Omelie 2013 di don Giorgio: Quinta dopo il Martirio di San Giovanni

29 settembre 2013: 5^ dopo il Martirio di san Giovanni

Is 56,1-7; Rm 15,2-7; Lc 6,27-38

Questa sera riflettiamo insieme sul brano del Vangelo. Gesù, come al solito, non si limita a fare dei ragionamenti in astratto, ma espone il suo pensiero con degli esempi concreti. Anzitutto, si sofferma sull’amore interessato, quello ristretto nella cerchia tra parenti, amici e conoscenti, invitando ad uscire dal cerchio, per andare oltre.
Gesù cita i pagani o i peccatori, non tanto per offenderli, ritenendoli per natura dei depravati, quanto per far capire a tutti che la Novità evangelica è tanto alta e nobile da esigere un salto di qualità nei nostri rapporti umano-sociali, indipendentemente se uno è credente in Dio oppure no. È chiaro che, se i cristiani credessero radicalmente nel Cristo, che è l’immagine vivente della Gratuità e della Bellezza di Dio, darebbero un’immagine di sé diversa, anche nei rapporti sociali. Questo è il punto: se io credo in un Dio che è Gratuità e Bellezza, come potrei comportarmi come chi di Dio ha un’immagine distorta, come chi vive senza alti ideali? Cadrei anch’io nella prassi comune di chi trasforma ogni relazione sociale in un “do ut des”. E io credo che noi cristiani, con quel famoso generico slogan “vogliamoci bene”, corriamo il rischio di agire da egoisti, ma in un modo ancor più sottile, in nome proprio del fatto che ci riteniamo tutti fratelli, chiusi però nell’ambito di un gruppo o gruppuscolo. Ci piace vivere nel “nostro” gruppo: ci auto-gratifichiamo; e, se non siamo del tutto contenti e soddisfatti, andiamo di nuovo alla ricerca di qualcosa che ci appaghi. Qui sarebbe davvero interessante parlare dell’amicizia. Forse scopriremmo quanto siamo lontani da quella vera amicizia che soffre ogniqualvolta c’è anche solo un’ombra di interesse. Talora e spesso gli amici servono quando servono; talora e spesso gli amici fanno comodo, perché su di loro scarichiamo le nostre frustrazioni.
Nelle mie omelie, torno frequentemente sulla Gratuità e sulla Bellezza. La Gratuità è il volto più bello di Dio. In Dio la Bellezza e la Gratuità sono la stessa cosa. Non si possono separare. Parliamo poco della Bellezza di Dio. Eppure la Bibbia ne parla frequentemente. Nel Vangelo di Giovanni, al capitolo 10, troviamo questa definizione che Gesù dà di se stesso: “Io sono il buon pastore”. È corretto anche parlare di “bontà” del pastore, ma nella nostra lingua italiana l’aggettivo “buono” ha assunto un significato un po’ riduttivo: uno è buono perché è caritatevole, perché ha dei sentimenti umani, ecc. Ed è così buono che non farebbe male neppure ad una mosca, anche nel senso negativo di essere incapace di reagire ad una ingiustizia. Il testo originale greco ha un altro aggettivo, che significa: “bello”. Dunque, dovremmo dire che Gesù è il “Bel pastore”. Dire bellezza è dire di più. Ci fa pensare a qualcosa di straordinario, che va oltre una semplice bontà. Del resto, anche nella Genesi, l’autore sacro scrive che Dio creando il mondo, al termine di ogni giornata, “vide che era cosa buona”. Bisognerebbe tradurre: “Dio vide che era cosa bella”.
Ora, si può concepire una bellezza che è egoismo? una bellezza che è interesse? una bellezza che è calcolo? La Bellezza sarebbe deturpata! La Bellezza in quanto tale è Gratuità. Poco fa dicevo che la Bellezza e la Gratuità in Dio sono la stessa cosa. Se è vero che noi siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, non possiamo non riflettere Dio, in noi e nel nostro agire, come Bellezza e Gratuità.
Proviamo anche noi a fare esempi concreti. Ci hanno sempre detto che bisogna pregare, ed è giusto. Ma: “come” preghiamo? È “bello” il nostro modo di pregare? Anche la preghiera deve riflettere lo stile di Dio, che è Bellezza e Gratuità. Pregare è anche chiedere. Gesù stesso l’ha detto. Ma noi che cosa chiediamo al Signore? Anche le cose che chiediamo devono avere un loro stile. Come educhiamo i piccoli alla preghiera? A pensarci bene, tutti quanti: genitori, educatori, catechisti, preti e suore, dovremmo andare in crisi!
Quanto è importante lo stile del nostro rapportarci con Dio! Quanto è fondamentale educare ed educarci a parlare con il Signore, che è il Dio della Bellezza e della Gratuità! La religione ha veramente educato a pregare vedendo Dio come Bellezza e Gratuità? Perché allora siamo così tanto egoisti, chiusi in un mondo banale di interessi senza limiti? Perché siamo così brutti nel nostro modo di comportarci con noi stessi e con gli altri? La preghiera rivela il concetto che ho di Dio. Vedendo come pregano tanti cristiani, un dubbio viene se credano veramente nel Dio della Bellezza e della Gratuità.
Un filosofo ha scritto che la stessa società dipende dal concetto che si ha di Dio. Se si ha di Dio un concetto alto, allora anche la società prenderà un certo indirizzo, ma se si ha di Dio un concetto basso, anche la società ne risentirà. Provate a immaginare: se nei duemila anni di Cristianesimo avessimo avuto di Dio un’idea veramente alta, forse saremmo qui a lamentarci di una religione che non ha ancora fatto il salto di qualità, quello evangelico s’intende? Forse saremmo qui come cittadini a lamentarci di una società, ma solo perché non ci permette di vivere senza tanti problemi economici?
Dovremmo fare un serio esame di coscienza: che concetto ho di Dio? Solo come un perenne taumaturgo sempre disponibile a farci grazie a buon mercato? Dio è ben altro. Se anche solo intuissimo che cosa significhi Gratuità e Bellezza di Dio, forse ci vergogneremmo del nostro modo di vivere il Cristianesimo. La Chiesa in quanto struttura o un insieme di strutture avrebbe di che arrossire! Ma purtroppo non arrossisce. Ha imparato a convivere, predicando anche bene, ma razzolando male! Certo, non basta predicare bene, se poi l’idea che ho di Dio non si traduce in una forte convinzione vitale.
Gesù poi fa un esempio concreto, quello del prestito, su cui non possiamo sorvolare. Gesù dice esplicitamente: “Se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto”. Che cosa intendeva dire Gesù? Anche qui immaginate la reazione di tanta gente, anche cristiana, se Cristo tornasse a dire: Prestate senza interessi, senza ricevere nulla in cambio. Anche Cristo forse non pretendeva che si prestasse a fondo perso. Riflettiamo almeno sugli interessi che pretendiamo quando prestiamo qualcosa agli altri. C’è modo e modo di aiutare le persone. Ci sono anche legami che vanno oltre un aspetto puramente economico. Talora un bene che si riceve ci lega per tutta la vita, creando tutta una serie di condizionamenti veramente umilianti. Il detto popolare è noto: Nessuno fa niente per niente! Al momento sembra un gesto di generosità, in realtà è una bella fregatura!
L’interesse nella sua forma peggiore si chiama usura. Se prendiamo un dizionario, alla parola usura leggiamo: “uso del capitale dato ad imprestito; quindi, ogni specie di interesse che produce il denaro; per estensione, profitto che si ricava da un prestito, al di sopra del limite legale o abituale”.
Sarebbe davvero interessante evidenziare tutti i passi della Bibbia in cui Dio, tramite i suoi profeti, ha stigmatizzato l’usura. Dal libro del Levitico: “Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è inadempiente verso di te,  sostienilo come un forestiero o un ospite, perché possa vivere presso di te… Non gli presterai denaro a interesse né gli darai il vitto a usura” (25, 35-37). Dal libro dell’Esodo: “Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio; voi non dovete imporgli alcun interesse” (22, 24). Dal Salmo 15, 1.5: “Signore, chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sulla tua santa montagna?… colui che non presta denaro a usura”.
Comunque, c’è un limite: l’usura presso gli ebrei era proibita, ma solo all’interno dei membri del popolo eletto; veniva invece giustificata nei riguardi degli stranieri.
Anche numerosi filosofi, Platone e Aristotele, hanno condannato l’usura in base alla considerazione che il denaro, per sua natura, è sterile e non produce frutti; pertanto la richiesta di interessi è da considerarsi un comportamento contro natura. Anche i Padri della Chiesa, S. Ambrogio, S. Gerolamo e S. Agostino, furono severi nei riguardi degli usurai. Calvino, invece, giustificò l’usura, senza tuttavia avere seguito. Nel 1745 Benedetto XIV con una enciclica ne ribadì la condanna.
Possiamo dire che l’usura è un fenomeno che risale ai primordi dell’umanità, e che persiste ancora oggi. Se ne parla poco, anche da parte della Chiesa, mentre nel passato essa interveniva frequentemente nel condannarla come una piaga sociale. Non c’è solo l’usura che colpisce i singoli, c’è anche l’usura che colpisce le nazioni. Il problema dell’usura tra due persone assume un volto nuovo quando partner sono gli stati, normalmente uno stato ricco che presta a uno stato povero, che spesso non può restituire il denaro avuto e deve rinegoziare il debito a un interesse ancora più gravoso. È difficile uscire da questo cerchio mortale, se non c’è la buona volontà delle popolazioni più ricche nel concedere dei condoni o delle facilitazioni. Qui il discorso si farebbe lungo e complesso, e diventerebbe anche di carattere politico.
In ogni caso, l’usura è un delitto gravissimo, una perversione dei rapporti sociali. Siamo sempre al solito punto: ciò che rovina l’uomo e la società è l’uso del denaro. Quando il denaro diventa un idolo, allora tutto diventa lecito: lo si sfrutta in tutti i modi, anche giustificando gli eccessi, vedi le banche che non hanno scrupoli a dettare le loro leggi pretendendo senza scrupoli interessi esosi, senza guardare in faccia a nessuno. Nei momenti di crisi ciò può portare a situazioni veramente drammatiche.
Come uscirne? Non ci resta che tirar fuori dal Cristianesimo le migliori energie, e il suo segreto sta appunto nella Bellezza e nella Gratuità di Dio. Giustamente è stato scritto che solo la Bellezza salverà il mondo. La Bellezza è Gratuità. Basterebbero queste due parole per sconvolgere la società civile e la Chiesa cattolica.   

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