Omelie 2017 di don Giorgio: TERZA DI QUARESIMA

19 marzo 2017: TERZA DI QUARESIMA
Es 34,1-10; Gal 3,6-14; Gv 8,31-59
Un Vangelo ricco di binomi significativi
In particolare nel quarto Vangelo, ci sono diversi binomi che sono come sfaccettature del Mistero divino e del mistero dell’essere umano. Ne elenco alcuni: Logos e incarnazione (Prologo); spirito e rinascita (incontro con Nicodemo); acqua e grazia, spirito e verità (incontro con la samaritana); acqua e spirito (Festa delle Capanne); cecità e fede (miracolo del cieco nato); morte e vita (miracolo di Lazzaro).
Da notare inoltre che questi temi, tra cui alcuni tra loro apparentemente contrastanti (morte e vita, ad esempio), sono sviluppati in contesti del tutto particolari: colloqui di Gesù con eretici (samaritana) o con capi religiosi ortodossi (Nicodemo); miracoli scandalosi per un ebrei, ligi ad esempio alla legge del sabato (miracolo del cieco nato); duri scontri, ed è il brano di oggi.
Gesù e quei giudei acerrimi nemici su tutto
Commenta don Raffaello Ciccone: «Il testo di Giovanni è molto complesso, poiché risente delle grandi polemiche, delle perplessità e dei drammi che portano allo scoperto la responsabilità dei puri e dei colti, l’ambiguità della loro fede, l’ideologia dominante dei perfetti, il rifiuto di mettersi in discussione. Si appoggia su un confronto terribilmente alto: tra Gesù ed Abramo (che qui è ricordato 8 volte). Il testo, così come viene presentato, offre alcune difficoltà interpretative. Tutta la polemica, ad esempio, non coinvolge “quei Giudei che gli avevano creduto” (8, 31). Ma la violenta requisitoria che segue, fino alla fine del capitolo, si rivolge alle autorità giudaiche, ostili a Gesù. È un dialogo terribile tra la rabbia degli interlocutori che si sentono sbugiardati e totalmente in balia della menzogna e Gesù che li affronta a viso aperto. Egli afferma persino che Abramo ha visto il suo tempo e se n’è rallegrato. Deve essere suonata come pazzia pura ma anche lucida e blasfema».
Ecco, in questo contesto fortemente polemico, dove volano le accuse più infamanti, troviamo delle perle divine: è proprio il caso di dire che è solo di notte che si vedono le stelle, e più la notte è buia, più le stelle luccicano.
“La verità vi farà liberi!”
Tutta la violenta diatriba nasce da queste iniziali parole di Gesù: “la verità vi farà liberi”. Parole così chiare, lampi così luminosi da squarciare l’ottusità di quegli ebrei, così testardi da credersi nel giusto solo perché fedeli seguaci di un capostipite, Abramo, la cui fede, lungo i secoli, si era dispersa tra i grovigli sempre più inestricabili di leggi e di tradizioni, tenute in vita con la violenza di una religione, che era riuscita perfino ad annullare ogni rispetto per la dignità dell’essere umano, in base al principio vincolante: prima la legge, poi la coscienza. Loro, quei caporioni, si sentivano liberi, solo perché si credevano figli di un antenato, ridotto a puro pretesto per giustificare la loro ottusità religiosa.
E Gesù che cosa fa? Rimangia o attenua ciò che ha detto? No. Rincara la dose, accusandoli di essere schiavi del peccato: una parola, peccato, che non poteva lasciare indifferenti coloro che si sentivano puri per privilegio di fede. Loro erano gli eletti, perciò incontaminati!
Non erano bastate le batoste di Dio e gli sferzanti rimproveri dei profeti per renderli umili e consapevoli dei loro tradimenti nei riguardi dell’Alleanza divina.
“Ex propriis loquitur”
Ma Gesù che cosa intende per peccato? Il peccato, al singolare, è la menzogna che attinge dal proprio io la falsificazione della verità. C’è un’espressione, che i Mistici hanno sempre ritenuto la chiave per capire dove sta l’inganno, quando Gesù dice a proposito del demonio: “Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna”. In latino si legge: “ex propriis loquitur”. L’inganno appartiene alla natura stessa del demonio, è qualcosa che gli è proprio. La menzogna è il suo mondo: appartiene all’ego del demonio.
Dunque, le menzogne, al plurale, provengono da un’unica menzogna di fondo, che è quella di parlare “ex propriis”, come Gesù rimprovera a quei giudei, che sono figli del demonio, padre della menzogna, proprio per questo: perché parlano di ciò che è loro proprio: “ex propriis”.
In altre parole, dice menzogne chi “ex propriis loquitur”, ovvero chi parla di ciò che deriva dall’amore di se stesso, secondo l’espressione dei Mistici: “amor sui”. La menzogna, dunque, risiede nell’amore del proprio ego; l’ego, secondo i Mistici, è l’ostacolo principale alla verità divina. Là dove c’è l’ego, l’amore del proprio io, non ci può essere verità.
“Alètheia” e “Veritas”
È interessante spiegare il significato etimologico della parola “verità”. Dipende, però, se prendiamo il termine greco “a-lètheia” oppure il termine latino “veritas”. Già è indicativo che l’italiano “verità” derivi dal latino “veritas”.
Il termine greco “a-lètheia”, che viene dal verbo “lanthano” (significa “sono nascosto”), preceduto dall’alfa privativo, sta a designare ciò che si scopre nel giudizio, ragionando. Il termine latino “veritas” vuol dire “fede” (per cui l’anello nuziale si può dire indifferentemente “fede” o “vera”): fede in un dato di fatto che non si discute.
Dunque, la verità secondo il termine greco significa “svelatezza”, disvelamento, rivelazione. Mentre il termine latino “veritas” indica una certa protezione, difesa, custodia di una verità, appellandosi ad una fede cieca, il termine greco “a-lètheia” significa “non-nascondimento dell’essere”: l’essere che viene a galla, si manifesta appunto, man mano si tolgono le varie credenze religiose. Giustamente è stato scritto: la verità come “alètheia” è “un atto dinamico, mai concluso, attraverso cui avviene la confutazione dell’errore e il riconoscimento del falso: non un pensiero statico e definito una volta per tutte, bensì movimento di rivelazione dell’essere”.
“Io sono”
Ora possiamo capire perché Gesù ha detto “Io sono”, togliendo così ogni sovrastruttura, ogni falsa credenza religiosa, smascherando l’ipocrisia di quei caporioni ebrei che tremavano al solo pensiero che Dio si presentasse come l’essere infinito e che perciò il vero credente dovesse adorarlo “in spirito e verità”, come Gesù aveva detto alla samaritana.

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