11 ottobre 2026: VII DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
Is 65,8-12; 1Cor 9,7-12; Mt 13,3b-23
Da tempo come testo su cui riflettere scelgo il primo, anche perché è quello più snobbato dai preti, che solitamente si soffermano sul terzo, quello evangelico, come il testo di oggi: le parabole del seminatore e della zizzania erano le parabole più amate dai parroci di una volta, che le riducevano sul piano moralistico.
Tutti gli esegeti sono concordi nel dire che la spiegazione moralistica delle parabole sono opera delle prime comunità cristiane. Gesù si era limitato alla prima parte, puntando l’obiettivo verso l’Alto, verso il Padre, e non verso la terra, ovvero dicendo come i cristiani dovevano comportarsi. Prima l’intelletto, poi la volontà. Dio è l’Intelletto puro, ovvero Luce. E dentro di noi c’è una “scintilla divina” che ci permette di vedere il Bene assoluto, e nella luce poi si potranno fare le scelte morali migliori. La morale viene dopo la verità.
Soffermiamoci dunque sul primo testo, che è preso dal libro del cosiddetto Terzo Isaia, un anonimo che ha operato come profeta dopo l’esilio babilonese.
Diciamo subito che tutto il capitolo 65, da cui è tratto il passo odierno, sviluppa il contrasto religioso esistente sul territorio della Palestina dopo il ritorno da Babilonia (siamo dopo il 539 a.C.). I ritornati dall’esilio portano il loro bagaglio di sofferenza, ma insieme riscoprono il proprio entusiasmo e la propria fiducia nel Dio dei loro padri.
Succede sempre così dopo un periodo di schiavitù, ed è quindi naturale un certo iniziale entusiasmo, una voglia di vivere nella libertà. Però dura poco, perché, come è successo dopo la liberazione dalla schiavitù egiziana, la libertà impone i suoi costi. È più facile vivere in schiavitù che vivere in libertà. Non faccio esempi: sarebbero tanti, anche recenti.
Che cosa era successo per gli Ebrei tornati dall’esilio? Avevano trovato in Palestina un gruppo di connazionali che non erano stati deportati a Babilonia. Costoro si erano trovati disorientati, senza strutture, senza sacerdoti e senza tempio, e quindi avevano accettato l’idolatria, mescolandosi con popolazioni straniere. Quelli che tornavano in patria dopo l’esilio erano più determinati a rifarsi una nuova vita, a riprendere i valori dell’Alleanza, che erano stati come repressi nell’esilio, tuttavia a contatto con la cultura babilonese avevano acquisito una maggiore apertura rispetto ai connazionali rimasti in patria.
Dunque, gli ebrei esuli sono tornati da Babilonia con una grande voglia di restaurare una nazione santa, responsabile e fedele.
Il profeta sa di dover trasmettere due messaggi diversi, eppure ambedue di grande novità per ricostituire un futuro per tutti. Il Signore garantisce con una immagine efficace: se in un grappolo di uva ormai seccata c’è ancora qualche acino col succo, Dio non dice: “Distruggetelo”. Egli benedice e continuerà la fertilità e l’abbondanza, nasceranno da Giacobbe la discendenza delle 12 tribù; non ci sarà sterilità ma spazi e pascoli sui terreni che diventeranno sempre più produttivi. Il terreno coltivabile andrà da Saron, l’occidente e il nord della Palestina con i grandi pascoli, alla valle di Acor, l’oriente e il sud della terra d’Israele che è deserto improduttivo.
Dunque, il segno di Dio per il mondo ebraico è la produttività, il lavoro per tutti e il lavoro che rende. Non bisogna mai dimenticare che uno dei drammi di questo popolo, e spesso sperimentato, è il piantare la vigna e il seminare senza avere possibilità di raccolto perché, nel frattempo, gli eserciti sono passati ed hanno depredato e distrutto. Seminare e raccogliere è il concreto segno della pace e della fraternità che Dio benedice.
Nel testo trovate due parole, Gad e Meni, che vorrei chiarire. Erano divinità che molta parte del popolo idolatra venerava: Gad è la dea della Fortuna (conosciuta anche da noi) e Meni (sconosciuto ma etimologicamente significa “destino”), probabilmente era una divinità per propiziare il futuro. Non a caso il versetto 12 comincia proprio con “Io (il Signore) destino alla spada”.
Il testo di oggi fa ricordare Abramo e la supplica coraggiosa e carica di fiducia al Signore di fronte alla distruzione di Sodoma e Gomorra (Gen 18,22-33); ci fa ricordare la più curiosa preghiera di intercessione giocata sulla riduzione matematica della presenza di giusti in un popolo. Abramo iniziò da 50 e arrivò fino a 10: “Se ci fossero 50 giusti… se ci fossero 10 giusti, distruggerai questo popolo malvagio?” E il Signore garantì per 10 giusti. Ma, probabilmente non si trovarono 10 giusti e le città furono distrutte.
Passando all’attualità, talora mi chiedo come mai questo mondo sia diventato così brutale? Per mancanza di giusti? Se ci fossero dieci giusti, il mondo potrebbe salvarsi? Difficile rispondere. Il problema non è tanto religioso, quanto umano: essere giusti significa essere almeno umani, e, per non cadere in frasi fatte, essere umani comporta quel rientrare in noi stessi, e qui, dentro di noi, nel nostro essere, scoprire la sorgente dell’essere, quella divina. E qui il problema, più che religioso, si fa spirituale, che va oltre il fatto di essere religiosi o atei. Carlo Maria Martini diceva: “Io chiedevo non se siete credenti o non credenti, ma se siete pensanti o non pensanti. L’importante è che impariate a inquietarvi. Se credenti, a inquietarvi della vostra fede. Se non credenti, a inquietarvi della vostra non credenza”.
Il pensiero nasce dall’intelletto che è dentro ogni essere umano: se l’intelletto è spento, e perciò non riusciamo a pensare, allora non c’è religione o ateismo che tenga.
Più che l’ateismo, è la religione che potrebbe distorcere ogni idea di Dio, facendone un idolo per idolatrare se stessa. Dovremmo pur convincerci, a partire dai teologi, che il Cristianesimo non è di per sé una religione: è nato sulla croce mentre Cristo morente donava il suo Spirito.
Le false ideologie nascono quando l’intelletto è spento, o, quando l’intelletto da “attivo”, illuminato da Dio, si fa “passivo”, ovvero come una spugna subisce ogni condizionamento proveniente dall’ego, che riporta in noi il fascino delle cose, di ogni carnalità. E allora non scandalizziamo se Dio, per mezzo del profeta, dice: «Io vi destino alla spada; tutti vi curverete alla strage, perché ho chiamato e non avete risposto, ho parlato e non avete udito. Avete fatto ciò che è male ai miei occhi, ciò che non gradisco, l’avete scelto».
Chiariamo. Non è Dio che ci punisce, ma siamo noi che ci autopuniamo quando con il nostro agire, come ha scritto Sant’Agostino riferendosi al suo stato di immoralità precedente la conversione, entriamo nella “regio dissimilitudinis”, ovvero in uno stato di lontananza da Dio e di smarrimento interiore. Del resto Luca nella parabola del Padre misericordioso dice che il figlio minore, uscito di casa, inizia il suo percorso di ritorno quando “rientra in se stesso”. E la conversione non è un atto che risolve tutto, ma un cammino interiore che man mano ricompone ogni frammento in quell’Uno divino da cui siamo usciti e verso cui tendiamo.
Il vero male sta qui: quando stiamo male dentro, ma il nostro più grosso problema è che neppure ci rendiamo conto di star male.
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