Omelie 2015 di don Giorgio: Terza Domenica di Quaresima

8 marzo 2015: Terza di Quaresima
Es 32,7-13b; 1Ts 2,20-3,8; Gv 8,31-59
I primo brano della Messa, tratto dal libro dell’Esodo, ci può aiutare ad affrontare il Vangelo di oggi, che ruota attorno a due parole importanti: verità e libertà. Nel primo brano, infatti, si parla di un Dio che ha fatto uscire il suo popolo dalla terra d’Egitto, in nome dell’alleanza. Ecco le due parole: liberazione dalla schiavitù egiziana e verità, ovvero l’Alleanza. Mosè, tra l’altro, ricorda a Dio i grandi patriarchi, tra cui Abramo, e anche quei Giudei che contestano Gesù si rifanno continuamente ad Abramo.
Partiamo dal primo brano. Dicevo che si parla di liberazione: Dio ha liberato il popolo dalla terra d’Egitto. Liberazione deriva da libertà e include la libertà. Questo è già interessante. Che significa oggi liberazione? Non vi sembra che sia una parola vuota, priva di quella libertà che coinvolge tutto il nostro essere umano? E per “essere umano” s’intende l’essere nel suo profondo, e non nella sua esteriorità. Possono anche liberarmi da tante schiavitù politiche, sociali e religiose, ma se, nel mio essere interiore, resto schiavo, che liberazione sarà mai? La storia è l’alternarsi di schiavitù esteriori e di schiavitù interiori.
E la cosa paradossale è questa: ogniqualvolta siamo usciti da schiavitù esteriori, siamo finiti in schiavitù ben peggiori, quelle interiori. E le schiavitù interiori sono anche prodotte o favorite dalla cosiddetta democrazia, che in realtà è una vera dittatura: sfruttamento dello spirito, attraverso manipolazioni molto subdole che intaccano il nostro essere. E, siccome sono subdole, non ci accorgiamo: ci sembra di essere liberi, di essere noi gli artefici del progresso, ma, in realtà, è il progresso a manipolarci, a renderci schiavi.
Vedete: quando si è schiavi perché non possiamo fare quello che vogliamo, la schiavitù è palese, è chiara, la soffriamo sulla nostra pelle. Ma quando si è in democrazia, ci sembra di essere liberi, ovvero non ci accorgiamo di essere plagiati da tutta una serie di condizionamenti, che non hanno però il volto del folle dittatore, La chiamano dittatura “dolce”.
Dio, nell’Antico Testamento, aveva fondato la liberazione sull’Alleanza. Una Alleanza, a dire il vero, un po’ strana, fuori dalle comuni leggi sociali. Era un’Alleanza “unilaterale”: anche se il popolo tradiva, Dio non si riteneva in diritto di scioglierla, come succede invece quando noi facciamo un patto con un altro. Se uno dei due viene meno, l’altro lo può sciogliere. Mosè chiarisce anche la ragione per cui Dio non poteva sciogliere l’Alleanza: Egli aveva giurato fedeltà a se stesso o per se stesso! In realtà, è da quando Dio ha creato il mondo che mantiene la sua parola, perché ha creato il mondo giurando fedeltà a se stesso di non abbandonarlo mai.
Questo però non significa che Dio prenda fisicamente per mano l’uomo o il mondo intero, e lo conduca come e dove vuole lui. Dio, nell’Alleanza, ha coinvolto anche noi. È solo nell’Alleanza che noi ci sentiamo liberi. Ecco la parola: libertà. L’Antica Alleanza non era perciò un legame coercitivo tra Dio e il suo popolo, così come la Nuova Alleanza non sarà un vincolo coercitivo tra Dio e l’umanità. La risurrezione di Cristo è la nuova Pasqua, perciò un passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà.
Dire Alleanza è dire cammino, è dire fatica, è dire prendere coscienza di ciò che siamo, del nostro dovere di essere liberi. Dio ci ha creati per la libertà, ma la libertà ce l’ha messa dentro, nel nostro essere.
Ma dire Alleanza è anche dire una storia di alternanze tra cadute in schiavitù e ricerche di libertà. La storia del popolo ebraico è un esempio. Liberato dalla schiavitù egiziana, in viaggio verso la Terra promessa è rimasto vittima di un’altra schiavitù, quella degli idoli, tradendo così l’Alleanza dell’Unico Vero Dio. Certo, Dio sapeva di avere a che fare con un popolo di dura cervice, ed ecco che Mosè si appella alla promessa di Dio, al giuramento che Dio ha fatto per se stesso. Sì, il popolo ti tradisce, ma questo non ti dà diritto di tradire te stesso. Questo era anche il senso delle preghiere dei profeti e dei santi. I profeti e i santi sfidavano Dio sulla fedeltà alla sua Parola. E credo che questa sia la vera preghiera, che a noi sembra magari una bestemmia. Quando succedono certe tragedie, dovremmo dire a Dio: non vedi che stai tradendo te stesso? E lui ci dirà: “Anche tu, uomo o donna, non tradire te stesso o te stessa!”. Preghiera è dialogo, è scontro, è sfida.
Il brano del Vangelo sembra riprendere il tema dell’Alleanza, ed è proprio perché quei Giudei che stavano sfidando Gesù se ne erano allontanati rivendicando una falsa primogenitura: “Abramo è nostro padre”, che Cristo vuole chiarire il loro errore di fondo. E così il dialogo finisce in uno scontro tra la vera figliolanza divina e la figliolanza di tipo genealogico o di parentela. Il punto chiave e il punto di partenza non può che essere la verità. È la verità che dà la libertà, e non viceversa.
Non intendo fare una disquisizione di carattere filosofico sulla verità e la libertà e sul loro rapporto. Limitiamoci al messaggio di Cristo che, nonostante affrontasse certi argomenti di alta levatura, non parlava mai da filosofo o da psicologo. Era anche un filosofo e uno psicologo, ma era soprattutto un pedagogo, nel senso che era venuto sulla terra per insegnarci a camminare con la testa all’in su. Provate a Immaginare le persone che camminano con i piedi per aria. Ecco, in realtà Cristo ha trovato l’umanità capovolta, e ha cercato di rimetterla in piedi.
Il nocciolo del dialogo di Gesù con i Giudei suoi simpatizzanti sta qui: come intendere la verità su Dio. Intenderla male significa rimanere schiavi, camminare con la testa all’ingiù. Ma Gesù, che sapeva usare una dialettica molto efficace, più che sulla verità porta il discorso sulla menzogna, l’esatto opposto della verità. E qui le reciproche accuse assumono risvolti drammatici e anche offensivi. Gesù dà del demonio a quei Giudei e quei Giudei danno del samaritano a Gesù. E pensare che Gesù proprio a una donna samaritana aveva fatto la più sconvolgente rivelazione su Dio.
Come si fa a dialogare, quando dall’altra parte c’è malafede? E la malafede diventa un ostacolo insormontabile, quando a fare da ostacolo è la religione. Non dimentichiamo: Gesù stava contestando la fede di quei giudei che addirittura credevano in lui. Non erano gli scribi o farisei, i suoi nemici storici. La menzogna del credente! L’inganno è forte, perché di mezzo c’è lo stesso Dio, tirato da una parte o dall’altra. Parlare di verità ci costerebbe anche poco, e magari saremmo anche tutti d’accordo. Ma quando si tira in ballo la menzogna, allora tutti ci sentiamo offesi.
Cristo, certo, era venuto per rivelare il volto di Dio. Ma attenzione alle parole: rivelare deriva dal latino “re-velare”, che significa togliere il velo. Non significa, come potrebbe suggerire il verbo italiano, mettere un nuovo velo.
Ecco, Cristo ci aiuta a scoprire il vero volto di Dio, togliendoci quella maschera che si chiama inganno. Quella di togliere il velo dell’inganno è un’opera che ci impegna ogni giorno, e che potrebbe costarci anche la vita. Così come è capitato allo stesso Gesù. Scrive Giovanni: «Allora (quei Giudei che avevano creduto in lui) raccolsero delle pietre, per gettarle contro di lui».

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