Omelie 2013 di don Giorgio: Ottava dopo Pentecoste

14 luglio 2013: Ottava dopo Pentecoste

1 Sam 8,1-22a; 1Tm 2,1-8; Mt 22,15-22

Premetto subito che i tre brani della Messa hanno un certo nesso tra loro: nel primo si parla della richiesta degli israeliti ad avere anche loro un re, come tutti gli altri popoli; nel secondo san Paolo invita a pregare per i re e gli imperatori, coloro cioè che detengono un potere sul popolo; il vangelo narra l’episodio della moneta con l’effigie dell’imperatore: pagare o no le tasse all’impero romano? Come si può vedere, di mezzo c’è sempre il potere, e il suo rapporto con Dio. Una questione dibattuta ancora oggi.
Vorrei soffermarmi sul brano del Vangelo, uno dei più noti per le parole: “date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Parole che ancora oggi vengono citate con tanta faciloneria, e a sproposito, equivocando sul verbo “dare”. Diciamo subito che anche gli esegeti più esperti concordano sul fatto che sono di difficile interpretazione. Cerchiamo almeno di chiarire alcune cose, a partire dal contesto. Gesù si trova a Gerusalemme, precisamente nel tempio. Siamo ormai alla fine della sua vita terrena. I suoi nemici lo stanno attaccando. Ed è anche lui che provoca, come quando scaccia i cambiavalute dal luogo sacro. Le tensioni aumentano. Fanno di tutto per screditarlo davanti al popolo. Gesù non fugge, ma contrattacca, anche con ironia, con quella superiorità d’animo che gli è propria. Gli chiedono: con quale autorità fai tutte queste cose? Egli risponde ponendo loro un’altra domanda: Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini? Ed essi non si sentono di rispondere, per paura. Ma non cedono. Ed ecco che cosa ora inventano. La cosa paradossale è che questa volta a porre una domanda tranello sono i farisei insieme agli erodiani. I farisei, “perushim”, erano i puri che consideravano un’umiliazione l’occupazione romana, mentre gli erodiani erano i collaboratori di Erode Antipa, perciò strenui difensori della romanità di Israele. Che strana coppia! Ma, come sappiamo, quando si ha un nemico in comune si mettono da parte dissidi e rancori.
I finti amici vogliono sfidare Gesù, ma prima di porre la domanda, fanno un elogio sperticato: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno”. Che ipocriti! Cercano di adulare Cristo con queste parole che sanno di incensamento ostentato. Il proverbio dice: “Chi t’accarezza più di quel che suole, o t’ha ingannato, o ingannar ti vuole”. Ed ecco la domanda: “Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito o no pagare il tributo a Cesare?”. Gesù non modera i termini, e risponde smascherando la loro malizia: “Ipocriti!”. Togliete la maschera! Siete in cattiva fede! E continua: “Mostratemi la moneta del tributo”. Ora è Cristo che li mette nel sacco. Chiede una moneta. I farisei, ingenuamente, frugano sotto la tunica e gliela porgono. I puri tengono in tasca una moneta con l’effigie di Tiberio Cesare! Siamo nel tempio, luogo sacro, dove era impensabile far entrare una moneta romana che violava il divieto di immagine e che, perciò, era sostituita con una moneta “neutra” ad uso esclusivo del tempio. Davvero ipocriti. Nelle questioni di principio volano alto e fanno i santerelli, ma nel quotidiano, come tutti, cedono a mille compromessi. Ma senza ammetterlo. Ci sono cascati, ma Gesù non infierisce e gioca con loro. ”Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?”. Gli rispondono “Di Cesare”. Gesù risponde: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Notate subito una cosa: Gesù usa il verbo “restituire” o rendere e non il verbo dare. Il verbo utilizzato non è “didomi”, dare, ma “apo-didomi”, restituire, rendere a qualcuno qualcosa che è suo, che gli spetta, che gli è dovuto.
Si chiede don Marco Pedron: «Cosa vuol dire questa frase? I farisei e tutti i giudei avrebbero voluto non restituire a Cesare quello che è di Cesare: avrebbero, cioè voluto non pagare le tasse per l’imperatore, ma non potevano. E, invece, devono farlo. Sì, devono restituire all’imperatore quello che è dell’imperatore (le monete). Ma la questione più vera, per Gesù, è un’altra. Perché a Dio devono restituire quello di cui si sono impossessati (“e a Dio quello che è di Dio”): il popolo. Non solo devono regolare i conti con l’imperatore ma anche con Dio. Si sono impadroniti del popolo, lo hanno condotto in schiavitù con regole false e lo tengono in mano con il pretesto della religione, annunciando un Dio che non è il vero Dio. I ministri di Dio devono rendere conto a Dio di cosa ne hanno fatto di Lui. Perché ridurre Dio ai nostri pensieri o alla nostra testa, è una bestemmia. Gesù li guarda e dice: “Avete ridotto Dio ai vostri schemi e alle vostre regole. Ma Dio non è così”. E dovrete rendere conto. E per assurdo, ma è vero, fu Gesù stesso ad essere condannato di bestemmia (Mc 14,64)».
Padre Ermes Ronchi commenta: «Se avessimo fra le mani quella moneta romana, capiremmo molto di più: il profilo dell’imperatore non era un semplice omaggio al cesare di turno, ma indicava la proprietà: egli era il proprietario di quell’oro e chi l’aveva in mano ne era solo un proprietario temporaneo. «Questa moneta appartiene Cesare, non dovete far altro che restituirla». Ma la profezia di Gesù sorge nella seconda parte della risposta, quando alla questione politica e storica, sul rapporto tra uomo e uomo, risponde conducendoci in profondità, al rapporto tra uomo e Dio. L’iscrizione sulla moneta diceva «al divino Cesare» o «al Dio Cesare». Proprio questa sintesi pericolosa Gesù vuole disinnescare: Cesare non è Dio.
«Rendete a Dio quello che è di Dio». Ma che cosa gli appartiene? «La terra, l’universo e tutti i viventi» (salmo 24,1); «io appartengo al Signore» (Isaia 44,5). A Cesare vadano le cose, a Dio le persone. Cesare non ha diritto di vita e di morte sulle persone, non ha il diritto di violare la loro coscienza, non può impadronirsi della loro libertà. A Cesare non spetta il cuore, la mente, l’anima. Spettano a Dio solo. Ad ogni potere umano è detto: Non appropriarti dell’uomo. L’uomo è cosa di un Altro. Cosa di Dio. A me dice: Non iscrivere appartenenze nel cuore che non siano a Dio. Libero e ribelle a ogni tentazione di possesso, ripeti a Cesare: Io non ti appartengo.
La risposta di Gesù ha come intenzione quella di allargare il problema: non di teorizzare l’autonomia delle realtà mondane, o la separazione dei poteri, ma quella di prendere le radici stesse del potere e di capovolgerle al sole e all’aria. Per Gesù Dio non è il potere oltre ogni potere, è amore. Non è il padrone delle vite, è il servitore dei viventi. Non un Cesare più grande degli altri cesari, ma un servo sofferente per amore. Tutt’altro modo di essere Dio».
Massimo Cacciari, filosofo vivente, commentando la risposta di Gesù ai farisei, dice: «L’interpretazione di gran lunga più significativa è quella dei Padri della Chiesa, quella di Origene, quella di Ambrogio, che è quella secondo me giusta. Cosa dicono? Che cos’è di Dio? Cosa dice Origene, che cosa dobbiamo a Dio: … a Dio quello che è di Dio, gli dobbiamo: corpus, anima et voluntas, cioè tutto. Che cosa dobbiamo dare a Cesare? La moneta, ma in che senso gli dobbiamo dare la moneta? Gliela dobbiamo dare perché dobbiamo liberarcene. Per dare tutto a Dio corpus, anima e voluntas, che cosa ci rimane? Dobbiamo liberarci, svuotarci di tutto, di tutto ciò che è possesso, e il discorso della moneta riguarda appunto questo. Il tributo che dobbiamo tributare a Cesare è tutto ciò che ci impedisce di essere tutti di Dio. Così i Padri interpretano la cosa, quindi è una dissimmetria totale, non è una divisione tranquilla di competenze. Se vuoi seguire me – dice Gesù – tu devi dare tutto quello che possiedi, tutto ciò che ti impedisce di seguirmi a Cesare, dallo a lui, a Cesare. Liberati di tutto, ma dice anche di più Origene: quella moneta è segno di malizia, tu devi liberarti dalla moneta che è segno di malizia e devi lasciarla al diavolo. Mentre dice Ambrogio: non puoi essere del Signore se prima non hai rinunziato al mondo, il gesto di tributare la moneta a Cesare è simbolo della rinuncia al mondo. Sentite la radicalità della parola di Gesù, altro che dire: questo è ambito mio, l’altro è ambito tuo, e si potrebbe continuare. Quale è la conseguenza drammatica di ciò? In queste parole si esprime una riserva sul potere politico, che nessun potere politico degno di questo nome potrà mai accettare».

 

 

1 Commento

  1. lina ha detto:

    Un’omelia che approfondisce molto bene il significato di questo episodio del Vangelo. Le parole di Gesù ci invitano a riacquistare la nostra libertà interiore e ad amare il Padre con tutto il nostro essere, affinchè si realizzino altre parole pronunciate da Gesù: Se rimanete fedeli alla mia Parola, sarete davvero miei discepoli e la Verità vi farà liberi.

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