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3 settembre 2026
“DOBBIAMO AVERE IL CORAGGIO
DI DISTURBARE…”
Don Mimmo Battaglia scuote Napoli nell’Omelia della celebrazione per i dieci anni da vescovo
“Sorelle e fratelli carissimi,
sono felice di essere qui stasera per riprendere con voi il cammino di questo nuovo anno pastorale e, nello stesso tempo, per esprimere la mia gratitudine al Signore e a voi, suo popolo, per questi dieci anni di servizio e di episcopato vissuti insieme. Il mio cuore questa sera non gronda di anni, ma di volti, di storie, di ferite, di gioie. E forse è proprio questo il modo più vero di vivere un anniversario: non contare il tempo che è passato, ma riconoscere i volti che quel tempo ci ha consegnato. Volti incontrati, volti amati, volti autentici, volti che hanno lasciato una traccia. Volti che, spesso senza nemmeno saperlo, sono diventati Vangelo. Oggi la Chiesa celebra la memoria di san Gregorio Magno, un pastore che ha saputo tenere insieme la contemplazione e la strada, la profondità della fede e la concretezza della storia.
È quello che ho cercato di fare, con tutti i miei limiti e le mie fragilità, in questi dieci anni. Dieci anni da quel giorno in cui l’olio crismale ha profumato la mia testa e le mie mani, chiamandomi a un servizio che ho sempre vissuto con il tremore nel cuore. Ma se guardo indietro, non vedo scadenze, traguardi o bilanci. Vedo frammenti preziosi di vita, incastonati dallo Spirito in un mosaico ancora incompiuto. Vedo la terra amata di Cerreto Sannita, Telese e Sant’Agata de’ Goti, dove ho imparato a essere un pastore che cammina in mezzo alla gente, respirando il profumo dei campi e il silenzio dignitoso delle aree interne. Vedo paesi che custodiscono una sapienza antica e, insieme, la ferita silenziosa dello spopolamento. Vedo anziani rimasti soli, famiglie che resistono, giovani che partono, comunità che cercano ostinatamente ragioni per restare.
E poi vedo questa nostra Napoli, diventata carne della mia carne. Una città ferita e bellissima, dove ogni giorno la croce e la risurrezione sembrano sfiorarsi nei vicoli, nelle periferie, nei condomini, nelle piazze, negli occhi di chi cade e trova qualcuno disposto a rialzarlo. Una città che non ti permette di restare spettatore. Napoli ti prende, ti scuote, ti mette davanti alla vita e alle sue contraddizioni. Ti chiede di scegliere da che parte stare. Ti chiede, chiede a noi, Chiesa di Dio, di essere incontrata sul serio, senza infingimenti. E l’incontro, lo sappiamo, porta sempre con sé il profumo dell’inatteso, ma anche la polvere della strada, la fatica del cammino, qualche ferita sulle ginocchia e tante domande rimaste senza risposta. Se Cerreto mi ha insegnato la teologia della prossimità, il valore delle relazioni autentiche, dove ognuno si chiama per nome, Napoli mi sta chiedendo di gridare questa Parola dai tetti, di farne uno strumento di liberazione per un popolo che ha sete di giustizia e di dignità.
Questa sera, allora, non celebriamo il mio anniversario. Celebriamo piuttosto la fedeltà di Dio che continua a passare attraverso la nostra fragilità, attraverso i nostri limiti, attraverso le nostre povere mani. E lo facciamo mettendo al centro l’unica bussola possibile: il Vangelo. Il Vangelo nudo e crudo. Sine glossa, come direbbe il Poverello di Assisi.
Il Vangelo è Parola viva. È Parola che entra nella carne, che brucia, che consola e insieme inquieta. E il Vangelo di questa sera ci porta sulla riva del lago. Ci porta lì dove la notte è appena finita e, forse, la notte non è finita affatto. Pietro e gli altri hanno lavorato tutta la notte. Hanno gettato le reti. Hanno faticato. Hanno aspettato. E non hanno preso nulla. È una pagina che conosce bene la vita di ciascuno di noi. Ci sono notti in cui getti le reti e tornano vuote. Notti di lavoro senza frutto e di preghiere senza risposte. Notti in cui ti chiedi se ne sia valsa la pena. Notti in cui anche la fede sembra una rete strappata tra le mani. E Gesù arriva proprio lì. Non quando tutto funziona e le barche sono piene. Arriva sulla riva della nostra stanchezza. E dice a Pietro: «Prendi il largo». È una parola semplice, ma è una parola che fa paura. Perché il largo è il luogo in cui non controlli più tutto. Il largo è dove la riva non si vede bene. Il largo è dove devi affidarti. E Pietro risponde con una frase che, forse, contiene tutta la fede possibile per un uomo fragile: «Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». E lo fa senza garanzie. Solo perché si fida di quella voce, di quello sguardo, di quella Parola. Forse, dopo dieci anni, è proprio questo che posso dire di avere imparato: che la fede non consiste nell’avere sempre il vento a favore. Consiste nel continuare a prendere il largo quando il vento sembra contrario. Consiste nel gettare ancora le reti quando siamo tentati di dire: «Abbiamo già provato». Consiste nel credere che la notte non ha mai l’ultima parola.
Quando leggo questa pagina, la prima cosa che sento addosso non è l’odore del miracolo, ma l’odore della stanchezza. Vedo quegli uomini sulla riva del lago di Gennesaret. Non stanno esultando. Stanno lavando le reti. E lavare le reti, per un pescatore, significa una cosa sola: la giornata è finita, il tentativo è fallito, si torna a casa a mani vuote.
Quante volte ci sentiamo esattamente così? Quante volte la nostra vita assomiglia a quella riva? Penso alle nostre famiglie, ai nostri giovani, a chi abita le periferie esistenziali e geografiche delle nostre città. Penso a chi bussa alle porte delle nostre comunità portando sul volto i segni di una notte in cui ha “faticato senza prendere nulla”. La notte della disoccupazione, la notte della malattia, la notte di un amore che si è spezzato, la notte dell’indifferenza che spegne ogni speranza. Lavare le reti significa rassegnarsi. Significa dire a se stessi: “Ci ho provato, non è cosa, non cambierà mai niente”.
Ma guardate cosa fa Gesù. Si fa spazio tra la folla e sale proprio su quella barca. La barca di Simone, un uomo deluso, stanco, che probabilmente in quel momento voleva solo essere lasciato in pace con la sua frustrazione. Gesù non aspetta che la nostra vita sia perfetta o che la nostra barca sia piena di successi per salirci a bordo. Chiede di abitare la nostra povertà. Chiede a Simone di staccarsi un poco da terra. Gli chiede una fiducia minima, uno spazio piccolo per poter parlare alla gente.
Poi, l’ordine che ribalta ogni logica umana, scientifica e professionale: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca».
Se fossimo stati al posto di Pietro, avremmo risposto con un sorriso di sufficienza. Simone, da pescatore esperto, glielo dice: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla…». È il grido del realismo ferito. È la voce della logica di questo mondo, quella logica umana, strategica e prudente di cui ci parlava san Paolo nella prima lettura di oggi. Pietro sta mettendo davanti a Gesù i suoi dati, le sue statistiche, l’evidenza scientifica del mare: di giorno non si pesca, se la notte è stata sterile, il giorno lo sarà ancora di più. Calare le reti a mezzogiorno, sotto il sole battente, è tecnicamente una stoltezza.
Ma Simone non si ferma lì. E in quel “ma” c’è tutta la svolta della fede: «…ma sulla tua parola getterò le reti». Qui, fratelli miei, il Vangelo si sposa magnificamente con il grido dell’Apostolo Paolo: «Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio».
Pietro accetta di fare la figura dello stolto. Accetta di smentire la sua stessa competenza, la sua stessa esperienza, l’ovvietà del buon senso umano, per obbedire a una Parola che per il mondo non ha senso. Accetta il rischio del ridicolo davanti agli altri pescatori che lo guardano dalla riva. Ed è precisamente in questa “stoltezza”, in questo fidarsi contro ogni evidenza, che si spalanca lo spazio per il miracolo.
Questa è la stessa, identica logica della Croce. Che cos’è la Croce se non il fallimento più totale secondo i criteri del mondo? Un uomo nudo, sconfitto, morente su un legno di infamia, abbandonato da tutti: per la logica dell’efficienza, della forza e del potere di questo mondo, la Croce è la notte più buia, la pesca fallita per eccellenza. Eppure, proprio su quel legno di sconfitta, Dio ha gettato la rete più grande della storia, pescando l’umanità intera dal baratro della morte. La sapienza di Dio abita ciò che il mondo scarta; la forza di Dio si manifesta nella nostra debolezza più cruda.
Finché restiamo aggrappati alla nostra presunta sapienza, alle nostre reti perfettamente calcolate, ai nostri piani pastorali ineccepibili ma privi di profezia, le nostre barche rimarranno vuote. Dio non si muove dentro i recinti delle nostre rassicuranti certezze umane. Dio ci chiede di avere il coraggio di essere “stolti per Cristo”.
Cosa significa questo per noi oggi, in questa nostra terra?
Significa avere il coraggio di amare dove c’è l’odio. Significa perdonare dove la logica del mondo grida vendetta. Significa spendere la vita per gli ultimi, per chi non ha voce, per chi non può ricambiare, quando tutta la società ci spinge a investire solo su ciò che produce profitto, visibilità e potere. Amare fino in fondo, servire senza chiedere nulla in cambio, scommettere sui giovani delle nostre periferie difficili quando tutti dicono che “tanto non cambieranno mai”: ecco la nostra stoltezza! Ecco la follia della Croce che si fa carne nei nostri vicoli!
Quando Pietro accetta questa stoltezza, avviene il miracolo. Le reti si riempiono fino a rompersi, tanto da dover chiedere aiuto ai compagni dell’altra barca. La grazia di Dio non è mai un fatto privato o egoistico. La grazia costringe a fare rete, a condividere, a riscoprirsi fratelli. Non ci si salva da soli. Quella pesca miracolosa diventa possibile perché c’è una comunità che impara a muoversi insieme, accettando la follia del Vangelo.
Di fronte all’abbondanza dell’amore, Simone cade in ginocchio, spaventato dalla propria inadeguatezza: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore». Sente il peso dei suoi limiti. Ma Gesù non si allontana. Gesù non si è mai allontanato da una ferita, non si è mai scandalizzato della nostra debolezza. Gesù gli risponde con le parole che vorrei che ciascuno di voi sentisse risuonare oggi nell’anima: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
Non temere. Non avere paura dei tuoi vuoti. Non avere paura della notte che hai attraversato. Diventare pescatori di uomini significa questo: Simone, tu che hai accettato di farti stolto calando le reti di giorno, ora vai a tirare fuori gli altri dalle acque della disperazione, della solitudine, della rassegnazione. Vai a usare la stessa “follia d’amore” che ho usato io con te per sanare i cuori spezzati.
Oggi la Parola ci chiede un sussulto di coraggio. Ci chiede di smettere di lavare le reti con l’atteggiamento nostalgico di chi pensa che il meglio sia già passato e che non valga più la pena rischiare. Ci chiede di non cedere al cinismo.
Gettiamo le reti, Chiesa mia. Gettiamole fidandoci non delle nostre forze umane, ma unicamente della Sua Parola. Lasciamo le nostre sponde sicure. Diventiamo orgogliosamente stolti per il mondo, ma sapienti dell’amore di Cristo. Perché tutto è vostro – come ci ha ricordato Paolo – il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.
Alziamoci, prendiamo il largo insieme, e camminiamo incontro all’alba, sapendo che sul legno della Croce, così come sulla barca di Simone, la debolezza dell’uomo diventa lo spazio in cui Dio compie la sua meraviglia più grande.
Ho davanti in questo momento i nostri ragazzi, i giovani: spesso fanno fatica a vedere l’aurora, a causa di un mondo adulto che ha loro occultato l’orizzonte. Ma i giovani sono il presente. Sono il presente della storia e, soprattutto, della Chiesa. Sono il termometro della nostra autenticità.
Penso ai ragazzi incontrati nelle piazze di Cerreto, nelle comunità di recupero dove ho speso gran parte della mia vita sacerdotale. E penso ai ragazzi dei quartieri di Napoli: della Sanità, di Scampia, di Forcella, dei Quartieri Spagnoli. Ragazzi dai destini sospesi. Ragazzi sedotti dalle sirene della criminalità, quando la criminalità diventa l’unica promessa di appartenenza. Ragazzi schiacciati dalla mancanza di lavoro, di opportunità, di adulti capaci di credere in loro. Ragazzi che portano dentro un deserto emotivo, ma insieme una sete di vita così grande da fare paura.
Sorelle e fratelli, dobbiamo aiutare i nostri giovani a non lasciarsi rubare la speranza. E ai giovani dico: non permettete a nessuno di dirvi che siete sbagliati, di convincervi che per voi non c’è spazio. Siate giovani capaci di sognare in grande e di lottare perché questa società possa davvero cambiare. Credete in voi, nella forza della vita che c’è dentro di voi. Quella forza è la tenerezza di Dio. Non datevi mai per vinti, cambiare è possibile. Amate Cristo, amate la vita, e amate i poveri! Amate coloro che il mondo scarta e che il Vangelo mette al primo posto.
Se questa sera guardo a questi dieci anni da vescovo, posso dirvi con assoluta certezza che i miei veri maestri di teologia non sono stati soltanto i libri. Sono stati i poveri. Quelli che non hanno voce. Quelli che nessuno ascolta. Quelli che spesso non entrano nelle nostre statistiche, ma sono nel cuore di Dio. Sorelle e Fratelli miei, i poveri non sono un “problema sociale” da delegare alla Caritas o alle istituzioni. I poveri sono il corpo di Cristo. Se celebriamo il Pane spezzato e non spezziamo la nostra vita per chi ha fame di pane, di giustizia, di dignità, di affetto, allora la nostra comunione diventa una menzogna. Dobbiamo avere il coraggio di chiamare per nome le strutture di peccato che generano la povertà. Dobbiamo avere il coraggio di disturbare. Perché una Chiesa che non disturba il potere quando il potere schiaccia i deboli è una Chiesa che ha smesso di assomigliare al suo Signore.
Sorelle e fratelli miei, non perdiamo la profezia! E lo dico soprattutto alle sorelle e ai fratelli delle Equipe di Comunione che oggi ricevono il mandato. Voglio guardare negli occhi ciascuno di voi che fate parte di queste Equipe. Sentite la responsabilità, ma sentite soprattutto la bellezza di questo mandato. Voi siete chiamati a essere artigiani di comunione. Voi avete un compito grande nel nuovo progetto pastorale: essere sentinelle. Il vostro primo obiettivo non è organizzare eventi, ma tessere relazioni. Per questo vi chiedo tre atteggiamenti precisi, che devono diventare lo stile delle nostre Equipe: il primo è l’Ascolto disarmato, che significa ascoltare tutti, anche chi critica, anche chi è lontano, senza il bisogno immediato di dare risposte preconfezionate. Spesso la vicinanza silenziosa vale più di mille parole. Il secondo è la mistica del noi: superare ogni forma di individualismo. Nella Chiesa non esistono navigatori solitari. Si cammina insieme, si decide insieme, si soffre insieme, si gioisce insieme. E poi la predilezione per gli ultimi. E al centro il Vangelo. Sempre!
Dio non sceglie i forti per fare le sue opere; sceglie i deboli perché sia chiara la forza del suo amore. Non abbiate paura di osare. Non abbiate paura di sbagliare. Preferisco mille volte una Chiesa accidentata perché è uscita per strada, piuttosto che una Chiesa malata perché è rimasta chiusa nei suoi schemi protettivi. E proprio per questo, questa sera, nel giorno in cui facciamo memoria di questi dieci anni e rendiamo grazie per il cammino compiuto, vi lascerò un piccolo segno, che verrà consegnato alla fine della celebrazione.
Una cordicina e un moschettone. Poche cose, semplici, quasi povere. Ma dentro questa semplicità c’è un’immagine che vorrei rimanesse con noi: quella della cordata. Chi conosce la montagna sa che, quando la salita si fa più difficile, quando il sentiero si restringe, quando la roccia diventa più esigente e la stanchezza comincia a farsi sentire, non si cammina da soli. Ci si lega gli uni agli altri. La corda non serve soltanto a proteggerci da una caduta. La corda dice che la vita dell’uno è affidata alla vita dell’altro. In una cordata nessuno può dire: «Io vado per conto mio». Se uno rallenta, gli altri rallentano. Se uno ha paura, gli altri gli restano accanto. Se uno scivola, gli altri tendono la corda. Se qualcuno rimane indietro, la cordata non lo abbandona. E quando finalmente si raggiunge una cima, la gioia non appartiene a uno soltanto: appartiene a tutti. Vorrei che quel piccolo segno vi ricordasse questo: che la Chiesa è una cordata. Che il cammino pastorale è una cordata. Che la comunione è una cordata. Che il Vangelo ci lega gli uni agli altri non per limitarci, ma per salvarci. Perché nessuno si salva da solo:
Signore Gesù, insegnaci a camminare insieme, in cordata, legati non dalla paura, ma dall’amore. Insegnaci a salire verso l’alto senza lasciare indietro nessuno. Quando qualcuno inciampa, fà che la nostra corda si tenda e la nostra mano si allunghi. Quando qualcuno si ferma, insegnaci a non tirare oltre, ma ad aspettare. Quando la nebbia nasconde la cima, donaci occhi capaci di vedere più lontano e piedi capaci di continuare il cammino. Liberaci dagli individualismi e donaci il coraggio di essere una comunità in cordata, dove il passo del più fragile diventa il ritmo di tutti. Maria, Donna del cammino, mettiti alla testa della nostra cordata e insegnaci la profezia del “noi” e la bellezza della fraternità. E quando finalmente saremo in cima, fà che nessuno possa dire: “Sono arrivato io”, ma soltanto: “Siamo arrivati insieme”. Amen.
Napoli, Chiesa Cattedrale
3 settembre 2026
+ don Mimmo Battaglia
Cardinale Arcivescovo
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