentiamo… No! Il problema siamo noi preti che non ci crediamo più nel Risorto.

Commenti chiusi.