Omelie 2018 di don Giorgio: QUINTA DI AVVENTO

16 dicembre 2018: QUINTA DI AVVENTO
Is 30,18-26b; 2Cor 4,1-6; Gv 3,23-32a
Un avvicinamento a una data o a un Mistero?
Ci stiamo avvicinando a passi spediti verso il Natale, inteso come celebrazione annuale di una data, precisamente il 25 dicembre, che dovrebbe ricordare la nascita in carne umana del Figlio di Dio, a Betlemme.
In realtà, sappiamo che si tratta di una celebrazione convenzionale (non conosciamo né il giorno, né il mese e neppure l’anno della nascita di Gesù) e si tratta di una celebrazione liturgica, composta per lo più di riti da celebrare nella loro esteriorità più solenne.
Ridurre tutto un Mistero divino (in effetti di Mistero si tratta) a un solo giorno è una cosa per lo meno semplicistica, visto che in quel giorno, il 25 dicembre, lo spazio dedicato al Mistero è forse di un’ora, e nulla di più.
L’Avvento, più che avvicinamento progressivo ad una data, dovrebbe essere una riscoperta che si rinnova di anno in anno di quella Rinascita interiore che, tra l’altro, avviene ogni giorno dell’anno, appena il credente prenda coscienza della realtà del mondo del suo spirito.
Dal primo brano alcuni spunti
Il primo brano della Messa offre alcuni spunti di riflessione in chiave mistica. Facciamo anzitutto una premessa esegetica. Negli scritti del profeta Isaia sono frequenti i passaggi dall’invettiva, dalla paura, dal giudizio alla speranza e alla salvezza offerta dal Signore al suo popolo, purché questi ritorni ad aver fiducia nel suo Dio.
Lo Spirito di Dio, il “maestro interiore”
Interessante come Isaia chiami Dio: “maestro”. Gli studiosi fanno notare che solamente nel versetto 20 capitolo 30 (fa parte del brano di oggi) troviamo la definizione di Dio come “maestro”, anche se in altri passi del suo libro il profeta usa il verbo “ammaestrare” per descrivere l’agire di Dio. In ogni caso, secondo gli esegeti ci sarebbe un collegamento tra la parola ebraica “moreh” (che significa “maestro”) e la parola “torah”, che significa “legge”. Il profeta Geremia è più esplicito quando scrive che la “legge” (“torah”) di Dio viene scritta dentro il cuore degli uomini.
Quando ero chierico (più di sessanta anni fa), mi parlavano spesso dello Spirito santo come di un maestro interiore. Poi, tutto si è esteriorizzato, e i maestri sono diventati qualcosa di esteriore al nostro essere interiore. Sì, sentiamo parlare di una Chiesa come una maestra che ci insegna, ma la Chiesa senza lo Spirito santo sarebbe nulla:  il nostro vero maestro è lo Spirito santo che parla all’interno del nostro essere, ovvero nel nostro spirito.
Dio aspetta per farci grazia
Tornando al brano di oggi, troviamo all’inizio queste parole: «Il Signore aspetta con fiducia per farci grazia, per questo sorge per avere pietà di voi… beati coloro che sperano in lui».
Al di là di ogni riferimento alla situazione storica del popolo ebraico, vorrei dire una parola che riguarda la nostra situazione diciamo spirituale: è questo che conta, se veramente la Parola di Dio parla sempre, e non solo ai tempi in cui è stata scritta.
Che significa allora che il Signore “aspetta”? Da quanto tempo “aspetta”? Forse da secoli, forse da millenni, se ci riferiamo alla storia umana. Anche oggi ”aspetta”.
In altre parole, l’Avvento, che è tempo di attesa, non riguarda tanto una nuova venuta di Cristo nel nostro essere interiore, quanto invece che ci risvegliamo per incontrare il Signore che è sempre pronto a donarci la sua grazia. Non siamo noi ad aspettare la venuta di Dio: è Dio che aspetta che noi lo incontriamo. Come ci aspetta? Con la sua grazia. Ed è qui il vero punto da capire. Sì, possiamo anche intendere grazia nel senso di perdono: Dio attende che ci pentiamo. Ma c’è molto di più. Non è tanto un perdono che riceviamo da Dio (e così tutto sarebbe risolto!), quanto invece la sua grazia, ovvero il suo stesso mondo divino.
Ma la grazia di Dio, ovvero la stessa realtà divina, come viene comunicata nel nostro spirito?
“Fuori”, tu dirai loro!
Ecco le parole di Isaia: «Considererai cose immonde le tue immagini ricoperte d’argento; i tuoi idoli rivestiti d’oro getterai via come un oggetto immondo. “Fuori!”, tu dirai loro».
Anche qui, diamo una interpretazione mistica. La Parola di Dio, se non entra nel nostro essere, è sterile, buttata al vento della esteriorità.
“Fuori”, urla il profeta agli idoli. Sì, fuori dal nostro essere. Lasciamoli in balìa del nulla. Gli idoli sono un nulla, dal momento che sono solo immagini (idolo vuol dire immagine), sono solo apparenze di cose che passano, di sensi legati al corpo che passa.
Dio non è un idolo, ovvero una immagine delle nostre congetture, dei nostri desideri, delle nostre aspirazioni, dei nostri progetti. Anche il dio della religione è l’immagine di una struttura, a sua volta immagine di un potere che, a differenza di quello politico, pretende di dominare sulle coscienze e sulla realtà dello spirito.
Il nostro essere interiore non è nemmeno una immagine di Dio, tanto meno di un dio idolo. Il nostro essere interiore è proteso verso l’Infinito, che è l’Immenso Dio, Sommo Bene, da cui emana come una necessità di sovrabbondanza ogni realtà di bene. Sì, Dio necessariamente, in quanto Sommo Sovrabbondante Bene, si effonde fuori di Sé.
“Fuori!”, allora, dal nostro essere più profondo ogni immagine riduttiva del Divino. E succede che non solo gli idoli riducono ad apparenze il mondo del Divino, ma credono di sostituirLo, con una tale supponenza e con una tale oscena blasfemia da frantumare l’Unità divina in tanti oggetti da adorare, oggetti che riducono a oggetto ogni cosa che toccano.
“Lui deve crescere; io, invece, diminuire”
Non c’è più tempo per riflettere sulle parole di Giovanni Battista: “Lui deve crescere; io, invece, diminuire”. Solo una brevissima riflessione.
Purtroppo, è successo nella Chiesa che tutto è cresciuto, nella sua struttura, nei suoi organismi, apparati, ritualismi, ecc. e Cristo è diventato non solo un nano, ma è quasi  scomparso nella nullità delle nostre esteriorità religiose.
Lui, Cristo, deve crescere; io, santo o non santo che sia, devo diminuire. Cristo nasce e cresce in me, e non fuori di me. Fuori di me, cresce il mio io.

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