13 settembre 2026: TERZA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
Is 11,10-16; 1Tm 1,12-17; Lc 9,18-22
Talora basta una parola e viene d’istinto soffermarsi, tanto più se racchiude una immagine che spazia oltre il tempo.
Il capitolo 11, di cui fa parte il testo di oggi, inizia con queste parole del profeta di nome Isaia, vissuto nell’VIII secolo a.C: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici». Ed ecco la parola che ti prende subito: “germoglio”.
Vi offro questo commento: «Un tronco spezzato, una dinastia che sembra destinata ad estinguersi, una società segnata da singulti di morte. La storia di un popolo, la storia di ieri e di oggi, di fronte alla quale verrebbe da scoraggiarsi. Eppure, se si ha la sapienza di leggere in profondità gli eventi, si possono scoprire su quello spezzone di tronco, che diremmo ormai privo di vitalità, i segni di un risveglio, timidi germogli che si fanno strada tenacemente: Dio non abbandona l’umanità, mantiene le sue promesse, oggi come ieri».
Che cos’è un germoglio? Diciamo che è il primo stadio di sviluppo di una pianta o di un embrione. Più in generale, è l’inizio, l’origine o il principio di qualcosa.
Il germoglio inizia nel buio della terra. Contiene già tutta la forza dell’albero futuro. Appare tenero e delicato. Riesce però a spaccare anche la roccia per uscire. Simboleggia un nuovo inizio. Arriva sempre dopo il freddo dell’inverno. Richiede tempo per fiorire. Cresce senza fare rumore. I momenti difficili sono spesso il terreno fertile in cui ti stai preparando a nascere. Per crescere verso l’alto devi prima consolidare ciò che non si vede dentro di te. La fretta non fa crescere il seme più velocemente. Ogni evoluzione ha il suo ritmo. Il germoglio si piega con il vento per non spezzarsi. La rigidità blocca il cambiamento. Il germoglio, che si vede e non si vede, cresce senza che ce ne accorgiamo.
Abituati a farci prendere da quanto è evidente, imponente, grosso, carnale, ci sfugge il segreto della Natura che partorisce in continuazione nel silenzio. Sarà capitato anche a voi di entrare ad esempio in un Parco e, camminando magari velocemente, si schiacci un bulbo. Troppo tardi. Quanti germogli non si sviluppano perché mortificati dalla nostra ansia di avere o ti toccare qualcosa che colpisce i nostri sensi.
Torniamo alla Bibbia, più precisamente a Isaia. Il profeta pare quasi raccontarci una fiaba, e sarebbe fiaba se non fosse invece profezia, promessa di Dio a tutti. E la contrapposizione è fortissima: c’è una storia, quella che conosciamo tutti, che è la povera storia umana dove si giudica secondo le apparenze, si prendono decisioni con molta leggerezza, i poveri restano poveri, gli oppressi restano oppressi.
Questa è la storia umana come l’uomo l’ha fatta diventare con le sue scelte sbagliate. E ci sarebbe davvero, come fanno tanti, da disperarsi per una storia così.
«Ma ecco il Dio che reagisce: non è questa la storia che vuole per gli uomini. In questa povera e tribolata storia irrompe una storia nuova, quella del germoglio e di tutti i suoi amici, e la trasforma, perché la sua presenza è quella del Figlio che è verità, bontà, giustizia, potenza. Il germoglio, il Signore che viene, sarà pieno di spirito di sapienza, di intelligenza sul mistero e sul dolore dell’uomo, di saggezza e di fortezza, di conoscenza e di timore di Dio. In realtà è l’ideale profondo che il nostro cuore conserva in sé; la nostra felicità – lo percepiamo – dipende da uno così. Ed egli viene. Quella che sembrava una fiaba diventa la promessa che si compie: lo straordinario orizzonte di pace che diventa concordia capace di superare diversità, antagonismi, liti e miserie; vivere contenti di essere insieme, attenti all’altro, buoni. Non è impossibile, perché è la storia del germoglio. Gli amici del germoglio, liberi, giorno dopo giorno scelgono la sua strada. Non sono senza peccato, però sanno scegliere la strada giusta, e se hanno peccato sanno chiedere perdono al Signore. Gli amici del germoglio sono semplici, sono piccoli davanti a Dio».
Riflettiamo ancora: Germoglio indica anche promessa di futuro, apre alla speranza. Una piantina che fora il tronco per germogliare indica un processo quasi invisibile, eppure ha in sé forza e tenacia, che chiede cura e attenzione perché un germoglio è di per sé fragile e chiede uno sguardo nuovo e penetrante. Germogli dunque da cercare con sguardo creativo e con ascolto profondo delle persone, dei loro desideri e inquietudini.
Ed ecco la domanda: in questo frangente così incerto, malato e precario che cosa dobbiamo fare? come resistere? La realtà frustrante di chiese sempre più vuote, di assemblee anonime senza dialettica costruttiva, del distacco dei giovani dalla Chiesa ci indurrebbe a ripiegarci in un mortale pessimismo, già sconfitti, rassegnati al peggio, lasciandoci travolgere dagli eventi, e invece è un tempo appassionante. È certo un momento difficile, ma un bel momento: creativo, aperto, pieno di promesse e di possibilità ricche di sorprese. Ci verrebbe da piangere se il nostro sguardo si inchiodasse al passato che ci appare come l’età dell’oro, quando si era in tanti a credere, quando non c’erano le sfide di oggi.
Ma la vita del credente guarda con fiducia al futuro perché crede a un Dio che sa mantenere le sue promesse, nel momento propizio, secondo i suoi disegni che non sono i nostri.
Invece che lamentarci o disperarci per le piante dai rami secchi perché non guardare ai virgulti, alle gemme appena spuntate? Dio ci dice ancora oggi: qui c’è la promessa di Dio.
Non si tratta di un messaggio di speranza riservato al popolo d’Israele. È lo stesso profeta che, proprio nel testo della liturgia odierna, ci fa spingere lo sguardo oltre: “La radice di Iesse sarà un vessillo per i popoli”, per tutti i popoli di qualunque tempo, razza, e anche religione.
Quel Germoglio è dono di Dio, perciò è Gratuità. Dio si fa dono all’Umanità intera. Si è fatto dono a tutti perché da soli siamo impotenti a risollevarci. Se qualcosa di nostro dobbiamo mettere è per fare spazio in noi del Dono divino, che è Grazia, Gratuità. E perché ci rendiamo conto del Dono dobbiamo riaccendere l’intelletto, quello illuminato da Dio. Scrive il profeta
Isaia: “la conoscenza del Signore riempia la terra, come le acque ricoprono il mare”. Una conoscenza non appresa dai libri, bensì maturata in un’esperienza vitale, che possiamo chiamare mistica. Una simile conoscenza cambia la vita e diviene contagiosa, facendo sì che gli sguardi si volgano a questo Germoglio, sorgente e garanzia di speranza. E allora facciamo nostra la preghiera: «Ho bisogno, Signore, che tu mi apra gli occhi, come hai fatto tante volte con i ciechi che hai incontrato sulla tua strada. Sì, mi sento come un cieco che vivendo immerso nelle tenebre non riesce a cogliere le piccole palpitanti luci che cercano di farsi strada nel nostro tempo. Aiutami a vederle e a farmene promotore».
Raoul Follereau, apostolo dei lebbrosi e vagabondo della carità ha scritto: «Il mondo ha solo due possibili destini: amarsi o scomparire. Noi abbiamo scelto l’amore. Non un amore che si accontenti di piagnucolare sui mali degli altri, ma un amore da combattimento, un amore-rivolta. Per il suo avvento, per il suo regno, noi lotteremo senza posa e senza sosta. Bisogna aiutare il giorno a spuntare».
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