Perché Travaglio con il caso Minetti punta a Mattarella: chi sono i mandanti dell’attacco sulla grazia
da L’Unità
30 Aprile 2026
Cosa c’è dietro l’attacco sulla grazia
Perché Travaglio con il caso Minetti
punta a Mattarella:
chi sono i mandanti dell’attacco sulla grazia
È evidente che c’è una congiura contro il Quirinale. Ora una cosa ci insegna la storia di Italia: se c’è una congiura ci sono anche gli 007…
POLITICA – di Piero Sansonetti
Sulla base delle informazioni di cui disponiamo, e della nostra esperienza, ieri abbiamo intitolato così la prima pagina: “L’obiettivo è Mattarella”.
Ovviamente riferendoci al caso Minetti. Oggi abbiamo letto il “Fatto Quotidiano” – che è l’autore e il motore dello scandalo – e l’editoriale del suo direttore, cioè di Marco Travaglio, e abbiamo avuto conferma piena e incontestabile della nostra tesi. Nel senso che Travaglio lo ha dichiarato apertamente: puntiamo a Matterella e vi spiego perché. Casomai ora bisognerà capire il perché dell’attacco a Mattarella e anche provare a indovinare quali siano le forze che ci sono dietro.
Trascrivo solo qualche riga dell’editoriale di Travaglio: “Ora vorrebbero farci credere che… è tutta colpa di Nordio…. E che il Quirinale non c’entra niente. Ma Mattarella presenziò ai funerali di Stato di Berlusconi, pregiudicato e finanziatore della mafia… promosse cavaliere del lavoro la figlia Marina… non ha avuto scrupoli a graziare l’igienista dentale berlusconiana… Sono mesi che il lato oscuro del potere lavora al “berluswashing” per spacciare il peggio del centrodestra – cioè Forza Italia – per la sua parte “buona”, nella speranza di traslocare nell’altro campo in salsa “salisiana” per l’ennesima ammucchiata in stile Draghi”.
Il lettore disattento potrebbe avere l’impressione che nel ragionamento ci sia un salto logico. Cosa c’entra il caso Minetti con le strategie politiche di Mattarella? Si direbbe che non c’entri niente e che forse Travaglio ha fatto un po’ di confusione. No: non è il tipo che fa confusione. In realtà quel che dice nel suo editoriale è molto semplice: il caso Minetti ci serve a colpire Mattarella e a far saltare il suo disegno contro la Meloni. Una volta accertato il senso dello scandalo Minetti, per quel che riguarda i suoi realizzatori, si tratta di capire se davvero il motivo per il quale si vuole colpire Mattarella sia semplicemente quello di difendere Giorgia Meloni, o se invece ci sia un disegno (come abbiamo accennato sull’Unità di ieri) diverso da quello di Travaglio e cioè il progetto di mandare a casa il presidente della Repubblica anzitempo e anticipare di due anni le elezioni del nuovo presidente, evitando il rischio che nel prossimo Parlamento non ci sia una maggioranza di destra, o comunque una maggioranza sufficiente. Le due ipotesi sono entrambe aperte, e probabilmente non in contrasto tra loro.
Ancora più aperte sono le ipotesi sui mandanti dell’operazione, e forse anche degli artefici. Diciamo che in Italia, quando capisci che c’è una congiura – e in questo caso mi pare indubitabile – se pensi che ci sia lo zampino dei servizi segreti è difficile che ti sbagli. Dal caso Sifar (1964) in poi (Anche in quell’occasione alla fine saltò un presidente della Repubblica, ma quella volta in modo e per ragioni del tutto opposte).
Dopodiché, quel che colpisce di questa brutta pagina di cronaca politico-giudiziaria, è il cinismo e la ferocia verso il bambino. Gettato nella polemica come il pomo di mela che provocò la guerra di Troia. È considerato un dettaglio, un oggetto, un effetto collaterale. A nessuno interessa la sua sorte. Perché se davvero a qualcuno interessasse, le sole tre domande da farsi sarebbero queste: è vero che questo bambino è malato? È vero che Minetti si è presa cura e si sta prendendo cura di lui? È vero che l’ha fatto operare a Boston? Chiuso. Se a queste tre domande la risposta è positiva non c’è più molto da indagare, si tratta solo di affermare un principio elementare ma disconosciuto che è quello secondo il quale l’interesse del bambino fa premio su ogni altra considerazione.
P.S. Ho visto che, in un articolo del Fatto Quotidiano, l’Unità è inserita nell’elenco dei giornali che hanno fatto retromarcia sulla grazia alla Minetti e al suo bambino. È una informazione sbagliata. L’Unità non ha fatto nessuna retromarcia. Personalmente continuo a considerare un’orda di vigliacchi quelli che si sono scatenati sul web contro Mattarella e contro l’istituto della grazia. E continuo a pensare che Il Fatto ha svolto in questa occasione un ruolo nefasto.
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da l’Unità
30 Aprile 2026
Il caso Minetti per azzoppare il Quirinale
Caso Minetti, Travaglio esce allo scoperto:
l’obiettivo è colpire Mattarella
Il Fatto si autodenuncia: il giornalista tuona contro Mattarella, accusandolo di voler staccare FI dalla destra e rilanciare le larghe intese dopo le elezioni
POLITICA – di David Romoli
Dal punto di vista giudiziario il caso della grazia per Nicole Minetti è ancora avvolto dall’incertezza. Dal punto di vista politico non più: fondate o meno che siano le ricostruzioni che segnalano irregolarità e bugie nel dossier accompagnato alla richiesta di grazia il caso è usato per prendere di mira Sergio Mattarella.
A chiarire le cose è il direttore della stessa testata che ha prima montato lo scandalo poi, con un’indagine telefonica Italia-Uruguay, denunciato gli inganni, Il Fatto. Nell’editoriale forse più descamisado della sua carriera Travaglio mette in guardia dal rischio di prendersela solo con Nordio e con la sua ex capo di gabinetto già dimissionata Bartolozzi. Hanno tutte le loro colpe, a differenza della Procura di Milano che pur essendo la prima e principale responsabile degli eventuali peccati di superficialità non viene neppure nominata. Però il bersaglio grosso è un altro, è il presidente della Repubblica e non solo per essere lui il decisore di ultima istanza che ha deciso di dispensare la grazia. Questo, tutto sommato, sarebbe nelle regole del gioco, anche se di un gioco piuttosto sporco.
Ma gli addebiti sono anche e in realtà soprattutto altri: l’aver partecipato ai funerali di Stato di Silvio Berlusconi, l’aver nominato Cavaliere del Lavoro sua figlia Marina. L’accusa è quella di cospirare, alla testa del “lato oscuro del potere” per staccare FI dalla destra e fare così fuori, giocando la carta Silvia Salis, “leader incontrollabili come Conte o Schlein”. È un’accusa molto pesante ed è anche alquanto sgangherata. Non si capisce infatti perché salvare dall’affidamento ai servizi sociali Minetti dovrebbe essere elemento decisivo, o anche solo incisivo, in una manovra politica così ambiziosa. Comunque le vittime, Conte e Schlein, avrebbero gioco facilissimo nel bloccarla concordando con la maggioranza una legge elettorale meno estrema e meno confusionaria di quella proposta dalla maggioranza ma pur sempre tale da impedire il pareggio.
La realtà è che un’intera area politico-giornalistica finge di difendersi dal complotto dell’oscuro signore Sergio Mattarella ma mira invece ad indebolirlo e se possibile azzopparlo preventivamente proprio in vista dello scenario che potrebbe verificarsi subito dopo le elezioni. Se si voterà con questa legge il pareggio è infatti l’esito più probabile. In quel caso il Quirinale tornerebbe a essere non per la prima volta il perno di ogni possibile equilibrio politico e indebolire drasticamente l’uomo che incarna quella istituzione oggi è propedeutico al tentativo di condizionarlo e impastoiarlo domani.
C’è un motivo in più, non certo secondario, per colpire il capo dello Stato. C’è in Italia un’area potente e trasversale che tollera con sempre più palese insofferenza lo schieramento radicale dell’Italia a fianco dell’Ucraina. Il vero leader del fronte che invece non vuole allontanarsi neppure di un centimetro da Kiev è il capo dello Stato, molto più della stessa Meloni. Provare a spostare la linea dell’Italia senza aver preventivamente messo il presidente nell’angolo è letteralmente impossibile. Dunque forse non è una coincidenza se a fianco dell’editoriale anti Mattarella lo stesso quotidiano sfodera in prima pagina un’intervista al giornalista tv russo noto per aver coperto di insulti in cattivo italiano e pessime modalità Giorgia Meloni, la “PuttaMeloni traditrice”. Non è neppure escluso che anche aree di destra convergano nel tentativo di accerchiare il Colle, un po’ per staccare l’Italia da Kiev, un po’ inseguendo la chimera di costringere il presidente alle dimissioni in modo da eleggere il suo successore in questa legislatura, con la forza della destra preponderante. La campagna ormai non più dissimulata contro Mattarella, tanto esplicita da spingere lo stesso presidente dei senatori Pd Boccia a dire che bisogna difendere il presidente, prende solo spunto dal caso Minetti. Anche ove non emergessero irregolarità sensibili dal dossier che sosteneva la richiesta di grazia, il solo averla concessa alla reproba berlusconiana resterebbe come non aggirabile e sempiterno capo d’accusa. Ma certo la verifica o meno delle accuse mosse dal quotidiano di Travaglio ma riprese poi da tutta l’area limitrofa è essenziale e del resto è quella la linea del Piave scelta da Giorgia Meloni. Esclude infatti dimissioni di Nordio “al momento”. Cioè si lascia aperta la porta per ripensarci a seconda di cosa emergerà dall’inchiesta della procura generale di Milano, in enorme difficoltà perché è dal suo parere positivo che è derivata la decisione di Mattarella per interposto ministero della Giustizia.
Alcune irregolarità nell’adozione sono probabili ma bisognerà valutarne il peso e la gravità. La prima avvocatessa che ha seguito l’adozione dichiara per esempio che i genitori biologici del bambino “lo avevano abbandonato molti anni prima” e non hanno mai risposto ai “numerosi tentativi di contattarli”. La vicenda nel complesso non poteva essere ricostruita guardando solo all’Italia, come ha fatto la Procura generale di Milano, ma neppure con un paio di telefonate da Roma all’Uruguay, come nell’inchiesta che ha dato fuoco alla polveriera.
L’impossibilità della procura di approfondire in seguito a un limite imposto dal ministero della Giustizia è smentita dal viceministro della Giustizia Sisto: “È una balla spaziale. Noi non diamo limiti. Non c’è nessun perimetro”. La presenza di irregolarità non accertate dalla procura sarebbe comunque insufficiente per azzoppare il presidente adoperando la sua firma in calce a quella grazia. Anche per questo un tam tam ben poco sotterraneo allude a episodi molto più torbidi e tragici, chiamando in causa l’ormai immancabile Epstein, presunti giri di prostituzione, ombre di pedofilia. Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report si è lanciato con troppo impeto, alludendo in tv a un soggiorno del ministro Nordio nella villa di Minetti e del suo compagno Giuseppe Cipriani in Uruguay, nel marzo scorso. Il giornalista si affidava a “sue fonti da verificare”. Il ministro ha telefonato in diretta tv e ha decisamente negato. Ranucci si è difeso ricordando che lui aveva pur detto che la notizia-bomba era “da verificare”. Dopo averla fatta esplodere però. Non prima come sembrerebbe doveroso fare.


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