Omelie 2015 di don Giorgio: Undicesima dopo Pentecoste

9 agosto 2015: Undicesima dopo Pentecoste
1Re 18,16b-40a; Rm 11,1-15; Mt 21,33-46
La vigna, simbolo d’Israele
Vorrei soffermare la vostra attenzione sul terzo brano della Messa: è la parabola dei contadini omicidi. Gesù ambienta la parabola nel contesto della vigna. Non è la prima volta che Gesù prende l’immagine della vigna. Perché la vigna? Che importanza aveva presso il popolo ebreo?
Scrive un esegeta: «Decidere di impiantare un vigneto, allora forse più di oggi, voleva dire vivere nella certezza della proprietà, sapere di poter investire con tranquillità i lunghi anni necessari prima di poter godere del primo raccolto, poter contare su un ambito sociale favorevole ed amico, capace del più disinteressato aiuto nel momento delle difficoltà”… Sono molte le immagini con cui i testi biblici raffigurano questo popolo, ma quella della “vite/vigna” sembra prevalere. Nei frutti che essa produce grazie alle cure del solerte contadino palestinese, o nell’assenza di questi frutti a motivo dell’incuria e dell’abbandono, la Bibbia vede il progressivo realizzarsi di Israele o la sua progressiva decadenza fino a estinguersi sotto il severo giudizio di Dio. Una vigna curata e florida, infatti, è l’immagine di tutto Israele che cammina alla luce della Parola del suo Dio. Una vigna abbandonata e distrutta è invece l’immagine del severo giudizio di Dio che “sradica” dalla terra promessa il popolo a lui infedele».
Osea fu il primo profeta a paragonare la terra d’Israele a una vite fertile (Os. 10,1). La vigna, dunque, è il simbolo d’Israele per eccellenza, la vigna che il Signore coltiva perché porti frutti di giustizia. Basti citare il profeta Isaia nel famoso “carme della vigna” di 5,1-7.
La vigna e la predicazione di Gesù
Gesù ricorre spesso alla immagine della vite e della vigna. Diverse parabole hanno la vigna come ambientazione. E non dimentichiamo ciò che scrive l’evangelista Giovanni, quando riporta le parole con cui Gesù si rivolge ai futuri credenti: «Io sono la vite e il Padre mio è l’agricoltore… Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto perché senza di me non potete fare nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e poi secca: poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà fatto».
Se la vigna del Signore era la casa di Israele (Is 5,7), ora la vigna del Signore è Gesù, è Lui, insieme ai tralci (= discepoli), la vera e nuova vigna, il nuovo popolo di Dio.
Se posso dire una mia impressione, l’immagine della vigna e della vite mi piace di più dell’immagine del pastore e delle pecore. Trovo nella vigna un qualcosa di affascinante, anche perché i greggi stanno quasi scomparendo o li vediamo raramente, ma soprattutto perché dire gregge e dire pecora ci richiama qualcosa di negativo, mentre i vigneti non solo non sono scomparsi, ma ci richiamano, più che il frutto della vite, ovvero l’uva e il vino, un rapporto vitale tra la vite e i tralci.
La parabola dei contadini omicidi
Come interpretare la parabola del Vangelo di questa domenica? Non è facile coglierne il significato originario di Gesù. Per due motivi.
Anzitutto, perché la parabola è stata ambientata in un clima di grande tensione tra Gesù e i capi dei sacerdoti e i farisei. E poi, perché è stata letta allegoricamente, inducendo a individuare i singoli personaggi del racconto fino ad arrivare a Gesù ucciso fuori le mura di Gerusalemme.
Bisogna poi uscire dalla mentalità sociale di quei tempi. Oggi, difficilmente accetteremmo la mezzadria, ancora in vigore fino agli anni ’70 del secolo scorso. Nella parabola sembra che Dio, dietro l’immagine del padrone della vigna, sia un despota che pretenda tutto il raccolto e che i contadini si ribellino ad un tale sopruso.
Perciò, per cogliere il nocciolo del pensiero di Gesù, usciamo da queste interpretazioni o letture, e così potremo notare subito una cosa interessante. Il padrone del terreno che pianta la vigna con attenzione e cura richiama l’immagine della Genesi, in cui è Dio stesso a piantare un giardino. Siamo, comunque, sempre nel campo delle immagini. D’altronde, si tratta di una parabola. La parabola è un racconto che va oltre l’episodio narrato. E allora che cosa scrive l’autore della Genesi (2,8)? «Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato». Letta così, la parabola assume un significato universale, dove al centro c’è un Dio creatore, la vigna è l’universo e il contadino è ogni essere umano. Dio ha affidato a ogni essere umano un mondo meraviglioso, e tocca a ciascuno di noi renderne conto, perché non siamo proprietari, ma solo amministratori.
Un esegeta così commenta: «L’affidamento della vigna non è un atto formale come un contratto di mezzadria o di affitto ma un vero e proprio affidamento, come l’invio dei servi per ritirare il raccolto, vanno letti nella più ampia relazione di amore tra il Creatore e la creazione, tra Dio, il suo popolo e tutta l’umanità. La deviazione dei vignaiuoli e dell’uomo è quella di non capire la relazione d’amore e proiettare in Dio il proprio desiderio di possesso arrivando a considerarsi pari a Dio e il Suo regno come una proprietà… Dio non è “padrone” ma Signore; la Sua vigna, il Suo regno, il mondo stesso, perfino la storia non ci appartengono e non ci apparterranno mai. Noi siamo solo degli affittuari di un dono che ci è stato affidato per amore. Sembra invece che stiamo “giocando” a fare i padroni insulsi e incoscienti, irrispettosi anche di ciò che riteniamo nostro distruggendo il mondo, quella vigna preziosa e amata dal creatore di cui facciamo parte: lo sfruttamento del petrolio e delle materie prime, la deforestazione, la cementificazione sconsiderata, l’inquinamento dell’atmosfera, l’assolutizzazione della proprietà e del libero mercato. Così l’ideologizzazione, gli assolutismi, generano inimicizie, armamenti, guerre, violenza dell’uomo sull’uomo: vogliamo fare i padroni e non sappiamo gestire né ciò che riteniamo nostro né la nostra stessa vita».
Dio e lo scarto
Gesù cita le parole del Salmo 118, 22-23: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo». Che cosa Gesù intendeva dire citando il Salmo?
Commenta un altro esegeta: «Dio si serve di ciò che agli occhi degli uomini non ha alcun valore, e che quindi deve essere scartato e messo alla larga dalla vista di tutti, perché possa – nel nascondimento della dimenticanza – essere messo alla base di qualcosa di nuovo, possa essere alla base di un nuovo modo di vedere le cose, di una nuova prospettiva, della costruzione di un nuovo futuro, della creazione di una nuova umanità… non è certo una novità che nella vita di fede, nelle cose di religione, c’è chi crede di sentirsi padrone di Dio, di potersi impossessare delle cose di Dio, di eliminare gli altri come fossero scarti e rifiuti della società in nome di Dio, anche se non si sa bene di quale Dio si tratti, visto che Dio è Padre di tutti e non disprezza nessuno. Ma la novità è l’annuncio che Gesù fa sulla scorta di questo: proprio chi viene scartato da coloro che credono di aver l’esclusiva di Dio e impediscono al Regno di crescere e di dare frutto, è la base per costruire una nuova umanità, un nuovo regno, una nuova società, potremmo dire anche una Chiesa nuova, differente, che sia una vera comunità di gente che lavora per il bene comune, e non per la sete di potere».

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