Si stava meglio quando non c’erano i social network
da www.glistatigenerali.com
14 Ottobre 2026
Si stava meglio quando non c’erano
i social network
di Luigi Capoani
Il grande Matrix dell’economia digitale: dipendenza, manipolazione algoritmica, consumismo e una società che rischia di pagare il prezzo dei profitti delle piattaforme.
Matrix è un sistema. E il sistema è il nostro nemico.
«Matrix è un sistema, Neo. E quel sistema è nostro nemico».
È una delle frasi più significative del celebre film Matrix. Morpheus cerca di spiegare a Neo che la realtà nella quale crede di vivere è, in verità, una costruzione artificiale, un sistema progettato per controllare gli esseri umani e sfruttarli senza che essi ne siano consapevoli.
A distanza di oltre venticinque anni dall’uscita del film, questa metafora appare sorprendentemente attuale. Non perché viviamo in una simulazione informatica, ma perché abbiamo costruito qualcosa che, sotto diversi aspetti, ne riproduce il funzionamento: i social network.
Milioni di persone trascorrono quotidianamente ore all’interno di ambienti digitali costruiti e controllati da grandi società private. Ambienti nei quali algoritmi sofisticatissimi selezionano le informazioni che riceviamo, le immagini che osserviamo, le persone che visualizziamo e i prodotti che ci vengono proposti. Ma soprattutto, ambienti nei quali vengono impiegate sofisticate tecniche di manipolazione mentale e psicologica, capaci di sfruttare le nostre vulnerabilità, influenzare le nostre decisioni e orientare i nostri desideri, spesso senza che ne siamo pienamente consapevoli. Il tutto non per migliorare il nostro benessere, ma per massimizzare il tempo trascorso sulle piattaforme e trasformare le nostre debolezze in opportunità di profitto.
La differenza rispetto a Matrix è che nessuno ci ha obbligato a entrare. Abbiamo accettato volontariamente di farne parte. E abbiamo progressivamente cominciato a considerare normale ciò che normale non dovrebbe essere.
Quante volte abbiamo sentito dire, magari scherzosamente, che «si stava meglio quando non c’erano i social»?
È facile liquidare questa affermazione come l’ennesima manifestazione della nostalgia per il passato. Una variante del tradizionale «si stava meglio quando si stava peggio», pronunciata da chi non riesce ad adattarsi ai cambiamenti della società.
Ma siamo davvero sicuri che si tratti soltanto di nostalgia? E se, invece, questa affermazione nascondesse una verità ben più profonda? Se i social network, al di là degli indubbi vantaggi comunicativi, stessero progressivamente compromettendo alcuni aspetti fondamentali della nostra esistenza?
Le evidenze scientifiche sollevano interrogativi sempre più preoccupanti. L’utilizzo problematico dei social network può infatti presentare meccanismi di dipendenza analoghi a quelli osservati nell’abuso di sostanze stupefacenti. Una revisione sistematica di 28 studi di neuroimaging ha individuato alcune somiglianze nei circuiti cerebrali associati alla ricompensa e al controllo dei comportamenti (Wadsley & Ihssen, 2023). Più recentemente, ricercatori del National Institute on Drug Abuse statunitense hanno evidenziato ulteriori analogie tra l’utilizzo compulsivo dei social e le dipendenze da sostanze (Yuste et al., 2026). Naturalmente, questo non significa che Instagram produca gli stessi effetti tossicologici della cocaina, ma che determinate caratteristiche delle piattaforme digitali possono favorire comportamenti compulsivi riconducibili, almeno in parte, ai meccanismi delle dipendenze patologiche.
Di fronte a queste evidenze, una domanda sorge spontanea: perché continuiamo a permettere che grandi imprese private sviluppino sistemi tecnologici capaci di alimentare dipendenze, sfruttare vulnerabilità psicologiche e condizionare i comportamenti attraverso sofisticati algoritmi, traendone enormi profitti senza essere sottoposte a garanzie sanitarie e responsabilità proporzionate ai rischi?
Non si tratta di essere contrari alla tecnologia, né di negarne i benefici. Si tratta, piuttosto, di comprendere dove finisca l’innovazione e dove cominci lo sfruttamento delle fragilità umane. Perché il vero problema emerge quando una tecnologia smette di essere al servizio dell’essere umano e comincia, invece, a servirsi dell’essere umano.
Il tempo: la prima cosa che ci viene sottratta
La prima conseguenza dei social network è probabilmente anche quella più sottovalutata: il consumo del nostro tempo.
Instagram, TikTok, Facebook, YouTube e numerose altre piattaforme competono quotidianamente per conquistare la nostra attenzione.
Due ore al giorno trascorse sui social equivalgono a oltre settecento ore all’anno, ovvero circa trenta giorni completi della nostra esistenza. Ma il dato diventa ancora più impressionante se consideriamo il tempo effettivamente disponibile durante una giornata. Sottraendo le otto ore mediamente dedicate al sonno, due ore rappresentano già il 12,5% del nostro tempo di veglia. Se poi consideriamo il lavoro, lo studio, i pasti, gli spostamenti e le altre necessità quotidiane, ipotizzando di avere cinque o sei ore di tempo libero, quelle due ore arrivano a rappresentarne circa il 33–40%. In altre parole, rischiamo di dedicare ai social network oltre un terzo del nostro tempo libero, una delle risorse più preziose e limitate di cui disponiamo.
Non è una questione marginale. Il tempo è una risorsa economicamente scarsa, limitata e non riproducibile. Ogni ora dedicata a un’attività comporta necessariamente la rinuncia a un’altra.
Quelle ore potrebbero essere utilizzate per studiare, leggere, praticare sport, incontrare persone, imparare qualcosa oppure semplicemente riposare.
Non significa che tutto il tempo trascorso online sia necessariamente sprecato. Significa riconoscere che esiste una differenza sostanziale tra utilizzare consapevolmente uno strumento e consumare passivamente contenuti selezionati da un algoritmo in un meccanismo psicologico di dipendenza.
Un libro richiede attenzione, comprensione e memoria. Un percorso educativo richiede impegno. Lo scorrimento infinito di Instagram, invece, non richiede praticamente nulla.
Un video segue l’altro. Un’immagine sostituisce quella precedente. L’attenzione viene continuamente catturata e spostata.
Ma chi trae vantaggio da tutto questo?
Certamente le piattaforme, che monetizzano il nostro tempo.
È qui che emerge il primo grande paradosso: il nostro tempo ha un valore economico enorme per le piattaforme, ma noi lo cediamo gratuitamente, spesso senza ricevere nulla di proporzionato in cambio.
Non siamo semplicemente utenti. Siamo consumatori da analizzare.
Per comprendere realmente i social network bisogna partire dal loro modello economico.
Le principali piattaforme non sono istituzioni educative, associazioni culturali o enti filantropici. Sono imprese private che perseguono obiettivi commerciali. Non c’è nulla di sbagliato nel perseguire un profitto. Il problema nasce quando la redditività di un’attività economica dipende dalla capacità di trattenere continuamente l’attenzione delle persone, raccogliere informazioni sui loro comportamenti e influenzarne le decisioni.
Nel modello pubblicitario dei social network, il servizio apparentemente gratuito viene finanziato attraverso la monetizzazione dell’attenzione e delle informazioni sugli utenti.
Più tempo trascorriamo sulla piattaforma, maggiori diventano le opportunità di mostrarci pubblicità. Più interagiamo, più informazioni possono essere raccolte o inferite sulle nostre preferenze.
Più la piattaforma conosce i nostri interessi, maggiore diventa la possibilità di proporci messaggi commerciali personalizzati. Il tutto attraverso modelli matematici, strumenti statistici e sistemi di intelligenza artificiale sviluppati da società che dispongono di risorse economiche straordinarie.
Non occorre conoscere personalmente un individuo per influenzarne il comportamento. È sufficiente individuare regolarità statistiche nelle sue abitudini e prevedere quali contenuti abbiano maggiori probabilità di attirarne l’attenzione.
Ed è questo che rende il marketing sui social profondamente differente rispetto alla pubblicità tradizionale. La televisione trasmette messaggi commerciali destinati prevalentemente a un pubblico relativamente ampio. I social network possono personalizzare la comunicazione sulla base di caratteristiche individuali. Ma soprattutto possono farlo continuamente.
Inoltre, non esiste, per i social, un limite generale alla quantità di pubblicità equivalente ai tetti temporali previsti per la televisione europea, anche se esistono regole specifiche sulla trasparenza e sulla profilazione pubblicitaria. Il problema non è soltanto quanto marketing riceviamo, ma quanto quel marketing possa diventare personale, persistente e difficile da riconoscere.
Si arriva così a una domanda fondamentale: dove termina la pubblicità e dove comincia la manipolazione psicologica?
Il marketing dovrebbe aiutare le imprese a comunicare prodotti e servizi ai potenziali consumatori. Ma quando gli strumenti pubblicitari utilizzano algoritmi sofisticatissimi costruiti per individuare vulnerabilità, alimentare insicurezze e sfruttare meccanismi psicologici, non siamo più semplicemente davanti a una comunicazione commerciale.
Siamo davanti a un sistema criminale di manipolazione mentale che può trasformare le nostre debolezze in opportunità di profitto.
Gli influencer non sono nostri amici
Un aspetto particolarmente inquietante riguarda la figura dell’influencer. Le piattaforme hanno progressivamente cancellato una parte della separazione tradizionale tra vita personale e comunicazione commerciale.
Seguiamo quotidianamente persone che raccontano la propria vita, mostrano le proprie abitudini e condividono esperienze personali. Dopo mesi o anni, può svilupparsi una sensazione di familiarità. Abbiamo l’impressione di conoscere quella persona, di comprenderne i gusti e di poterne condividere i consigli.
Ma quella persona, quando promuove un prodotto dietro compenso, sta svolgendo un’attività commerciale per il proprio tornaconto personale. Non è un nostro amico. Non ci conosce personalmente. E soprattutto ha un interesse economico a catturare la nostra attenzione.
La Commissione europea ha pubblicato nel febbraio 2024 i risultati di un’indagine su 576 influencer: il 97% pubblicava contenuti commerciali, ma soltanto il 20% li segnalava sistematicamente come pubblicitari.
Sono numeri che dovrebbero far riflettere.
Il problema non è soltanto la mancata trasparenza. È la trasformazione della vita quotidiana in un mercato permanente. L’abbigliamento, l’alimentazione, l’attività fisica, le vacanze, l’aspetto fisico e persino le relazioni sentimentali diventano occasioni per promuovere prodotti.
Una parte dell’economia dei social si alimenta della costruzione continua di nuovi bisogni. Prima vengono mostrate immagini di vite apparentemente perfette, corpi impeccabili, vacanze continue e consumi costosi. Poi vengono proposti prodotti e servizi che promettono di avvicinarci a quegli ideali.
È un meccanismo commerciale particolarmente penetrante perché può partire proprio dall’insoddisfazione personale.
Il risultato rischia di essere una società nella quale le persone non comprano più soltanto ciò di cui hanno bisogno, ma ciò che viene continuamente suggerito loro come necessario per essere felici, desiderabili o socialmente accettate.
Il corpo perfetto, la vita perfetta e l’insoddisfazione permanente
Uno degli effetti più preoccupanti riguarda il rapporto delle persone con il proprio corpo e con la propria identità. Instagram e altre piattaforme espongono continuamente gli utenti a immagini di corpi idealizzati, spesso selezionate, ritoccate o costruite attraverso pose, filtri e interventi estetici.
Naturalmente non c’è nulla di sbagliato nel pubblicare fotografie o nel desiderare di migliorare il proprio aspetto. Il problema è la natura dell’ambiente nel quale queste immagini vengono diffuse. Non siamo davanti a una semplice rivista che possiamo scegliere di acquistare o non acquistare. Siamo all’interno di un sistema strutturato per raccogliere la nostra attenzione e che osserva le nostre interazioni e può proporci continuamente contenuti simili a quelli sui quali abbiamo mostrato interesse.
Una persona insoddisfatta del proprio aspetto può così ritrovarsi esposta ripetutamente a contenuti che enfatizzano specifici ideali estetici, trattamenti, diete e prodotti. Non occorre che la piattaforma conosca esplicitamente la sua insicurezza: è sufficiente che l’algoritmo intercetti un modello di comportamento associato a determinati contenuti.
È questo il rischio: che una vulnerabilità personale diventi un segnale commerciale.
Secondo un documento pubblicato nel 2023 dal Surgeon General statunitense, il 46% degli adolescenti intervistati tra i 13 e i 17 anni dichiarava che i social media li facevano sentire peggio rispetto alla propria immagine corporea. Non significa che i social siano responsabili di ogni problema di autostima, né che producano necessariamente gli stessi effetti su tutti.
Significa però che l’esposizione a questi ambienti può rappresentare un fattore di rischio che merita attenzione. Il corpo femminile e quello maschile rischiano di essere trasformati in oggetti di valutazione permanente.
Ogni imperfezione può diventare qualcosa da correggere. Ogni differenza rispetto a un modello ideale può trasformarsi in un motivo di insoddisfazione. Ogni insoddisfazione può generare una domanda di nuovi prodotti e servizi.
Il rischio è che il sistema non si limiti a vendere soluzioni ai problemi delle persone, ma contribuisca ad alimentare proprio i problemi che promette di risolvere.
Quando anche le relazioni diventano prodotti da consumare
La trasformazione non riguarda soltanto i consumi materiali. Riguarda anche le relazioni personali.
I social network hanno introdotto nuove modalità di conoscenza, ampliando le possibilità di entrare in contatto con altre persone. Ma hanno contemporaneamente favorito, in alcuni contesti, una rappresentazione delle relazioni basata sulla selezione rapida, sulla superficialità, sull’apparenza e sulla disponibilità apparentemente illimitata di alternative.
Una fotografia può diventare il principale criterio di valutazione di una persona. Un rapporto può essere sostituito dalla ricerca continua di qualcuno percepito come migliore.
Una relazione può essere vissuta attraverso la stessa logica con cui consumiamo altri prodotti: osserviamo, selezioniamo, proviamo e passiamo oltre. Naturalmente non tutte le persone utilizzano queste applicazioni in questo modo. Né sarebbe corretto attribuire esclusivamente alla tecnologia l’instabilità delle relazioni contemporanee.
Ma dobbiamo chiederci se determinati meccanismi digitali non rischino di rafforzare una cultura dell’intercambiabilità. Una cultura nella quale l’altro non è più considerato una persona con cui costruire qualcosa, ma una possibilità temporanea tra molte altre.
Il problema diventa particolarmente evidente quando il successo personale viene continuamente misurato attraverso l’approvazione degli altri. Follower, visualizzazioni, like e messaggi diventano indicatori impropri del proprio valore.
L’autostima rischia così di dipendere dal riconoscimento pubblico, mentre le relazioni possono trasformarsi in una competizione permanente per l’attenzione.
È una questione che riguarda la salute mentale ed emotiva delle persone e la qualità dei rapporti sociali. Non possiamo sapere con certezza quanto questi cambiamenti siano direttamente causati dalle piattaforme e quanto riflettano trasformazioni culturali già esistenti.
Ma ignorare il ruolo che gli algoritmi possono svolgere nell’amplificare tali dinamiche sarebbe altrettanto superficiale.
La finanza trasformata in un casinò digitale
Un altro problema gravissimo riguarda la crescente promozione online di strumenti finanziari e investimenti altamente speculativi. Per anni l’educazione finanziaria è stata considerata una competenza importante, da sviluppare attraverso lo studio e la conoscenza del funzionamento dei mercati.
Oggi può bastare aprire Instagram per incontrare qualcuno che promette di diventare ricchi attraverso criptovalute, trading online o presunti metodi per ottenere guadagni straordinari. Video di pochi secondi mostrano automobili di lusso, orologi costosi e stili di vita apparentemente eccezionali.
Il messaggio, esplicito o implicito, è sempre simile: anche tu puoi diventare ricco, basta seguire il metodo giusto. Ma che cosa viene effettivamente venduto? Talvolta non viene promossa la conoscenza dei mercati finanziari, bensì l’illusione di poter guadagnare rapidamente senza possedere competenze adeguate.
E qui dobbiamo avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Quando un individuo privo di conoscenze finanziarie viene spinto a scommettere il proprio denaro su strumenti speculativi, senza comprendere i rischi che sta assumendo, il suo comportamento può assomigliare molto più al gioco d’azzardo che a un investimento consapevole.
Il conflitto di interessi è evidente. Ma il problema è ancora più profondo: stiamo assistendo alla progressiva trasformazione della speculazione finanziaria in una forma di intrattenimento digitale che, per determinate categorie di utenti, può assumere caratteristiche molto simili al gioco d’azzardo patologico.
Attraverso algoritmi di personalizzazione, pubblicità mirate, notifiche continue e meccanismi di gratificazione, l’economia digitale può sfruttare comportamenti impulsivi e vulnerabilità psicologiche per incentivare operazioni finanziarie sempre più frequenti. Non è necessario dimostrare che ogni piattaforma identifichi clinicamente un soggetto affetto da ludopatia per riconoscere la pericolosità di questo modello.
Non si tratta di una semplice supposizione. Nel 2022 la Financial Conduct Authority britannica aveva già individuato nelle applicazioni di trading comportamenti simili a quelli del gioco d’azzardo problematico. Una successiva ricerca sperimentale del 2024, condotta su oltre 9.000 consumatori, ha dimostrato che determinate caratteristiche delle applicazioni — tra cui notifiche, classifiche e incentivi — possono aumentare la frequenza delle operazioni e l’assunzione di rischi, con effetti particolarmente rilevanti anche sugli individui con minore alfabetizzazione finanziaria.
Il quadro diventa ancora più preoccupante considerando che, secondo le analisi pubblicate dall’ESMA nel 2018, tra il 74% e l’89% dei conti degli investitori al dettaglio operanti in CFD registrava perdite.
La metafora è brutale, ma efficace: si rischia di costruire un ecosistema finanziario nel quale i piccoli risparmiatori diventano pesci piccoli da offrire ai pesci più grandi. Da una parte individui inesperti, attratti dalla promessa di guadagni facili; dall’altra operatori professionali, intermediari e promotori commerciali che dispongono di competenze, risorse e informazioni incomparabilmente superiori.
Se un’attività finanziaria viene promossa attraverso meccanismi psicologici analoghi a quelli del gioco d’azzardo, dobbiamo avere il coraggio di interrogarci sulla sua natura e soprattutto su chi trae profitto dalle perdite degli individui più vulnerabili.
Eppure continuiamo a trovare contenuti che promuovono il trading come uno strumento per ottenere facilmente indipendenza economica.
Il problema è particolarmente serio quando a questi messaggi vengono associati incentivi commerciali, programmi di affiliazione o compensi legati all’acquisizione di nuovi clienti. Chi promuove una piattaforma può ottenere un vantaggio economico dall’iscrizione degli utenti, indipendentemente dal successo finanziario di questi ultimi.
Dovremmo interrogarci sulla possibilità di vietare o limitare drasticamente la pubblicità algoritmica dei prodotti finanziari altamente speculativi, soprattutto quando rivolta a utenti inesperti.
Il tema richiama quello del gioco d’azzardo, la cui pubblicità è già vietata in Italia, anche sui social media, dal decreto-legge n. 87 del 2018.
Se riconosciamo la pericolosità della promozione del gioco d’azzardo, perché dovremmo sottovalutare la promozione aggressiva di prodotti che, per un investitore impreparato, possono tradursi in perdite altrettanto devastanti?
Non dobbiamo criminalizzare la finanza. Dobbiamo impedire che venga trasformata in un casinò digitale mascherato da educazione economica.
La libertà di espressione non equivale alla libertà di vendere ignoranza
Il problema si estende ben oltre la finanza. I social network hanno democratizzato la possibilità di comunicare pubblicamente, ma hanno contemporaneamente ridotto le barriere di accesso alla produzione e alla diffusione delle informazioni.
Oggi chiunque può aprire un profilo, presentarsi come esperto e raggiungere migliaia di persone. Un milione di follower non equivale a una laurea in medicina. Centomila visualizzazioni non dimostrano la validità di una teoria economica.
E una fotografia scattata in palestra non conferisce automaticamente le competenze necessarie per suggerire integratori, terapie o trattamenti per la salute. Eppure i social network hanno contribuito a costruire un ambiente nel quale la credibilità viene spesso confusa con la popolarità.
La conoscenza scientifica richiede anni di studio, metodo, verifiche e confronto con le evidenze. La popolarità digitale può essere costruita attraverso immagini, sponsorizzazioni, frasi provocatorie e video di pochi secondi.
Le due cose non sono equivalenti. Il problema diventa particolarmente grave quando la disinformazione produce un profitto.
Pensiamo al mercato degli integratori, alle cure alternative prive di adeguate evidenze, ai trattamenti dimagranti miracolosi e ai protocolli sanitari promossi da persone senza qualifiche professionali. Esiste il rischio che consigli potenzialmente dannosi vengano presentati come informazioni scientifiche soltanto perché risultano commercialmente convenienti.
Non tutte le medicine alternative sono identiche, né ogni prodotto promosso online è necessariamente inutile o dannoso. Ma nessun trattamento dovrebbe essere considerato efficace semplicemente perché è diventato virale.
Il sistema sanitario e quello farmaceutico presentano certamente criticità, conflitti di interesse e problemi che devono essere affrontati.
Tuttavia, il metodo scientifico, con tutti i suoi limiti, rimane uno strumento incomparabilmente più affidabile delle opinioni personali non sottoposte a verifica.
La libertà di espressione non può diventare un lasciapassare per vendere false competenze, diffondere consigli professionali pericolosi e guadagnare sull’ignoranza delle persone.
Su questo punto esiste un’esperienza internazionale interessante: quella cinese.
Nel giugno 2022 la Cina ha introdotto una regolamentazione che richiede qualifiche professionali appropriate agli operatori che svolgono determinate attività di divulgazione specialistica in diretta, in settori come medicina, finanza, diritto e istruzione. Le qualifiche devono essere verificate dalle piattaforme.
Non si tratta di un obbligo generalizzato di possedere una laurea per esprimere qualsiasi opinione. Si tratta del riconoscimento che determinate attività richiedono competenze professionali verificabili.
È un principio sul quale anche l’Europa dovrebbe riflettere. Il sistema cinese presenta evidenti problemi di censura e restrizione delle libertà che non possono essere ignorati. Ma riconoscere questi problemi non significa dover respingere automaticamente ogni sua scelta regolatoria.
Una cosa è impedire alle persone di discutere liberamente di medicina o economia. Un’altra è consentire a chiunque di presentarsi commercialmente come un professionista, fornendo indicazioni che possono danneggiare la salute o il patrimonio altrui.
I diritti dei consumatori, la tutela della salute e la libertà di espressione devono essere conciliati, non contrapposti.
La dipendenza invisibile: quando il prodotto è progettato per trattenerci
Esiste poi una questione ancora più delicata: quella sanitaria.
Per decenni abbiamo studiato i danni dell’alcol, del tabacco, delle droghe e del gioco d’azzardo patologico.Abbiamo introdotto limiti, avvertenze, politiche di prevenzione e strumenti di tutela.
Ma per i social network?
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, in uno studio internazionale condotto su quasi 280.000 adolescenti, la percentuale di ragazzi con comportamenti problematici nell’utilizzo dei social è aumentata dal 7% nel 2018 all’11% nel 2022.
Si tratta di comportamenti caratterizzati da difficoltà di controllo e conseguenze negative sulla vita quotidiana.
Non stiamo parlando semplicemente di persone che amano utilizzare la tecnologia. Stiamo parlando di situazioni nelle quali il rapporto con le piattaforme presenta caratteristiche assimilabili a quelle di una dipendenza comportamentale.
I sistemi di notifiche, ricompense imprevedibili, contenuti personalizzati e scorrimento infinito possono incentivare un utilizzo ripetuto e compulsivo.
Anche i circuiti cerebrali associati alla motivazione e alla ricompensa, nei quali interviene la dopamina, partecipano a questi processi. Naturalmente sarebbe scientificamente scorretto sostenere che Instagram produca necessariamente gli stessi effetti biologici dell’eroina o della cocaina.
Ma non occorre equiparare letteralmente i social alle droghe pesanti per riconoscere che determinati meccanismi possono favorire comportamenti compulsivi difficili da interrompere.
Il problema è tanto più preoccupante perché questi comportamenti vengono spesso considerati perfettamente normali. Una persona che trascorre ore ogni giorno a scorrere video, interrompe continuamente le attività per controllare il telefono e manifesta difficoltà a smettere raramente considera questa abitudine un problema sanitario.
Anzi, è un comportamento talmente diffuso da essere diventato socialmente accettato. Eppure le conseguenze possono riguardare il sonno, la concentrazione, il rendimento scolastico, le relazioni personali e il benessere psicologico.


Commenti Recenti