Eraldo Affinati: “Gli studenti stranieri sono risorse, è pericolosa una legge basata sulla contrapposizione”

da www.huffingtonpost.it
22 Settembre 2026

Eraldo Affinati: “Gli studenti stranieri sono risorse,

è pericolosa una legge basata sulla contrapposizione”

di Mariagloria Fontana
Intervista con lo scrittore e docente sulla proposta di legge del governo sulla scuola: “Invece di concentrarci su questioni propagandistiche dovremmo affrontare la struttura dell’istruzione. Valditara aveva annunciato duemila nuovi insegnanti per sostenere linguisticamente gli studenti appena arrivati in Italia. Abbiamo bisogno di docenti con competenze specifiche, capaci di accompagnare i ragazzi nell’inserimento”
Eraldo Affinati, scrittore, conferenziere, formatore e docente, torna in libreria con il suo ultimo libro, Nella palude del padre (Feltrinelli, 2026). Dapprima insegnante nelle scuole pubbliche, nel 2008 insieme alla moglie, Anna Luce Lenzi, ha fondato la Scuola Penny Wirton per l’insegnamento gratuito della lingua italiana ai migranti. Huffpost lo intervista dopo la proposta di legge sulla scuola della presidente del Consiglio Giorgia Meloni: tetto agli stranieri, burqa, integrazione e lingua.
La presidente del Consiglio ha detto che non è accettabile che in una classe italiana i bambini italiani possano sentirsi in un angolo perché diventati minoranza. Come giudica questa rappresentazione della classe? È il numero degli studenti stranieri a determinare la possibilità o meno di integrarsi? Un limite era già stato indicato ai tempi dell’ex ministra Gelmini.
Sì, un tetto c’è già. Non venne applicato perché ci si rese conto, già dai tempi di Gelmini, che questo approccio era sbagliato e, in molti casi, irrealizzabile. In diverse parti del Paese esistono classi con una larga maggioranza di immigrati e sarebbe impossibile pensare di scorporarle e ridistribuirle in un altro modo. Questo potrebbe implicare anche la chiusura di molti istituti scolastici. Ma soprattutto considero sbagliata, dal punto di vista educativo e didattico, questa impostazione basata sulla contrapposizione fra maggioranza e minoranza, fra immigrati e italiani. Ho insegnato per tanti anni in molte classi composte da immigrati e c’erano soltanto tre o quattro italiani, per esempio alla Città dei Ragazzi. E spesso erano le mie classi più belle.
Perché?
Quei pochi ragazzi italiani imparavano moltissimo dai loro compagni. Gli afghani raccontavano come avevano raggiunto l’Italia, gli arabi spiegavano il Ramadan, i moldavi parlavano della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Detto questo, è evidente che possa esistere il rischio delle cosiddette classi ghetto, cioè classi composte quasi esclusivamente da immigrati. Però accade perché spesso i genitori italiani non vogliono iscrivere i figli nelle scuole multietniche perché temono che possano perdere qualcosa. In realtà è nel confronto che ci si arricchisce. Se la tua identità, religiosa, culturale o di qualsiasi altro tipo, la tieni soltanto per te, rischia di inaridirsi, di condurti nella solitudine. La scuola deve costruire il bene comune, mettere a confronto le identità e fare in modo che possano convivere nel rispetto reciproco. Altrimenti, le persone si sentono isolate e possono entrare in una logica di conflitto. Per questo, l’impostazione di questo provvedimento è profondamente sbagliata. Trovo particolarmente grave che argomenti di questo tipo possano essere utilizzati dalla politica soltanto per conquistare consenso, parlando alla pancia del Paese ed esasperando le differenze. Il dibattito politico deve svolgersi nella legittima contrapposizione, ma esistono temi sui quali non dovremmo utilizzare la contrapposizione in maniera strumentale. Non dovremmo semplicemente dividerci per ottenere consenso.
Chi consideriamo “studente straniero”? Molti ragazzi risultano stranieri per l’anagrafe scolastica, ma sono nati in Italia, appartengono alle seconde generazioni e parlano perfettamente italiano.
Alla Penny Wirton, per esempio, lavoriamo con ragazze figlie di genitori egiziani, ma nate e cresciute in Italia, che parlano benissimo italiano e arabo. Diventano professoresse nella nostra scuola; spesso sono le più richieste dai ragazzi appena arrivati, perché percepiscono che hanno avuto genitori che un tempo si trovavano nella loro stessa condizione. La catalogazione è inevitabilmente insufficiente perché l’essere umano è complesso.
Chi sono questi ragazzi definiti riduttivamente “stranieri”?
Questi ragazzi stanno attraversando una vera rivoluzione personale. Possiedono una cultura spesso molto diversa dalla nostra e contemporaneamente vivono nel nostro mondo. Questo passaggio può essere positivo. Se invece una legge tende a radicalizzare le posizioni, allora può diventare pericoloso e, nelle personalità più fragili, rischia anche di generare reazioni violente. Quando il confronto avviene attraverso il ragionamento, invece, può produrre arricchimento per noi e per loro. Abbiamo bisogno di loro. Sono risorse. E non soltanto sul piano demografico, perché facciamo meno figli, oppure economico. Ne abbiamo bisogno anche sul piano culturale e spirituale.
Anche su burqa e niqāb, i dati dicono che numericamente, riguardano una minoranza estremamente ridotta. Secondo un dato del ministero dell’Interno del 2010, ultima ricerca che fu fatta, si era arrivati alla conclusione che le donne che indossavano niqāb e burqa in Italia fossero meno di quelle della Francia, che sono stimate tra 300 e 2000 (e in Francia ci sono molte più persone di religione musulmana rispetto all’Italia). È una priorità della scuola italiana?
Invece di concentrarci su questioni che rischiano di essere soltanto propagandistiche, dovremmo affrontare la struttura dell’istruzione. Il ministro Valditara aveva annunciato l’assunzione di duemila insegnanti per sostenere linguisticamente gli studenti appena arrivati in Italia. Sono figure necessarie. Quando un bambino entra in una classe e non parla una parola d’italiano, i consigli di classe spesso devono affrontare da soli la situazione. In quel caso servirebbe un insegnante con competenze specifiche nell’italiano come seconda lingua, capace di accompagnare il ragazzo nell’inserimento. C’è poi tutta la questione dello spazio didattico, che non dovrebbe coincidere esclusivamente con la classe tradizionale. Oggi abbiamo studenti con caratteristiche diverse e la classe, intesa come contenitore nel quale tutti restano chiusi per ore con un insegnante che parla, non sempre è lo strumento migliore.
Se potesse parlare con Giorgia Meloni, quale aspetto della sua esperienza le chiederebbe di tenere presente affinché il dibattito sugli stranieri non perda di vista le persone che siedono realmente dietro a quei banchi?
Le consiglierei di andare nelle classi e vedere che cosa succede realmente al loro interno, senza limitarsi a raccogliere osservazioni dall’esterno e pregiudizi. Dentro una classe possono esserci situazioni di tensione fortissima, con fenomeni di bullismo pericolosi, quando gli studenti sono tutti italiani e magari provengono tutti da famiglie considerate socialmente solide. E, viceversa, potresti aspettarti tensioni in una classe multietnica che invece non si verificano affatto. Molto dipende dagli insegnanti. Conta la vita reale delle persone, non gli schemi. Concentrarsi sulla realtà delle persone aiuta a capire meglio persino il proprio elettorato, che non può essere considerato semplicemente un bacino di voti.

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