4 ottobre 2026: VI DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
Gb 1,13-21; 2Tm 2,6-15; Lc 17,7-10
Un noto esegeta così ha definito il libro di Giobbe, da cui è tratto il primo testo della Messa: «Uno dei più famosi libri, dei più tremendi e dei più universali della Bibbia. Il mistero che racchiude appartiene a tutte le culture e a tutte le generazioni: il dolore che tocca anche l’uomo giusto». (Gianfranco Ravasi).
Søren Kierkegaard (1813-1855), teologo luterano danese, ha scritto: «Se non avessi Giobbe! Io non lo leggo con gli occhi come si legge un altro libro, me lo metto per così dire sul cuore… Come il bambino che mette il libro sotto il cuscino per essere certo di non aver dimenticato la sua lezione quando al mattino si sveglia, così la notte mi porto a letto il libro di Giobbe. Ogni sua parola è cibo, vestimento e balsamo per la mia povera anima».
In breve. Satana sfida Dio, sostenendo che Giobbe è fedele solo perché è ricco e protetto.
Dio permette a Satana di metterlo alla prova. Giobbe perde in poco tempo tutti i beni e i figli.
Successivamente viene colpito anche da una grave malattia della pelle (le piaghe). Nonostante la disperazione, Giobbe non maledice Dio. Tre amici vanno a trovarlo. Sostengono che, secondo la legge retributiva, la sofferenza sia sempre una punizione per qualche peccato commesso. Giobbe si difende urlando la sua innocenza e chiede a Dio spiegazioni per tanto male immotivato. Dio risponde a Giobbe da un turbine, mostrando la grandezza e la complessità dell’universo. Giobbe comprende i suoi limiti umani e si affida di nuovo a Dio. Dio rimprovera gli amici e restituisce a Giobbe il doppio di quello che aveva perso, donandogli una nuova famiglia e una vita lunga e serena.
Alla fine del suo lungo itinerario di purificazione attraverso la “scuola del dolore” (come ha scritto Gregorio Magno), Giobbe può dire in tutta verità: «lo ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (Gb 42,5).
Giobbe comprende che il suo errore è stato quello di voler escogitare una risposta razionale, semplice e schematica al mistero del male, allineandosi, così, sullo stesso percorso battuto dai suoi amici teologi che si erano illusi di ridurre il “progetto” divino all’interno dei loro teoremi, a partire da quello della cosiddetta “retribuzione” secondo la quale ogni prova o sofferenza è punizione di un peccato. Dottrina semplicistica contro la quale Giobbe aveva battagliato in tutti gli interventi del suo dialogo con loro.
Ecco il segreto: occorre passare da una fede fatta di luoghi comuni, di comuni paure o di bisogni infantili di sicurezza e protezione a una fede personale capace di rischiare e di pagare di persona: Giobbe è passato tutto intero in questo terribile crogiuolo della fede e, alla fine, può finalmente passare dalla discussione su Dio – la parte più cospicua di tutto il libro – a una intima diciamo mistica relazione con Dio: «Comprendo che tu puoi tutto e che nessun progetto per te è impossibile» (Gb 42,1).
Spesso il nostro bisogno di controllare Dio attraverso le nostre immagini e concetti su di lui non fa altro che rendere l’Onnipotente quasi un inetto. Non raramente, proprio chiedendo a Dio di mostrare la sua forza e la sua potenza, non facciamo altro che rendergli impossibile di intervenire nella nostra storia e di accompagnare il nostro cammino. Paradossalmente più pretendiamo da Dio ciò che non è, più lo rendiamo innocuo.
Come Giobbe, anche noi abbiamo bisogno di vivere l’esperienza del salmista il quale può dire: «Bene per me se sono stato umiliato, perché impari ad obbedirti» (Sal 118,71). Laddove tendiamo a riporre la nostra gioia nei nostri successi “pastorali” («anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome» (Lc 10,17), Gesù ci invita a riporre la pienezza della nostra gioia nel Mistero che avvolge la nostra vita e che non è scritto sulla terra ma tra le stelle del cielo: «Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20).
Siamo chiamati ad attraversare la vita e la storia con i piedi per terra e gli occhi sprofondati fra le stelle del cielo. La verità, la bellezza e la gioia del nostro essere e del nostro vivere abitano nel vuoto che intercorre tra cielo e terra: uno spazio che si è svuotato di tutto ciò che è inutile, carnale, oppressivo, uno spazio vuoto ma che permette a Dio di invadere il nostro spirito libero da ogni carnalità.
Spazio che si svuota con il distacco, come direbbero i grandi Mistici speculativi medievali. Per conservarci in vita il Signore, come nel caso di Giobbe, è talora obbligato a gettarci «su polvere e cenere» al fine di non farci dimenticare che la nostra «patria invece è nei cieli» e che il segreto della nostra gioia in terra consiste in questo distacco dall’inutile terreno che ci fa andare sempre oltre, ci fa volare. Solo questo “oltre” ci permette di conoscere ogni giorno di più e non «per sentito dire» l’Autore della nostra gioia e della nostra pienezza.
Passiamo al testo di Luca che ci scuote con l’immagine di un Dio che sembra marcare le precedenze: «Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu». Ci scuote l’immagine anche perché un giorno Gesù la capovolse letteralmente, cingendo lui il grembiule e lavando i piedi impolverati dei discepoli e, giorni prima, aveva detto che nel regno futuro sarebbe stato lui a cingersi le vesti, a metterci a tavola e a passare a servirci.
Ma la frase finale di Gesù lascia più di una domanda: «Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. Ma in che senso “inutili” se avremo fatto tutto quello che ci era stato ordinato?
Gli esegeti ci fanno notare che la parola greca, usata da Luca, è “a-kreioi”, che significa “coloro che non cercano vantaggi”. Servi dunque senza calcolo o pretese, contenti di aver fatto il lavoro affidato. “Un’espressione di umiltà e di disponibilità”, come ha detto papa Francesco, che aggiunge: «Questo atteggiamento verso Dio si riflette anche nel modo di comportarsi in comunità: si riflette nella gioia di essere al servizio gli uni degli altri, trovando già in questo la propria ricompensa e non nei riconoscimenti e nei guadagni che ne possono derivare». E allora viene spontaneo chiederci: “Dove vediamo noi una speranza per un mondo futuro, in chi la poniamo?”.
Dove? Negli uomini presuntuosi di sé, quelli che celebrano se stessi, sprezzanti di tutto e di tutti? Vediamo forse qui una forza di cambiamento? O la vediamo in un popolo silenzioso, in quelli che non confidano in se stessi, che non usano menzogne, che rispondono con mitezza, che si adoperano per la pace, che si guardano da ogni corruzione, tra quelli che sanno pagare di persona e non si piegano ai potenti? La riflessione è urgente, dentro e fuori le chiese. Ci porta a chiederci: “Che cosa, e chi, fa fiorire veramente la terra?”.
Pensiamo anche alle nostre comunità cristiane. Che bello vedere cristiani che cercano di fare il loro dovere, senza sentirsi indispensabili, pronti a farsi da parte se è necessario, sempre in vista del bene della comunità, senza perciò creare autonomie o rivalità. Il nostro lavoro non è inutile, se è fatto in vista della vera crescita della nostra comunità.
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