Omelie 2015 di don Giorgio: Dodicesima dopo Pentecoste

 

16 agosto 2015: Dodicesima dopo Pentecoste
Ger 25,1-13; Rm 11,25-32; Mt 10,5b-15
Mi soffermo sul terzo brano della Messa. È l’inizio del capitolo 10 del Vangelo secondo Matteo, a cui gli esegeti danno un titolo: la missione dei Dodici.
I Dodici
Nei versetti precedenti al brano riportato dalla Liturgia, troviamo l’elenco dei Dodici apostoli. Il numero Dodici è in relazione con le dodici tribù d’Israele. Già qui potete notare una certa continuità con il passato, anche se poi Gesù se ne distaccherà, contestando radicalmente i due pilastri della religiosità ebraica: la Legge e il Tempio. Per ora, rimane nel solco della tradizione, tanto è vero che la prima missione degli Apostoli è nell’ambito della religione ebraica. Gesù, infatti, invia i Dodici apostoli (“apostolo” significa “inviato”) tra “le pecore perdute della casa d’Israele”, evitando di andare tra i pagani e i samaritani.
In fondo, è stata questa la stessa missione di Cristo, il quale, a parte alcune eccezioni, è rimasto in Palestina, predicando il suo messaggio al popolo ebraico e scontrandosi ripetutamente con i capi religiosi, che alla fine lo condanneranno sulla croce.
Il gruppo dei discepoli 
Anzitutto, bisognerebbe distinguere il gruppo ristretto degli Apostoli dai discepoli, che dovevano essere abbastanza numerosi, almeno all’inizio del ministero pubblico di Gesù. Poi, tanti se ne sono andati, man mano Gesù diventava esigente e provocava. Succede sempre così. I veri Maestri hanno pochi discepoli, e i profeti addirittura restano soli. Il consenso, prima o poi, finisce, quando si fa sul serio. Mi dispiace anche dirlo: la Chiesa tradisce il Vangelo radicale, quando attorno a sé ha troppe persone che la osannano.
Perché Gesù ha voluto essere attorniato da un gruppo ristretto
I quattro Vangeli parlano quasi esclusivamente dei Dodici apostoli, e in particolare di alcuni di loro: Pietro, Giovanni, Giacomo, i tre “preferiti” da Gesù: infatti, solo a loro è concesso di partecipare ad alcuni eventi particolari: vedi Trasfigurazione, l’episodio della figlia di Giairo, l’orazione all’Orto di Getsemani.
Dunque, un gruppo ristretto, Dodici, e, in questo numero, altro gruppetto ancora più ristretto: i tre prediletti. Non è strano questo modo di comportarsi di Gesù? Lo ritengo normale, e mi fa anche piacere che Gesù si sia comportato così: ciò rientra nella nostra natura umana, e Gesù era anche uomo, oltre che Figlio di Dio. Del resto, Gesù si comporterà allo stesso modo con le donne: pensate al rapporto di Gesù con le due sorelle di Lazzaro, Marta e Maria, e in particolare con Maria Maddalena, la sua preferita.
Ma, oltre a questo aspetto diciamo umano, c’è anche un’altra ragione, che non saprei come definire. Oggi saremmo portati a parlare di esigenza organizzativa o addirittura di natura politica. Ogni leader si circonda di fedelissimi, quelli più convinti.
Tuttavia, Gesù non si è mai comportato come un leader così come l’intendiamo noi. Il suo criterio non è stato quello di creare fanatismo tra i suoi seguaci, ma di renderli convinti di ciò in cui credevano. Se leggete attentamente i Vangeli, non trovate mai un elemento di esaltazione tra i Dodici apostoli. Anzi, Gesù non faceva che rimproverarli, chiedere a loro una fede sempre più profonda.
Ecco perché non sopporto i Movimenti ecclesiali o quei Gruppi di fanatici che sembrano più obbedienti al carisma del loro leader che allo stesso Gesù Cristo, che passa in secondo ordine. L’idolatria è qualcosa di spaventoso nelle istituzioni ecclesiastiche: l’idolo può essere il fondatore dell’Ordine o della Congregazione religiosa, è il tizio o il caio che ha dato l’input per creare un gruppo di fanatici.
Qual era la vera intenzione di Cristo: una Chiesa su una pietra monolitica, oppure su Dodici colonne?
Sarà sempre difficile, per non dire impossibile, rispondere a questa domanda. La Chiesa gerarchica, ovvero piramidale, ha dalla sua giustificazioni ramificate un po’ ovunque, nel campo biblico e nel campo teologico. Ma possiamo anche avanzare qualche ipotesi. Se Cristo avesse fondato la Chiesa su Dodici colonne invece che su una sola, che cosa sarebbe successo? A parte questo, oggi che cosa chiediamo alla Chiesa monolitica di Cristo? Non sarebbe il caso – da tempo lo sto dicendo – che il Sommo Pontefice conceda più responsabilità al Collegio episcopale? Sembra che ci sia una maggiore apertura, ma in realtà è proprio così? L’ultima parola non è ancora del Papa? E i preti che ci stanno a fare? Solo a obbedire? E il mondo del laicato?
Povertà e gratuità
Gesù, inviando i Dodici per la loro prima esperienza missionaria, più che indicazioni o consigli, dà precise istruzioni, indica alcuni orientamenti, mette chiare condizioni.
Non dimentichiamo che, quando Matteo ha messo per iscritto il Vangelo, aveva davanti una comunità già in fase discendente, quasi stanca e rassegnata, per cui si è sentito in dovere di richiamare con forza le parole di Cristo, in tutta la loro radicalità.
Le qualità dell’agire per un cristiano sono ben chiare: assoluta povertà, gratuità, oculatezza, prudenza, fermezza.
Solitamente ci colpiscono le prime due, su cui facciamo anche tanti bei discorsi: povertà e gratuità. In effetti, ci costa essere poveri e ci fa paura la gratuità. Povertà significa essenzialità. La povertà evangelica non è la miseria, ma vivere di essenzialità. L’essenzialità produce non solo il vero ben-essere, ma anche dà a tutti il diritto di vivere in dignità. Ogni di più è un furto, ovvero toglie ad un altro la possibilità di vivere dignitosamente. L’essenzialità porta alla uguaglianza e alla giustizia.
La gratuità è il volto più bello di Dio. La bellezza è gratuità. Qui entriamo tutti in crisi, a iniziare da noi credenti che oramai stiamo perdendo, anche nel campo del nostro volontariato, il senso più radicale delle parole di Gesù: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Dobbiamo pur vivere, certo. Forse si tratta di mettere dei limiti al nostro dare per ricevere.
Oculatezza, prudenza e fermezza
C’è anche la qualità della oculatezza. Come si può facilmente capire, il termine “oculatezza” deriva da occhi. Gli occhi ci permettono di vedere per distinguere ciò che è falso da ciò che è vero, ciò che è apparenza da ciò che è reale. Non dobbiamo essere ingenui, con la testa tra le nuvole, facilmente malleabili, condizionabili, manovrabili. Buoni sì, ma realisti.
La virtù della prudenza: occorre attenzione, saper agire senza avventatezza. Non dobbiamo dimenticare che il male c’è, pronto a rivestirsi di inganno. Forse qui l’esperienza dovrebbe aiutarci. Quante volte siamo stati ingannati! Il che non significa che dobbiamo vivere di sospetti o di troppa cautela, vedendo nell’altro un possibile nemico.
Infine, la qualità della fermezza. Non confondiamo, anzitutto, autorità con autorevolezza. In breve: il termine autorità si riferisce ad un livello gerarchico, e quindi al potere di grado; l’autorevolezza invece è una qualità di chi ha una certa responsabilità. Potremmo dire che autorità è avere (una carica, una posizione, un ruolo…), mentre autorevolezza è essere (qualcuno con determinate caratteristiche). Oggi, c’è troppo autoritarismo e poca autorevolezza.
Fermezza sta nel saper assumersi le proprie responsabilità, decidendo quando bisogna prendere decisioni, senza lasciarsi influire da nessuno. Mi pare che oggi, anche nel campo ecclesiale, ci sia per un verso troppo autoritarismo, e per l’altro troppo indecisionismo per il quieto vivere. Un falso concetto di democrazia da una parte crede di combattere l’autoritarismo, e dall’altra sta creando un tale  disorientamento da portare alla fine ancora all’autoritarismo. Questo succede nella vita civile, e nella vita ecclesiastica.

1 Commento

  1. Giorgio Mignani ha detto:

    Bella omelia!
    Don Giorgio “colpisce” sempre nel posto giusto!

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