Lottiamo perché la Diocesi esca dal regime

 

 

di don Giorgio De Capitani

Tutto si può dire sulla protesta che è stata fatta nei giorni scorsi contro la mia rimozione da Monte, tranne che non abbiamo seguito la via più corretta, anche se poco o per nulla appariscente davanti agli occhi della gente.

Abbiamo deciso, fin dall’inizio, di affrontare i superiori, costringendoli a riflettere sul mio caso, e coinvolgendo la comunità di Monte, e, indirettamente, la Comunità pastorale S. Antonio abate.

È stato un lavoro lungo, anche stressante, con invii di messaggi, di lettere, e con richieste di incontri con i Vicari: quello episcopale di zona, don Maurizio Rolla, e il vicario generale di Milano, monsignor Mario Delpini.

Si è tentato di tutto, anche se ora riconosciamo con amarezza di aver raccolto solo vento. Ma non ci pentiamo. Ma non demordiamo, da ora si potranno, anzi si dovranno fare proteste più visibili. Non con l’intento di far cambiare ai superiori le loro decisioni ormai ben chiare e irremovibili, ma per far sentire la disapprovazione per un regime che deve cambiare.

Qui vorrei chiarire subito una cosa. Ho usato il noi, perché anch’io ho voluto partecipare, per due motivi.

Anzitutto, essendo ancora presente nella mia comunità – la chiamo ancora mia, perché la sentirò sempre mia -, ho potuto gestire la protesta in un certo modo, per evitare che la popolazione si facesse prendere dalle solite manifestazioni di facciata. Ho fatto di tutto perché, come dicevo all’inizio, si puntasse a dialogare con le autorità competenti. A parte il fatto che nessuno dei Vicari ha riconosciuto la correttezza del nostro comportamento (lasciamo perdere Scola che finora non ha neppure risposto alla lettera di un gruppo di mamme),  pensiamo che i superiori se ne siano accorti, e soprattutto che la gente dei paesi vicini si sia resa conto di quale pasta è fatta la Comunità di Monte.

Non solo per questo motivo, e tanto meno per difendere la mia posizione, ho lottato, lotto e lotterò soprattutto per far capire ai miei superiori che non si possono usare ancora certi metodi impositivi e che bisogna cambiare passo, uscendo da schemi religiosi che non tengono più, che uccidono la speranza di una nuova Umanità che avanza.

Le comunità cristiane non possono più vivere ripiegate su stesse, accontentandosi di fare qualcosa, magari di stravagante, pur di conquistarsi qualche benevolenza. Occorre la qualità, non la quantità. Per qualità intendo lo stile evangelico che trasforma l’agire, puntando al meglio.

Ma è mai possibile che i superiori non vedano che le comunità stanno scivolando sempre più verso il basso? No, se ancora oggi insistono nel tenere a freno gli spiriti ribelli, le comunità di base più aperte, rimettendo in ordine la struttura, costringendo tutti a rientrare, minacciando eventuali fughe in avanti.

A parte il metodo disumano dei superiori che trattano i preti come pedine di uno scacchiere, naturalmente il loro, spostandoli secondo il criterio della riorganizzazione efficientista delle Comunità pastorali (non importa se poi prendono cantonate su cantonate, scegliendo come parroci i preti meno adatti), il problema di fondo è questo: non vogliono accettare di cambiare ritmo, non tanto per accelerare, quanto per rinnovare.

Tra una comunità vivace e aperta e la struttura, ipocritamente essi preferiscono la struttura. Tutto in ordine! Nulla fuori sposto. E alé, si comincia daccapo. Tutti rientrati. Nel recinto. Con la soddisfazione dei superiori che di nuovo se la godono per essere riusciti nel loro intento di spegnere gli spiriti bollenti, e con la pace delle parrocchie che finalmente potranno fingere di volersi bene, senza più gelosie per chi è troppo avanti e dà fastidio.

Amen.

 

 

14 Commenti

  1. Lorella ha detto:

    Per GIANNI:
    ma il ricorso è stato presentato?
    Se non è stato presentato, sarà presentato?

    • GIANNI ha detto:

      Non saprei.
      Anch’io ho questa curiosità, ma spetta a don Giorgio decidere.
      Gli giro quindi la domanda, alla cui risposta sono peraltro anch’io interessato.

  2. Pietro ha detto:

    Come sempre accade, nella prassi consolidata di chi il potere detiene, le motivazioni di certi provvedimenti
    (possiamo dire disciplinari?) si connettono inevitabilmente a questioni di natura esteriore, come l’uso di un linguaggio crudo e senza mezzi termini,usato per chiamare le cose con il loro nome e cognome.
    Guarda caso, non si affrontano i problemi legati ai tempi che si vivono, il percorso dialettico dello spirito nel suo divenire, le gravi problematiche sollevate anche dallo stesso don Giorgio, il “dissidente”. Dissidente di che?
    Avrei tanto gradito che la gerarchia ecclesiastica si fosse un pochino pronunciata sui motivi della crisi di natalità in Italia e non limitarsi a dichiarare “in Italia nascono pochi bambini …” Mettere su famiglia è diventato un lusso e, per molti, un lusso anche sposarsi!
    La Chiesa cattolica fonda le sue radici sull’istituto della famiglia. E allora???
    Ce la prendiamo con don Giorgio, o denunciamo le lacune macroscopiche nella funzione sociale della Chiesa in generale?

  3. Valerio ha detto:

    Gentile don Giorgio,
    tenga duro e non si faccia intimorire. E’ una delle tante prove che chiede il Signore.
    Pensi quanto male hanno ricevuto prima di Lei altri uomini di Chiesa e spesso dalle gerarchie ecclesiastiche. Mi viene in mente il card. Martini per non dire di Papa Giovanni. Quanta sofferenza hanno sopportato anche costoro per colpa di loro confratelli asserviti solo alle logiche del potere. Moltissimi fedeli della diocesi di Milano stanno aspettando che il card. Scola raggiunga i 75 anni, sperando che la scelta del suo sostituto sia, stavolta, più felice.

  4. Patrizia 1 ha detto:

    In questa Istituzione c’è una totale insensibilità verso l’umanità delle persone, le loro problematiche e le sofferenze.Si deporta una persona da un luogo dove è vissuta tanti anni e oltre tutto avanti con gli anni senza preoccuparsi minimamente di quelle che possono esserne le conseguenze.

  5. Antonio Luigi Mori ha detto:

    La speranza è l’ultima a morire. E affidiamoci anche alla preghiera: Fiat voluntas Domini. Certamente, caro Don Giorgio, la tua comunità ti ama e ti è vicina. Questo le gerarchie non lo possono ignorare…

  6. Fausto ha detto:

    Caro Don Giorrgio,
    non mi intendo di Diritto e ancor meno di Diritto Canonico, ma mi sembra che quanto dice Gianni nel suo commento sia importante proprio per “far sentire la disapprovazione per un regime che deve cambiare”.
    Le sono molto vicino e sono vicino anche alla Comunità di Monte di cui mi sembra quasi di far parte, pur abitando a Varese.

  7. ada ha detto:

    Lei, comunque, don Giorgio, continui a pregare tanto e ad assistere ammalati, come faceva il card Martini, che la Provvidenza la guiderà verso un percorso che a noi sembra faticoso, ma che a chi è aperto a Dio e alla Profezia è sempre con Lui accanto, “non temerò alcun male, perchè Tu sei con me!”
    “*Tu fai ritornare l’uomo in polvere e dici: “Ritornate, figli dell’uomo”.
    *Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti,
    ma quasi tutti sono fatica, dolore;
    passano presto e noi ci dileguiamo.” – Queste parole dei salmi mi diceva il mio caro vecchio parroco quando andò anche lui in pensione a 75 anni ed io preoccupata gli dicevo che era tanto vecchio e che mi dispiaceva perderlo.
    Alla Sua età, quello che conta veramente è essere in grazia di Dio e camminare nella Sua volontà.
    Come diceva papa Giovanni XXIII, per essere in pace e in grazia, bisogna mettere il proprio IO sotto le scarpe!
    Auguri per il nuovo compito sacerdotale.

  8. GIANNI ha detto:

    C’è comunque una frattura, tra il perdiodo prelettera e post.
    Mi riferisco alla comunicazione di Scola.
    Prima, anche formalmente, non esisteva ancora, giuridicamente, un provvedimento di trasferimento, anche perchè va comunicato per iscritto.
    Ora è invece possibile fare ricorso.
    Il ricorso verebbe probabilmente giudicato da qualche esperto di diritto canonico, ma non dell’epicasopcato, secondo me della S. Sede.
    Può quindi darsi che più in talto, anche per la maggior sensibilizzazione a certe impostazioni, da parte di papa Francesco, riescano a vedere le cose in modo diverso.
    Ancora una volta, quindi, anche per questi motivi, consiglio comunque di tentare di percorrere questa via, non come alternativa ad altre possibilità, ma integratrice.
    Del resto, se il ricorso fosse accolto, tutto si risolverebbe, e a Scola verebbe imposta la revoca del provvedimento.
    Credo che questo sarebbe importante al di là del singolo caso, una via per tentare forme di rinnovamento.
    Quindi, anche vista l’incombenza dei termini, se non ora, quando?

    • curioso ha detto:

      C’è da allibire!
      Lei pensa che Papa Francesco sconfesserebbe S.E. Scola?

      • GIANNI ha detto:

        Io considero la cosa da giurista.
        Premetto di scusarmi, se Le rispondo SOLO ORA, ma ovvviamente non navigo sul web, o in particolare sul sito di don GIorgio, 24 ore al giorno.
        Ecco perchè le rispondo ora ed
        ecco come la vedo:
        la materia è regolata da alcuni articoli, in questo caso si chiamano canoni, da cui la dizione di diritto canonico, appunto del codice di diritto canonico.
        Diritto che, nel caso specifico, prevede quanto segue, riassumendo:
        1) è prevista in primis la facoltà del ricorrente di richiedere la revisione, in particolare la revoca, alla stessa autorità che ha emesso il provvedimento.
        Questo perchè nel diritto amministrativo canonico, si da peso, cosa non prevista nel diritto amministrativo italiano, ad una fase precedente il ricorso vero e proprio.
        2)Poi, successivamente, in casi di risposta negativa o si mancata risposta, è prevista la possibilità del ricorrente di ricorrere all’autorità gerarchica sovraordinata, rispetto a quella che ha emesso il provvedimento.

        Circa le possiblità di accoglimento:
        le posso garantire che chi ha diritto a proporre ricorso fa bene a farlo.
        Questo perchè non è mai esclusa a priori la possibilità di accoglimento.
        In questo caso la valutazione del caso è molto discrezionale.

        Le spiego perchè.
        In talune materie, come in questo caso, è lasciata facoltà discrezionale a chi decide, in questo caso poichè si afferma, nel codice, che il trasferimento debba avvenire per motivi gravi.
        Ora, occorre domandarsi: cos’è grave?
        Per mia personale esperienza, quando si lascia una tale dicrezionalità interpretativa all’autorità decidente, le confermo che le decisioni possono essere molto diverse, a secondo di chi giudica.
        per uno potrebbe essere grave quel che per altro tale non è.
        E’ la stessa ragione, per la quale di fronte a giudici diversi, es. primo grado, appello e cassazione, uno stesso caso giudiziario può essere deciso molto diversamente.
        Spero che la mia risposta sia esaustiva, se invece quello che voleva sapere è da cosa sia prevista la facoltà di ricorrere in via gerarchica, nel diritto canonico, le confermo che proprio nell’ultima parte del codice, è prevista questa facoltà, al pari di quanto previsto dal diritto amministrativo italiano, quando parla di ricorso in via gerarchica.
        Spero di aver soddisfatto la sua curiosità.

        Saluti e buone cose

        • curioso ha detto:

          Certo e la ringrazio sentitamente anche se resto nella convinzione che non se ne farà nulla in quanto il Papa è d’accordo con la Curia Milanese.