Gloria Steinem, è morta la donna simbolo delle battaglie femministe

www.repubblica.it
03 SETTEMBRE 2026

Gloria Steinem, è morta la donna

simbolo delle battaglie femministe

di Raffaella De Santis
L’attivista e scrittrice americana aveva 92 anni. Una vita di battaglie per i diritti
Un’icona americana del femminismo, una paladina dei diritti che ha ispirato l’attivismo di milioni di donne in tutto il mondo. Gloria Steinem è morta ieri nella sua residenza di New York, circondata dai familiari: lo ha annunciato la Fondazione che porta il suo nome. Aveva 92 anni.
Nata a Toledo nel 1934, Steinem è stata cofondatrice di Ms, prima storica rivista femminista. E protagonista di mille battaglie. Tra i suoi libri ricordiamo il memoir My Life on the Road.
L’annuncio su Instagram, nella pagina della Fondazione: “Il dono più grande di Gloria era la sua capacità di ascoltare gli altri, di farli sentire visti e ascoltati. Le sue parole, le sue azioni e il suo esempio hanno dato alle persone il coraggio di essere pienamente se stesse. Gloria è rimasta fedele al suo spirito indipendente, sempre animata dalla curiosità e da un grande senso dell’umorismo”.
La socialità come atto politico è uno dei tratti dell’attivismo di Steinem, fino alla fine impegnata in battaglie comunitarie. La Fondazione ricorda i suoi Talking Circles, che accoglievano nel suo salotto centinaia di ospiti e che Steinem si augurava le sarebbero sopravvissuti. Anche di questo parla nel suo nuovo ancora libro An Unexpected Life, di prossima pubblicazione: “Vivo ormai da più di cinquant’anni in questa casa di arenaria, in stanze che hanno visto passare altre vite prima della mia e che ne conosceranno altre quando io non ci sarò più”.
L’annuncio Instagram prosegue: “Questo libro, insieme al suo impegno affinché la sua casa diventi un centro per i movimenti per la giustizia sociale, è tra i molti doni che Gloria ha fatto al mondo, nella speranza che producano effetti destinati a propagarsi nelle generazioni future. Gloria citava spesso il detto: ‘Il battito d’ali di una farfalla può cambiare il tempo atmosferico a centinaia di chilometri di distanza’”.
E anche la morte diventa per Steinem l’occasione per partecipare con un gesto che porti avanti le sue attività sociali. Al posto dei fiori ha chiesto una donazione alla Gloria’s Foundation: “Gloria amava la tradizione di accendere fuochi di segnalazione sulle colline per illuminare la strada verso l’altro versante della montagna. Accendere una candela per Gloria significa entrare a far parte di questo cerchio comunitario, globale e celeste”, si legge.
La storia di Steinem, leggenda del femminismo mondiale, affonda le radici in un’infanzia e una giovinezza difficili. Nata nel 1934 a Toledo, in Ohio, trascorre un’infanzia itinerante per via dei continui spostamenti del padre venditore ambulante. La famiglia si sposta con la roulotte e presto i problemi tra i genitori, la madre Ruth Nuneviller e il padre Leo Steinem, creano un’atmosfera difficile da vivere. La madre si ammala di quello che all’epoca veniva genericamente definito “esaurimento nervoso”. Segue la separazione tra i due, quando Steinem ha 10 anni. Era il 1944. Sono anni dolorosi. La madre entra e esce dagli ospedali per problemi mentali. Un’esperienza che segna la piccola Gloria che già da allora inizia a capire quali sono le ingiustizie e le diseguaglianze, e qual è il ruolo delle donne dentro questo quadro. Per sbarcare il lunario la madre cuce tende e Gloria la aiuta.
Il personale è politico dicevano le femministe negli anni Settanta. È esattamente quello che accade a Steinem, rendendo pubblico un altro evento doloroso della sua vita. Un altro passo nel percorso di consapevolezza: un aborto nel 1957, aiutata dal medico britannico John Shape, quando ancora abortire era illegale. A quel medico Steinem ha dedicato la biografia My life on the Road.
Era coraggiosa nelle sue inchieste, alcune rimangono famose. Nel 1963 si traveste da “coniglietta” di Playboy per entrare nel mondo dei maschi consumatori delle donne oggetto e smascherarli. Una vita vissuta perennemente come militanza e performance, dove lo show viene messo al servizio della causa femminista. Anche la sua evidente bellezza verrà usata a questo scopo. Nella sua biografia scrive: “il mio aspetto fisico rassicurava le donne, ansiose che femminista fosse sinonimo di arcigne valkirie in stivali chiodati”.
Si sposa a 66 anni, dopo anni di rivendicata singletudine e una certa allergia per istituzioni patriarcali come il matrimonio, con Dave Bale, un ricco industriale sudafricano. Prima aveva avuto molti amanti, diversi famosi. Nella sua autobiografia pochi si salvano. Di Norman Mailer scrive: “A letto Mailer non riuscì mai a sollevarsi all’altezza della sua gloria letteraria”.
Nei primi anni settanta Il suo attivismo femminista ha come progetto una rivista. Insieme a un gruppo di attiviste Steinem, che è anche giornalista, inizia a pensare a un magazine “per le donne e controllato dalle donne”. Nel 1972 nasce Ms, che diventerà una rivista cult di riferimento per le femministe di tutto il mondo. “Cercavamo un modo per parlare con onestà della nostra esperienza e dei temi che ci riguardavano”, dice festeggiandone un anniversario. I temi sono quelli più stringenti: molestie sessuali, parità salariale, aborto, legge sulla parità di genere, violenza domestica, assistenza all’infanzia. Temi molto concreti, come accadeva nel femminismo di allora. Le basi sulle quali si sarebbe costruito il woke.
Non c’era questione che riguardasse i diritti delle donne che non la coinvolgesse. Gli anni recenti del MeToo l’avevano vista pronunciarsi su Harvey Weinstein: “Quando io ero giovane il suo sarebbe stato considerato un comportamento normale”. Il fatto che Weinstein avesse donato fondi per creare la cattedra Gloria Steinem alla Rutger University non la imbarazzava: “Siamo fortunati perché quei fondi aiuteranno donne nei mass media e potranno essere usati per tanti altri fini, ad esempio per finanziare centri di assistenza in caso di stupro. Non li ridarei certo mai indietro!”.
Nel 2020 esce il film biografico The Glorias (con la regia di Julie Taymor e l’interpretazione di Julianne Moore) che ripercorre tutta la sua vita.
Nel 2005, insieme a Jane Fonda e a Robin Morgan aveva fondato il Women’s Media Center, un’organizzazione che ha lo scopo di valorizzare la voce delle donne.
***
da la Repubblica
04 SETTEMBRE 2026

Gloria Steinem, che insegnò il femminismo

sperimentando la vita

di Michela Marzano
L’attivista americana è morta a 92 anni. Ha raccontato attraverso le proprie esperienze personali il lato oscuro della liberazione sessuale. Lottando per i diritti di tutte
Ci sono persone che cambiano il mondo inventando parole nuove. Altre lo cambiano permettendoci di riconoscere, nelle parole che già esistono, qualcosa che fino a quel momento non riuscivamo a vedere. Gloria Steinem, morta a New York all’età di 92 anni, apparteneva a questa seconda categoria. Non è stata la più importante teorica del femminismo del Novecento. Non ha scritto opere immortali come Simone de Beauvoir né ha dato un nome, come Betty Friedan, a quel malessere senza nome che imprigionava tante donne americane nelle loro case, ma ha fatto qualcosa senza cui anche le idee più rivoluzionarie rischiano di restare confinate nei libri: ha permesso a milioni di donne di riconoscersi le une nelle altre. Il cuore del suo lascito, forse, è proprio questo: aver capito e mostrato che ciò che ci accade non accade necessariamente solo a noi. Che la violenza subita dentro casa non è una faccenda di famiglia; che essere pagate meno non dipende dal proprio valore; che una molestia non è il prezzo inevitabile da pagare per lavorare; che non riuscire a corrispondere al modello di donna che altri hanno costruito per noi non significa essere sbagliate.
Steinem lo ha imparato attraverso la propria vita. Quando nel 1963, giovane giornalista, si fece assumere come Bunny in un Playboy Club di New York, raccontò dall’interno ciò che spesso si nascondeva dietro la cosiddetta “liberazione sessuale”: molestie, salari infimi, donne ridotte a corpi a disposizione dello sguardo e del desiderio maschile. Quando qualche anno più tardi partecipò a un incontro pubblico sull’aborto, ascoltando le esperienze di donne che, come lei, avevano abortito clandestinamente, comprese che ciò che aveva vissuto come un segreto apparteneva a una moltitudine fino ad allora silenziosa.

Spostare la frontiera tra il privato e il politico è uno dei gesti fondativi del femminismo. Non perché tutto ciò che è intimo debba diventare pubblico, ma perché nessuna donna sia costretta a vivere come una colpa ciò che nasce da rapporti di potere, discriminazioni e disuguaglianze. Il femminismo non dovrebbe mai spiegare alle donne chi devono essere. Dovrebbe permettere loro di essere ciò che desiderano, e soprattutto liberarle dalla convinzione di essere sole. È questa l’idea che attraversa Ms., la rivista che Steinem contribuì a fondare nel 1972 e che portò nelle edicole americane temi come l’aborto, la violenza domestica, lo stupro, il lavoro non pagato, la discriminazione. Perché dare un nome alle cose non basta a cambiarle. Ma permette di vederle. E ciò che finalmente si vede può essere raccontato, condiviso, contestato.

Sarebbe però ingiusto trasformare Gloria Steinem nella solitaria eroina bianca del femminismo americano. Lei stessa diffidava di questa rappresentazione. Viaggiò per anni con Dorothy Pitman Hughes, femminista e attivista afroamericana: insieme parlavano di sessismo e razzismo quando una parte del movimento delle donne faceva ancora fatica a comprendere che non tutte le donne abitano il mondo allo stesso modo. Steinem imparò da Hughes, da Florynce Kennedy, da Shirley Chisholm e da tante altre che non esiste emancipazione se alcune donne vengono lasciate indietro. Per questo il suo femminismo non rimase sulla carta. Si batté per il diritto all’aborto e per l’Equal Rights Amendment; contribuì a fondare il National Women’s Political Caucus per portare più donne nelle istituzioni; lottò contro il razzismo e l’apartheid, per i diritti civili e per l’autodeterminazione delle donne. E quando, nel 2022, la Corte Suprema cancellò la protezione federale del diritto all’aborto garantita per quasi mezzo secolo dalla sentenza Roe contro Wade, dovette assistere a qualcosa che la sua generazione aveva forse sperato di non vedere più: un diritto conquistato diventare nuovamente un diritto da conquistare.
Ma c’è un’immagine meno spettacolare che racconta forse meglio Gloria Steinem. È quella di una donna continuamente in viaggio. In My Life on the Road ha raccontato che per oltre quarant’anni ha trascorso metà del proprio tempo per strada, incontrando persone, entrando nelle comunità, ascoltando prima ancora di parlare. Forse è anche per questo che, senza mai esercitare direttamente il potere, è riuscita a cambiare ciò che per tanto tempo era stato considerato “normale”. La sua forza è stata trasformare le esperienze individuali in questioni collettive, e le questioni collettive in battaglie capaci di modificare la società e le leggi. Ma per farlo bisognava prima ascoltare. Perché non esiste un “noi” se qualcuno decide in anticipo chi siamo e che cosa dobbiamo volere.
A Steinem dobbiamo molte battaglie. Ma forse le dobbiamo soprattutto un passaggio che continua a essere necessario. Quello che permette a una donna di smettere di domandarsi, in silenzio, «che cosa c’è che non va in me?», di alzare lo sguardo, incontrare quello di un’altra donna e scoprire che ciò che credeva soltanto suo ha una storia, delle cause, talvolta persino un nome.
La sua morte arriva in un momento difficile, mentre assistiamo al ritorno di discorsi e politiche che pensavamo di aver lasciato alle nostre spalle e scopriamo, ancora una volta, che nessun diritto è irreversibile. Forse è proprio per questo che il suo lascito ci riguarda così da vicino. Non come un monumento al femminismo del Novecento né come la nostalgia di battaglie ormai vinte, ma come un invito a non tornare a sentirci sole: ognuna con il proprio corpo, la propria paura, la propria storia. Ad alzare lo sguardo e accorgerci che accanto a noi c’è qualcun’altra. A capire che ciò che sembrava soltanto nostro può avere a che fare con la vita di molte altre. È così che un io isolato diventa un noi. Ed è da quel noi che, qualche volta, il mondo comincia davvero a cambiare.

Commenti chiusi.