Il machismo degli imprenditori tecnologici
da rivista.vitaepensiero.it
Il machismo
degli imprenditori tecnologici
11.04.2026
di Manolo Farci
Le storie delle aziende nate nella Silicon Valley ci raccontano che l’innovazione tecnologica non è mai stata neutra. Che dietro il progresso si è sempre giocata una specifica idea di potere maschile. Un potere che non si esercita attraverso il comando diretto o la forza fisica visibile, bensì tramite la capacità di astrarre, prevedere e ottimizzare. Governare sistemi complessi, ridurre l’incertezza, rendere il mondo leggibile e manipolabile diventano così forme di dominio simbolico, che valorizzano qualità storicamente e culturalmente associate al maschile — il distacco emotivo, la razionalità calcolante, la padronanza di sé.
E così cambia anche l’immaginario: l’Anticristo potrebbe non arrivare nel segno del caos e della distruzione, ma nella promessa di ordine, previsione e sicurezza. È la tesi che Peter Thiel ripete da mesi. Tecno-miliardario della Silicon Valley, cofondatore di PayPal e Palantir, finanziatore di Donald Trump e tra gli uomini più influenti degli Stati Uniti, Thiel ha evocato nelle sue recenti conferenze scenari in cui grandi crisi planetarie ─ dalla guerra nucleare al cambiamento climatico, fino all’intelligenza artificiale ─ potrebbero essere usate come pretesto per instaurare una nuova forma di potere mondiale totalitario. L’idea di fondo, ispirata dalla rilettura di René Girard, è questa: le società diventano instabili quando si erodono le differenze che tengono in ordine i rapporti tra le persone. Quando non è più chiaro chi ha autorità, chi guida, quali ruoli spettano a ciascuno, qualcosa si incrina. Gli individui iniziano ad imitarsi, a desiderare le stesse cose, a competere per il medesimo riconoscimento ─ senza criteri condivisi per stabilire chi vale di più.
Il risultato è una sensazione diffusa di disordine e, con essa, il bisogno di limiti, disciplina e gerarchie capaci di contenere la rivalità. In questa prospettiva, il mondo sembra richiedere decisioni rapide e scelte nette. Ma soprattutto qualcuno disposto a prendersene la responsabilità senza restare imbrigliato nelle mediazioni della politica.
Questa figura è l’imprenditore tecnologico: non più soltanto un uomo d’affari, ma modello di un’autorità diversa, quasi un sovrano per l’era post-democratica, colui che, grazie al talento e alla volontà, può spezzare lo stallo del presente, ridefinire gli equilibri e inaugurare un assetto inedito, anche a costo di aggirare le regole esistenti.
A questa visione si accompagna un linguaggio fatto di forza, disciplina, sacrificio e vocazione al comando ─ cioè il repertorio più classico e stereotipato con cui, da secoli, codifichiamo il potere come una prerogativa naturalmente maschile. Non è un caso che gli imprenditori della nuova destra tecnolibertaria americana sembrino ossessionati dall’immaginario dell’ipermascolinità. Non si tratta soltanto di retorica, ma di una vera e propria strategia performativa.
Mark Zuckerberg, negli ultimi anni, ha parlato apertamente della necessità di recuperare più “energia maschile” nella cultura aziendale, mentre costruiva una nuova identità fondata su arti marziali, allenamenti estremi e prove di resistenza fisica. Elon Musk ha trasformato il suo personaggio pubblico in una sorta di Tony Stark, alle prese con ritmi di lavoro disumani, abnegazione personale e volontà di ferro. Jeff Bezos ha reinventato il proprio corpo in senso muscolare e guerriero, abbandonando l’immagine del manager nerd per assumere i contorni di un eroe da film d’azione. In modo ancora più esplicito, Joe Lonsdale ha parlato della necessità di ristabilire una “leadership maschile”, arrivando a evocare punizioni esemplari e dimostrazioni pubbliche di forza come strumenti per riportare ordine, mentre il CEO di Palantir Alex Karp, in un’intervista diventata virale, ha sostenuto che la politica contemporanea ignorerebbe gli uomini e che non ci sarebbe nulla di sbagliato nell’essere un uomo testosteronico. Si dice che persino Elizabeth Holmes, fondatrice della società biotech Theranos, avesse abbassato artificialmente il tono della voce per renderla più profonda e autorevole. Anche la sua iconografia ─ il dolcevita nero, l’ascetismo da genio solitario, il richiamo esplicito a Steve Jobs ─ appariva costruita su un modello di potere tradizionalmente declinato al maschile, prima ancora che al femminile.
In questo senso, l’Anticristo evocato da Thiel nelle sue recenti trasferte romane non è soltanto una figura teologica o una fantasia medievale. Dietro la sua retorica si intravede qualcosa di più terreno, e anche marcatamente sessuato: la paura di una società devirilizzata e il desiderio speculare di restaurare un’autorità forte, verticale, implicitamente maschile. Non sorprende che le sue conferenze attirino soprattutto giovani uomini in cerca di punti di riferimento, direzione e gerarchie più chiare.
In fondo, più che l’arrivo dell’Anticristo, a inquietare sembra la prospettiva che a guidare il presente siano leader prudenti, scienziate che parlano di limiti o ragazze che chiedono conto del futuro del pianeta. Per qualcuno, a quel punto, l’apocalisse non è la fine del mondo, ma il fatto che il mondo non sia più fatto a propria immagine e somiglianza.
(photo credit: InvadingInvader)
Manolo Farci
Manolo Farci insegna Studi culturali e di genere all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo. La sua ricerca esplora i legami tra disagio maschile, costruzione dell’identità nei media digitali e radici culturali della violenza. Affianca l’attività accademica alla partecipazione a progetti scolastici, circoli giovanili e iniziative pubbliche di sensibilizzazione sulle questioni di genere. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche sul tema. Tra i suoi ultimi libri Quel che resta degli uomini. Sulla mascolinità (Nottempo, 2025) e la curatela di Genere e media. Rappresentazioni, produzione e pubblici (Mondadori, 2026). È autore del capitolo Il codice della virilità: dai ‘tech bro’ della Silicon Valley ai ‘manfluencer’ della Rete nell’ebook gratuito In nome di Giulia (Vita e Pensiero) dedicato a Giulia Cecchettin.


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