Vedere le cose sempre con occhi nuovi

L’EDITORIALE
do don Giorgio

Vedere le cose sempre con occhi nuovi

Ci sono autori che non conosco, d’altronde non si possono conoscere tutti, anche perché ciò esigerebbe troppo tempo per leggerli, e il tempo è prezioso anche per impegnarci nel locale. Tuttavia bastano alcuni flash di autori anche sconosciuti, famosi tuttavia, ma non a me familiari, per darci qualche spunto o qualche illuminazione.
Stavolta è una frase di Marcel Proust:
“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.
Una parola su Marcel Proust ((Parigi 1871-1922): è uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi. La sua fama è legata al monumentale ciclo romanzesco Alla ricerca del tempo perduto, suddiviso in sette volumi, al quale si è dedicato per tutta la vita, e che venne pubblicato tra il 1913 e il 1927. Oltre che narratore, è stato anche un finissimo critico di letteratura, arte e musica e ha scritto novelle, poesie, saggi.
Ecco un commento di Salvatore Galeone.
Marcel Proust ci incoraggia a osservare la realtà che ci circonda da prospettive sempre nuove. Comunemente, associamo il concetto di viaggio all’idea dello spostamento fisico. La nostra mente immagina immediatamente aerei, confini da oltrepassare, continenti da esplorare e culture esotiche da incontrare. Misuriamo l’ampiezza delle nostre scoperte contando i chilometri percorsi e i timbri accumulati sul passaporto.
Marcel Proust ci spoglia di questa illusione quantitativa e materiale. Ci avverte che viaggiare non equivale semplicemente a muoversi nello spazio, ma richiede una rivoluzione assai più profonda e complessa: una metamorfosi dello sguardo.
La folgorante citazione di Marcel Proust, contenuta nel quinto volume dell’opera, intitolato “La Prigioniera” (La Prisonnière) pubblicato postumo nel 1923, rappresenta una lente d’ingrandimento attraverso cui osservare e scardinare le nostre certezze. Essa racchiude una filosofia potente e sovversiva che capovolge la nostra idea convenzionale del viaggio e ci pone di fronte a interrogativi urgenti sul nostro modo di esistere nel mondo.
Ma quali sono gli insegnamenti vitali che si celano dietro questa magnifica intuizione, e come possono trasformare la nostra quotidianità?
Il primo, formidabile insegnamento di Proust è lo smantellamento dell’illusione che il semplice cambiamento di latitudine garantisca un cambiamento della nostra attitudine esistenziale. Spesso, partiamo alla spasmodica ricerca di “nuove terre” mossi da un inconfessato desiderio di fuga. Fuggiamo dalla routine opprimente, dall’insoddisfazione, dalla noia, o peggio ancora, da noi stessi.
Tuttavia, il monito proustiano è inequivocabile: se portiamo con noi i nostri “vecchi occhi” – ovvero se viaggiamo mantenendo inalterati i nostri schemi mentali, le nostre corazze emotive e i nostri granitici pregiudizi – qualsiasi paesaggio esteriore, per quanto maestoso, rimarrà muto.
Una scogliera scozzese o le strade affollate di Tokyo si ridurranno a sterili cartoline da esibire, incapaci di scalfire la nostra corazza. Proust ci insegna che non è il mondo a essere limitato o privo di fascino, bensì la nostra percezione a essersi inaridita. Essere fisicamente in movimento senza un reale slancio conoscitivo interiore ci rende eterni estranei, dei semplici turisti della vita anziché veri viaggiatori dell’anima.
Un altro pilastro fondamentale che possiamo trarre da questa riflessione è l’invito a ingaggiare una lotta senza quartiere contro l’abitudine. Nell’universo proustiano, l’abitudine è descritta come una forza anestetizzante, una coltre pesante che si posa sulle cose, sui luoghi e sulle persone che frequentiamo ogni giorno, rendendole invisibili, scontate e prive di colore.
Avere “nuovi occhi” significa trovare il coraggio e lo sforzo intellettuale di strappare questo
velo di apatia. L’insegnamento più grande e difficile è comprendere che la vera scoperta non si nasconde solo negli scenari lontani, ma pulsa vibrante all’interno del perimetro della nostra vita quotidiana. Possedere nuovi occhi significa guardare la persona con cui condividiamo la vita da decenni e cogliervi all’improvviso una fragilità o una forza mai notate prima.
Significa camminare lungo la via di casa e accorgersi di come la luce del tardo pomeriggio infiammi l’intonaco di un palazzo che avevamo ignorato mille volte. Il banale non esiste nella realtà; esiste solo nello sguardo stanco di chi lo osserva. Lo straordinario è a portata di mano, ma si rivela solo grazie alla disciplina dell’attenzione continua e della meraviglia rinnovata.
L’insegnamento di Proust ci conduce inevitabilmente verso la dimensione in cui egli stesso è stato il più grande esploratore: il tempo e la memoria. Il vero viaggio, per lo scrittore francese, non si dispiega nello spazio orizzontale, ma scende in profondità lungo l’asse verticale dei ricordi.
Non c’è bisogno di prenotare un biglietto transoceanico quando l’impalpabile aroma di una tazza di tè o il profumo di un biscotto imbevuto – la celebre madeleine – possono scatenare una vertigine sensoriale in grado di abbattere decenni di oblio. La memoria, quella involontaria e potente, ci permette di viaggiare attraverso la nostra stessa storia interiore, disseppellendo frammenti perduti del nostro Io e ricomponendo il mosaico frammentato della nostra identità.
Il passato è una geografia sterminata, e noi, grazie a nuovi occhi carichi di consapevolezza, possiamo continuamente esplorare il territorio della nostra interiorità, ricavandone tesori inestimabili di conoscenza su noi stessi.
Come si forgiano, infine, questi “nuovi occhi” di cui parla Proust? La risposta risiede nell’empatia e, soprattutto, nell’arte. Leggere un buon romanzo, ad esempio, è l’atto di teletrasporto più potente a nostra disposizione. Quando ci immergiamo nelle pagine di un libro, abbandoniamo per un momento il nostro recinto egoico, adottiamo le lenti dell’autore e viviamo esistenze, paure e passioni che non sono le nostre. L’arte moltiplica i nostri punti di vista e allarga smisuratamente il nostro orizzonte emotivo.
Oggi che viviamo in un’epoca dominata dall’esibizione ossessiva dei luoghi fisici e dal turismo consumistico, le parole di Marcel Proust suonano oggi più che mai come un richiamo alla responsabilità e alla profondità. Ci insegnano che il mondo è sempre nuovo per chi sa guardarlo. Non dobbiamo necessariamente attraversare gli oceani per trovare un senso di meraviglia; dobbiamo solo avere l’ardire di fare un respiro profondo, spolverare le lenti della nostra anima e riscoprire, con uno stupore vergine, l’infinita vastità dell’universo che vive già, luminoso, dentro e attorno a noi.
26 settembre 2026
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