L’EDITORIALE
di don Giorgio
«Non possiamo essere felici se ci tormenta
il desiderio di ciò che non abbiamo».
Oggi in cui sul mondo intero è calata una fitta coltre di tenebre, perché alla massa è stato spento l’intelletto col beneplacito degli stessi idioti, che sembrano trovino piacere a farsi del male, ovvero essere sodomizzati, ricorrere a qualche pensiero antico che faccia un po’ di luce, non solo è utile, ma necessario. Un pensiero che può provenire dall’antico testo sacro, o da Cristo, o anche da qualche seme del Logos eterno che Dio ha seminato ovunque, anche presso gli antichi filosofi, greci o latini.
Nei giorni scorsi, ho trovato per caso un pensiero di Seneca. Due brevi note biografiche. Lucio Anneo Seneca (Cordoba 4 a.C. – Roma 65 d.C.) è stato un filosofo, drammaturgo e politico romano. Noto anche come Seneca il Giovane o semplicemente come Seneca, fu tra i massimi esponenti dello stoicismo eclettico di età imperiale. Attivo in molti campi, compresa la vita pubblica, fu senatore e questore durante l’età giulio-claudia. Si dice A seguito di una fallita congiura organizzata dal senatore Pisone nel 65, Seneca viene accusato di tradimento. Anche se probabilmente estraneo alla vicenda, Seneca non attende l’esecuzione della condanna a morte e decide di togliersi la vita, fedele ai dettami dello stoicismo. Curiosità. Seneca aveva uno stile di vita sobrio e austero. che rinunciò al vino, ai profumi, a cibi come funghi e ostriche, ai materassi morbidi e ai bagni caldi, sintomi di mollezza di spirito; pare che usasse solo acqua fredda e che inaugurasse ogni nuovo anno con un tuffo nel fiume Tevere.
Ecco la frase:
«Non possiamo essere felici se ci tormenta il desiderio di ciò che non abbiamo». Ed ecco la domanda: “Perché desiderare ciò che non abbiamo ci rende infelici?”.
Vi riporto un commento, che ritengo chiarificatore e stimolante.
«Diciamo anzitutto che questa frase di Seneca racchiude uno dei pilastri più profondi della filosofia stoica: il rapporto tra desiderio, mancanza e felicità. In un’epoca come la nostra, dominata dal confronto continuo e dal bisogno di avere sempre di più, il pensiero del filosofo romano appare sorprendentemente attuale.
Riflettiamo. Seneca ci invita a riflettere su un meccanismo psicologico molto comune: l’insoddisfazione cronica. Quando concentriamo la nostra attenzione su ciò che ci manca, finiamo per svalutare ciò che già possediamo. Il risultato è una sensazione costante di incompletezza.
Il punto centrale è semplice ma potente: la felicità non dipende dall’accumulare, ma dal saper apprezzare. Se il desiderio diventa ossessione, si trasforma in una fonte di tormento. Non è il desiderio in sé a essere negativo, ma il modo in cui lo viviamo.
Viviamo in una società che alimenta continuamente nuovi bisogni: oggetti, esperienze, status sociale. Questo crea una spirale senza fine. Appena raggiungiamo qualcosa, nasce subito un nuovo desiderio. Seneca ci mette in guardia proprio da questo ciclo, perché il desiderio incontrollato genera ansia, alimenta il confronto con gli altri, impedisce di vivere il presente. In pratica, più desideriamo ciò che non abbiamo, più ci allontaniamo dalla serenità.
Lo stoicismo insegna a distinguere tra ciò che possiamo controllare e ciò che non dipende da noi. Il desiderio spesso si orienta verso elementi esterni: ricchezza, successo, riconoscimento. Secondo Seneca, la felicità nasce invece da una forma di autonomia interiore, ciò significa: ridurre l’attaccamento ai beni materiali, accettare i limiti della realtà,
coltivare la gratitudine.
Non si tratta di rinunciare a tutto, ma di non rendere la propria felicità dipendente da ciò che manca. Il desiderio ci proietta sempre nel futuro: “sarò felice quando avrò…”. Ma questo “quando” si sposta continuamente. Seneca ci invita invece a fermarci e a guardare ciò che già abbiamo. La felicità, secondo questa prospettiva, è una pratica quotidiana fatta di consapevolezza.
Allenarsi a vivere il presente significa: riconoscere il valore delle piccole cose, ridurre il bisogno di confronto, accettare l’imperfezione
Nel mondo digitale, il confronto è amplificato: social network, vite perfette, successi ostentati. È facile cadere nella trappola del “non ho abbastanza”. Proprio per questo, le parole di Seneca sono ancora più rilevanti oggi. Ci ricordano che inseguire continuamente ciò che manca porta solo frustrazione. Al contrario, imparare a essere soddisfatti di ciò che si ha è un atto rivoluzionario.
Seneca non ci dice di smettere di desiderare, né di accontentarci per forza. Ci ricorda piuttosto che, quando fissiamo lo sguardo solo su quello che ci manca, rischiamo di non vedere più tutto il resto. In fondo, essere felici non significa avere sempre di più, ma riuscire a vivere con più pienezza quello che già c’è. La felicità, forse, non sta tanto fuori da noi, quanto nel modo in cui impariamo a guardare la nostra vita ogni giorno».
18 aprile 2026
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