Omelie 2018 di don Giorgio: DODICESIMA DOPO PENTECOSTE

12 agosto 2018: DODICESIMA DOPO PENTECOSTE
Ger 25,1-13; Rm 11,25-32; Mt 10,5b-15
La legge del karma, o delle cause e degli effetti
Queste prime riflessioni mi sono nate leggendo il primo brano della Messa.
C’è una parola, che talora sentiamo nominare, ed è “karma”: deriva dalla radice del verbo sanscrito Kr che significa: fare, produrre, agire, dunque azione, spinta dalla volontà, in relazione al principio di causa ed effetto. Dire karma e dire legge causa-effetto sono la stessa cosa.
In sintesi: ogni evento è l’effetto di una causa che l’ha prodotto, e a sua volta un evento è causa di altri effetti, e così via. Sarebbe davvero interessante approfondire questa legge che fa parte della storia umana. La storia umana è un intreccio di cause ed effetti, per cui possiamo parlare di “inter-dipendenza”: nulla esiste in modo indipendente, ossia tutto ciò che esiste si relaziona con ciò che c’è intorno. Ne deriva che nel momento in cui noi compiamo un’azione, facciamo una scelta, o pronunciamo una parola, tutto ciò non finisce nell’istante, ma il nostro “fare” è come un eco che si propaga nella valle, ha un seguito, un effetto domino. Dunque: non c’è nulla che viene fatto e finisce nell’azione stessa, ma ogni azione va a relazionarsi con altri effetti, e tutto ciò avviene su diversi livelli, inclusi i pensieri. Un’unica parola ha un’influenza incredibile sul mondo esterno. Faccio un esempio: io dico una cosa, questa cosa viene ascoltata da una persona e andrà ad influenzare un’azione successiva della stessa persona e quest’azione, a sua volta, scatenerà molteplici altre azioni. Questa è inter-dipendenza.
Dico di più. Anche il non fare è comunque un fare; non facendo qualcosa stiamo comunque facendo qualcosa. Ad esempio, il non prendere una decisione è come prendere una decisione, è una scelta che facciamo, un’azione appunto. Quindi è bene sottolineare che noi non siamo mai liberi dalle azioni, agiamo costantemente, con i pensieri, con le parole e con il fare. Tutto ciò ci porta ad una prima comprensione di cosa sia il karma, in quanto tutte queste nostre azioni non finiscono in loro stesse, e quello che accade è che noi siamo i responsabili delle nostre azioni. Siamo noi i responsabili delle nostre azioni, o, se preferite, siamo noi che causiamo i nostri risultati, buoni o cattivi che siano.
Gli interventi diretti di Dio
Leggendo la Bibbia, e anche il primo brano della Messa, si ha l’impressione che Dio agisca direttamente sulla storia umana, anche con interventi eccezionali. È vero che gli esegeti ci avvertono che è un modo di dire semitico (ma allargherei il discorso anche alle altre religioni) per cui non è che sia Dio a intervenire direttamente, ma quella legge della storia per cui, come dicevo all’inizio, ogni evento ha le sue cause e i suoi effetti.
Far intervenire direttamente Dio, come fa la Bibbia, dietro la giustificazione dell’Alleanza da far rispettare è una concezione religiosa o teologica della storia, che può avere le sue ragioni profonde.
Se è vero che la storia è un insieme interdipendente di cause ed effetti, il credente va oltre: al di là di tutto, egli vede una presenza divina, che può assumere anche il nome di giustizia, secondo cui c’è una legge superiore che, nonostante tutto, guida la storia. Possiamo anche dare un nome particolare a questa presenza divina, ed è grazia. Già il nome rimanda a un mondo di gratuità, perciò di non necessità, come può essere la legge delle cause e degli effetti.
Ecco, la grazia può interrompere la catena meccanica o, meglio, attenzione”!, è la grazia che condiziona la catena meccanica delle cause e degli effetti.
Sarebbe anche interessante rilevare l’aspetto ironico presente negli scritti dei profeti. Come se Dio si prendesse gioco degli intrighi dei potenti. E che dire dell’ironia presente nel quarto vangelo? Giovanni non presenta mai Gesù vittima degli eventi, ma come il vero regista, anche nei momenti più drammatici: le vittime sono gli autori del male, e vengono ironizzati. Questi sono i veri sconfitti. Proprio quando si sentono all’apice del successo, cadono sfracellati al suolo.
Ma siamo veramente liberi?
E qui si pone una domanda cruciale: siamo veramente liberi? In altre parole, da soli ce la facciamo a uscire dalla legge inesorabile, meccanica, di necessità, dell’intreccio cause ed effetti, senza perciò la grazia divina?
Partiamo da una constatazione di carattere storico: i periodi di schiavitù di un popolo sono più numerosi dei periodi di libertà, e i periodi di libertà sono per lo più apparenti. Libertà e schiavitù sono da intendere non solo dal punto di vista politico. La vera schiavitù è quella del tipo spirituale, quella cioè che riguarda il nostro mondo interiore.
Dico di più. Non c’è nessuno, e perciò nessun essere umano che conosca in realtà l’esperienza di un’autentica e radicale libertà. Anche i cosiddetti “spiriti liberi” sono rari, per non dire rarissimi, per non dire irreali.
La libertà è pura utopia: non facciamo che sperimentare ogni istante l’amarezza della schiavitù, che è quell’insieme dei vari complessi condizionamenti, che provengono da qualsiasi parte, in quanto credenti e non credenti.
E qui dobbiamo dire una cosa: la Bibbia sembra presentare un Dio che castiga, come se la punizione fosse la strada migliore per condurre un popolo verso la libertà.
La libertà proviene dal nostro essere interiore, ed è qui, nella nostra interiorità, che si gioca la nostra esistenza, e il futuro dell’umanità. Ed è qui che possiamo trovare la fonte della libertà, che è lo Spirito divino o grazia.
A parte il mondo politico che ha della libertà una concezione miope e grottesca,  anche la religione fa della libertà una questione morale, comportamentale, dimenticando che il vero Dio che parla nello Spirito l’abbiamo dentro di noi, ed è nel nostro essere interiore che si svolge la lotta tra il bene e il male.
Non si pretende che la politica faccia il salto di qualità, dall’esteriorità all’interiorità, ma non si può accettare l’alienazione di una religione che non fa che parlare di morale comportamentale, dimenticando in toto o quasi l’interiorità dell’essere umano.
Come alieni, ovvero come esseri umani alle prese con la nostra carnalità, saremo sempre vittime della schiavitù di ogni tipo: in tal modo, sarebbe assurdo comprendere che cosa sia l’essenza o il valore della libertà.

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