Omelie 2014 di don Giorgio: Terza Domenica di Avvento – rito ambrosiano

30 novembre 2014: Terza Domenica di Avvento
Is 51,1-6; 2Cor 2,14-16a; Gv 5,33-39
Domenica scorsa il brano iniziava con “Ascoltatemi!”. Così inizia quello di oggi, che, a metà circa, ripete un secondo imperativo: “Ascoltatemi attenti… porgetemi l’orecchio”.
Perché Israele deve mettersi in ascolto? Dio lo invita a guardare al suo passato, alle sue origini, al momento in cui è stato scelto per essere strumento per la salvezza universale. «Guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti»: la roccia e la cava sono immagini molto espressive, rendono bene l’idea dello stretto legame che c’è tra il Signore e Israele: un’Alleanza che Dio non scioglierà mai. E questo significa garanzia per il futuro del popolo eletto, soprattutto nei momenti difficili. Dio è sempre pronto a riprendere dall’inizio il bandolo della matassa.
Il profeta anonimo, autore del brano, ricorda il momento particolare della storia ebraica: i superstiti dall’esilio babilonese, tornati in patria (siamo nel VI secolo a.C.), devono rimboccarsi le maniche per ricostruire una nazione rasa al suolo. Altro che crisi economica! La terra promessa era ridotta a poche case, a pochi abitanti per di più ibridi: un miscuglio di razze e di religioni. Una desolazione e una confusione totale! Bisogna ripartire da capo. Ma Dio interviene subito: prima “ascoltatemi”. Prima che gli esuli si mettano a ricostruire la nazione, ordina loro di ascoltarlo.
Ricostruire non significa far finta di nulla: la desolazione di quella terra era il segno che qualcosa non aveva funzionato nel rapporto tra Dio e il popolo ebraico. Non certo per colpa di Dio. E allora? Bisogna ripensare una ricostruzione “nuova”. Quando, tornati in patria, gli ebrei, presi dall’ansia, mettono subito mano ai mattoni per ricostruire le loro abitazioni, il Signore, tramite il suo profeta, li rimprovera di pensare anzitutto a loro stessi, dimenticando il loro Signore. La ricostruzione andava fatta “ripensando” a ciò che era successo, per evitare che di nuovo succedesse. Che senso ha ricostruire per ricadere negli stessi errori di prima? Questo è il senso di: “Ascoltate”. Riflettete una buona volta! Non basta ricostruire case o cose: bisogna tornare ad essere saggi. Le case vanno costruite su solide fondamenta terrene, ma il vivere sociale ha bisogno di altre fondamenta, quelle che poggiano sul nostro essere, nel nostro essere.
“Ascoltate”: aprite gli occhi, ci direbbe ancora il Signore. Chissà perché al boom economico segue prima o poi una crisi, una ricaduta nella miseria materiale e sociale. Ci sono ancora degli economisti che affermano che il progresso economico è inarrestabile, progressivo, per la stessa legge naturale, secondo cui la ricchezza produce ricchezza, i beni producono altri beni. Ma la storia smentisce continuamente questa tesi.
Anche noi stiamo vivendo un momento difficile, simile a quello del popolo ebraico quando era in esilio babilonese. Un esilio che è durato più di settant’anni. E noi crediamo che in pochi anni passerà questa crisi, che sta mettendo a dura prova la nostra esistenza, anche nelle sue primarie esigenze di sopravvivenza. E ci illudiamo che tutto tornerà come prima. Ma non sarà così. Ogni crisi lascia ferite, i cui segni resteranno indelebili. Certo, usciremo prima o poi dall’esilio, torneremo in patria. Ma, ecco l’invito del Signore: “ascoltatemi”. Prima di riprendere a ricostruire sui rottami lasciati dalla crisi: “Ascoltatemi, attenti”. Bisogna ricostruire con saggezza!
Oggi tutti urlano in nome dei diritti (quali?), tutti protestano per tornare ai beni economici precedenti, tutti prospettano soluzioni immediate, ma nessuno vuole “ascoltare”. Ascoltare significa riflettere, ri-pensare, ovvero riprendere i grandi pensieri, quelli che cambiano la vita, ma prima devono cambiare la mentalità. Conversione!
Nel brano del profeta, Il Signore a chi si è rivolto? «Ascoltatemi, voi che siete in cerca di giustizia». Dio parte sempre da un nucleo, dal “resto d’Israele”, da ciò che è rimasto di saggio del suo popolo. Riparte dai suoi fedelissimi. Ma anche costoro possono essere disorientati. Dio li incoraggia!
Come si possono educare i ragazzi, se genitori ed educatori non hanno idee chiare sui valori fondamentali della vita? Come si può educare un popolo alla democrazia, se quanti hanno delle responsabilità non sanno che cos’è la giustizia e cos’è la legge-diritto?
Scusate se torno frequentemente su alcuni concetti, ma li ritengo così fondamentali e attuali da non poter fare a meno di insistere, anche perché, se leggete bene la Bibbia, il Signore stesso, tramite i profeti, insisteva ad esempio nel mettere in rapporto tra loro la giustizia e la legge (o diritto). La salvezza o liberazione scaturisce da questa interconnessione profonda.
Quando si parla di salvezza o liberazione s’intende il vero bene dell’essere umano, s’intende la liberazione dalle varie schiavitù. Ecco: l’essere umano prenderà la via della salvezza o della liberazione, quando saprà armonizzare tra loro la giustizia e la legge (o diritto).
Per noi credenti, è fondamentale sapere ciò che dice la Bibbia a proposito della giustizia e della legge. Secondo la Bibbia, giustizia che cos’è? È il disegno di Dio sul mondo: Dio vuole il bene dell’Umanità. I giusti allora chi sono? Sono coloro che rimangono fedeli a questo disegno di Dio: coloro che vogliono il bene di questo mondo.
Parlare di disegno o piano divino può sembrare qualcosa di astratto o di generico: in realtà, di che si tratta? La giustizia secondo la Bibbia è l’armonia del creato e del cosmo. Nel campo umano, è l’armonia del nostro essere. Che significa? Qui entrano in scena i grandi mistici, i quali nei loro scritti hanno trattato il tema della giustizia, a partire dal divino che c’è in noi.
Noi, purtroppo, poniamo sempre i diritti e i nostri problemi concreti, al di fuori del nostro essere, e parliamo di esistenza. Già la parola “esistenza” dovrebbe farci riflettere: deriva dal latino “ex – sistere”, ovvero stare (sistere) fuori (ex). Fuori da che cosa? Dal nostro essere. Sta qui la causa di tutte le nostre tragedie.
Ecco allora i mistici ci dicono: Se tu non sei, cioè se tu esci da te stesso, finisci per abitare nelle cose. Diventi forestiero a te stesso. Un alieno. Diventi un altro. E le cose finiscono per possederti. Perdi l’equilibrio. Rompi l’armonia. Esci dalla giustizia. L’uomo crede di prendere consistenza, appoggiandosi alle cose. E ciò crea ingiustizia verso gli altri, perché ciascuno si crea un proprio regno a spese degli altri.
Essendo fuori da me stesso, credo di rifarmi una esistenza, ma perdendo l’equilibrio che parte dal proprio essere interiore. L’esistenza, secondo l’etimologia della parola, è vivere fuori di casa, e fuori del proprio essere la legge è quella del più forte.
Ciò che noi chiamiamo diritto è quel qualcosa che è unito alla legge del più forte. Simone Weil si rifaceva al mondo greco, dove la giustizia aveva un significato vero, a differenza del mondo romano, dove il diritto aveva solo un valore giuridico, fondato sulla forza.
Ecco perché i mistici, come ad esempio Meister Eckhart, parlano continuamente di distacco, di povertà dello spirito. La povertà dello spirito è in realtà la nobiltà dello spirito: l’uomo nobile si distacca dalle cose e da se stesso, inteso come l’io dominante, perché riconosce che la smania di imporsi, di affermarsi, di permanere a tutti i livelli – non solo sociale, ma anche quello religioso – non è soltanto volgarità, ma una colpa, una menzogna.
Purtroppo viviamo in una società, dove è difficile, oggi più di ieri, trovare veri maestri, che sanno elevare il nostro spirito, renderlo nobile.
«A noi poverelli le matasse paion più imbrogliate, perché non sappiam trovare il bandolo…”, sostiene Agnese nei Promessi Sposi. E la stessa Agnese dice a Renzo e Lucia che “alle volte un parere, una parolina d’un uomo che abbia studiato”, potrebbe essere utile. Solo che l’uomo che indica: ”L’azzeccagarbugli” non fa al caso loro.
Di azzeccagarbugli è pieno il nostro paese. E noi restiamo in balìa di lestofanti che predicano giustizia, ma non sanno che cos’è la vera giustizia. Pescano nel torbido, rendendo l’acqua più sporca, costringendoci a berla. A loro basta un pugno di consensi. E noi sempre qui a chiederci: Ma che cos’è la giustizia?

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