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01 Luglio 2026
La Chiesa nera.
L’estrema destra che prega con i lefebvriani
di Pietro Salvatori
Al centro delle cronache per il primo scisma del pontificato di Leone XIV, la Fraternità fondata dal vescovo Lefebvre è da anni un punto di riferimento per la galassia reazionaria grazie alla verve con cui sostiene l’antiliberalismo, il tradizionalismo religioso, il nazionalismo culturale, il sostegno a regimi autoritari e alla diffusione di tesi antisemite da parte di numerosi dei suoi membri
È mezzanotte del 16 ottobre 2013. Un anonimo furgoncino blu risale la via Appia, direzione Albano. È una cittadina adagiata sui colli che si affacciano sulla periferia sud-est di Roma, quelli che la gente della capitale chiama Castelli romani. Il furgoncino impiega una mezz’ora per raggiungere la destinazione, una stradina laterale che passerebbe del tutto inosservata, se non fosse per la schiera di poliziotti in tenuta anti sommossa che la presidiano, tenendo a distanza un nutrito gruppo di manifestanti infuriati che provano a forzare il blocco. Il furgoncino blu si infila in un cancello, e riemerge poco prima dell’una, allontanandosi nella notte.
A bordo c’è la salma di Erich Priebke, ufficiale delle SS naziste, carnefice delle Fosse Ardeatine. Il cancello dal quale esce è quello della casa generalizia della Fraternità sacerdotale San Pio X, la comunità fondata da Marcel François Lefebvre, vescovo che ha rifiutato il rinnovamento della Chiesa sancito dal Concilio Vaticano II. I padri lefebvriani hanno accettato di buon grado di celebrare le esequie dell’ufficiale nazista dopo il diniego del Vaticano, ma non ci riusciranno mai. Neonazisti tedeschi e esponenti del movimento neofascista di Militia per tutto il giorno avevano provato a infiltrarsi al funerale, rendendosi protagonisti di tafferugli e scontri con le forze dell’ordine e con manifestanti accorsi per testimoniare la propria contrarietà alla cerimonia. Le esequie furono annullate, il furgoncino blu riuscì ad arrivare all’aeroporto di Pratica di Mare, dove la salma di Priebke fu traslata in un non meglio precisato carcere, un numero di riconoscimento conosciuto solo dai familiari ad identificarlo.
A non essere annullata è stata la centralità che prima e dopo quella giornata una piccola comunità iper tradizionalista ha mantenuto al centro delle guerre culturali, dentro e al di fuori della Chiesa. Una comunità diventata punto di riferimento per antimodernisti, tradizionalisti, reazionari ma anche neonazisti e antisemiti. E che oggi ha consumato lo scisma definitivo dalla Chiesa di Roma.
Scriviamo “definitivo” perché la nomina di quattro vescovi da parte della Fraternità che ha automaticamente determinato lo scisma non è una novità per il movimento lefebvriano. Lo ha ricordato Mauro Suttora in un bell’articolo di qualche giorno fa: “I lefebvriani furono scomunicati già nel 1988. Anche allora la causa del contendere fu la nomina autonoma di quattro nuovi vescovi. Però non ci fu mai un vero e proprio atto formale di espulsione, e con l’avvento del conservatore papa Ratzinger nel 2005 le cose sembravano essersi sistemate: tolta la scomunica ai vescovi dissidenti, i lefebvriani venivano in qualche modo tollerati con le loro messe preconciliari in latino e l’opposizione a qualsiasi dialogo interreligioso”. Ma non si vuole qui ricostruire una disputa teologica che va avanti almeno da mezzo secolo e distribuire torti e ragioni, stabilire se la “superbia e saccenteria” di cui li ha tacciati Benedetto XVI – forse il pontefice che più di tutti gli ha teso la mano – corrisponda al vero.
Il punto è che per le sue posizioni robustamente conservatrici (per usare un eufemismo) la Fraternità sacerdotale San Pio X (fondata nel 1970) è da anni un punto di riferimento per molti movimenti di estrema destra, che ne vedono un avamposto di elaborazione teologica e intellettuale nelle violente guerre culturali in cui ogni giorno sono alacremente impegnati.
Come già accennato, fin dall’inizio del suo magistero Lefebvre – morto nel 1991 a 86 anni – si è posto in un atteggiamento di chiusura, se non di rottura, con le aperture della Chiesa stabilite nel Concilio Vaticano II. Principale bersaglio polemico del vescovo è stata la Dignitatis Humanae, una dichiarazione conciliare che pur ribadendo che “l’unica vera religione crediamo che sussista nella Chiesa cattolica e apostolica”, apriva al diritto della persona umana di esercitare la propria libertà religiosa. Lefebvre non ha mai accettato l’impostazione che da allora ha guidato il Vaticano, mantenendo una visione fortemente identitaria e oppositiva di ciò che lui ritiene la “vera fede”: “I santi non hanno mai esitato a distruggere gli idoli, a demolire i loro templi o a legiferare contro pratiche pagane o eretiche – è l’eloquente risposta della San Pio X alla Dignitatis Humanae – La Chiesa, senza mai costringere nessuno a credere o a essere battezzato, ha sempre riconosciuto il suo diritto e dovere di proteggere la fede dei suoi figli e di impedire, ove possibile, l’esercizio pubblico e la propagazione di falsi culti”.
Lefebvre connotò quasi da subito la disputa teologica di un preciso connotato politico. Per lui la democrazia liberale era l’empia affermazione della separazione tra Stato e Chiesa sancita dalla Rivoluzione francese, e indicò ai suoi seguaci come modello di riferimento le dittature confessionali di Francisco Franco in Spagna e Antonio Salazar in Portogallo, ma anche la repubblica francese di Vichy, che collaborò attivamente con gli occupanti nazisti.
L’antiliberalismo, il tradizionalismo religioso (i lefebvriani celebrano esclusivamente la messa di rito tridentino in latino), il nazionalismo culturale, l’opposizione alla secolarizzazione professati dal vescovo e dal suo movimento, il sostegno a regimi autoritari che si appoggiavano al tradizionalismo cattolico sono stati un forte punto di richiamo e di contatto per i movimenti dell’estrema destra a livello internazionale. Molti fedeli di Lefebvre si sono avvicinati a movimenti identitari, e molti esponenti e dirigenti di gruppi dell’estrema destra hanno frequentato le chiese della San Pio X.
Una prima, storica saldatura, è quella che avvenne tra il vescovo e Jean Marie Le Pen, padre di Marine e fondatore del Front National, partito dell’estrema destra francese. Lefebvre guardava con simpatia Le Pen. In comune, oltre a una lettura revisionista del periodo di Vichy, avevano la ferma opposizione nei confronti dell’immigrazione musulmana, a difesa di una Francia e di un’Europa che a loro avviso avrebbero dovuto difendere attivamente i propri bastioni da un’invasione programmata. Il politico francese ha frequentato a lungo la chiesa di Saint Nicolas du Chardonnet a Parigi, uno dei principali centri lefebvriani in Francia.
Alla morte di Le Pen, la San Pio X pubblicò uno stralcio di un suo articolo nel quale il politico francese scriveva: “A parità di condizioni, per un attimo ho pensato che l’arcivescovo Lefebvre stesse applicando alla Chiesa ciò che io cercavo di fare in politica: arginare il più possibile la decadenza in attesa dell’inversione di tendenza, dell’innalzamento della marea”. A commento le seguenti parole: “Tutto è connesso. Quando si onorano Dio, la famiglia e la patria, le persone si uniscono”.
È in questo periodo che le chiese in cui i sacerdoti lefebvriani predicano “la vera fede” in opposizione a quello che ritengono un Vaticano secolarizzato e modernista (“globalista”, lo definirebbero oggi) e celebrano le messe tridentine in latino diventano punti di aggregazione per movimenti e gruppi dell’estrema destra tradizionalista.
Proprio nella chiesa di Saint Nicolas du Chardonnet ha trovato rifugio Paul Touvier, antisemita e collaborazionista condannato per crimini contro l’umanità, al termine di una rocambolesca fuga durata alcuni lustri che tuttavia non gli evitò il carcere. Dirigenti lefebvriani sono stati attivamente coinvolti in Civitas, un movimento e partito politico di estrema destra sciolto nel 2023 dal governo francese per il suo impegno attivo nel diffondere tesi antisemite. Il cappellano nazionale di Civitas era un sacerdote lefebvriano, e la formazione dottrinale del partito era affidata all’abate Xavier Beauvais, priore della chiesa di Saint-Nicolas-du-Chardonnet.
Sul fronte italiano, sono stati largamente raccontati i rapporti di stima e rispetto tra la Fraternità San Pio X e partiti estremisti quali Forza Nuova e Militia. “Le questioni poste dal tradizionalismo sono tuttora irrisolte e la Fraternità San Pio X nella sua coerenza rischia di essere discriminata, ma la storia le darà ragione”, ha affermato Roberto Fiore, leader forzanovista che con i vertici della sua formazione ha presenziato all’ordinazione dei quattro vescovi che ha portato allo scisma.
Negli ultimi anni è stata inoltre rilevata una certa sovrapposizione tra le posizioni di Nick Fuentes e quelle dei lefebvriani. Fuentes è un agitatore politico tra i più estremisti negli Stati Uniti. Spesso considerato la frangia più a destra del mondo Maga, con il quale coltiva rapporti, tuttavia Fuentes vi si pone in contrasto con motivazioni tipo questa: “Io non mi oppongo a Donald Trump perché è come Hitler, mi oppongo a Trump perché non è come Hitler”. Fuentes non è apertamente un sostenitore della Fraternità San Pio X, ma ne ha mutuato molti temi nelle sue invettive che esaltano un cristianesimo da guerra santa: una violenta critica al Concilio vaticano II unita a una grande ammirazione al cattolicesimo preconciliare e un’esaltazione degli antichi riti quali la messa tridentina. E d’altronde la stessa San Pio X ha mostrato un certo interesse per il revival cattolico-tradizionalista che si è sviluppato negli ultimi anni negli Stati Uniti, evidenziando i molti elementi in comune tra le posizioni di Lefebvre e quella che hanno definito “New American Right”.
Un altro punto di contatto molto controverso tra i lefebvriani e il mondo della destra radicale è la diffusione di idee tacciate di antisemitismo. È un tema che ha raggiunto una risonanza a livello internazionale nel 2009, quando Richard Williamson, uno dei vescovi consacrati nel 1988 dal fondatore, espresse giudizi inequivocabilmente antisemiti e negazionisti. Secondo Williamson “le prove storiche sono fortemente contrarie all’idea che sei milioni di ebrei siano stati deliberatamente gassati nelle camere a gas come politica deliberata di Adolf Hitler”, e il numero sarebbe dovuto essere ridimensionato nell’ordine delle 200-300mila vittime. Per il vescovo lefebvriano “ci si può aspettare che [gli ebrei] continuino ad agitarsi fanaticamente, in accordo con la loro falsa vocazione messianica di dominio mondiale ebraico, per preparare il trono dell’Anticristo a Gerusalemme. Possiamo quindi temere che continuino a svolgere un ruolo di primo piano nell’agitazione dell’Oriente e nella corruzione dell’Occidente”.
La Fraternità ha sempre respinto le accuse di sostenere un antisemitismo di stampo razziale, e ha preso le distanze dalle dichiarazioni di Williamson. Ma quello del vescovo britannico è solo l’episodio più eclatante di una lunga serie. Florian Abrahamowicz, priore della San Pio X in Italia, prima di essere espulso dall’ordine ha sostenuto che i nazisti usavano le camere a gas unicamente con scopo di disinfezione, oltre a definire le camicie nere della Repubblica di Salò “vittime innocenti perché i loro assassini non appartenevano ad alcun esercito legittimo”.
Secondo il Southern Poverty Law Center, uno dei più importanti istituti di ricerca sull’estremismo e i discorsi d’odio, nonostante le prese di distanze in occasione dei casi più eclatanti, l’antisemitismo è largamente diffuso tra gli aderenti della Fraternità: “La verità è che il pensiero di Williamson riflette gran parte della dottrina di base della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Mentre la polemica internazionale su Williamson cresceva, i funzionari della FSSPX si sono affrettati a ripulire i loro siti web dal materiale incriminato. Ad esempio, è scomparso un articolo del 1997 scritto da due sacerdoti della FSSPX che auspicava la reclusione degli ebrei nei ghetti perché “è risaputo che gli ebrei uccidono i cristiani”. Ma sul sito sspx.org era ancora presente una lettera del 1959 di un caro amico del fondatore della FSSPX: “Il denaro, i media e la politica internazionale sono in gran parte nelle mani degli ebrei”, scriveva il vescovo Gerald Sigaud. “Coloro che hanno rivelato i segreti atomici degli Stati Uniti erano ebrei. Tutti ebrei. I fondatori del comunismo erano ebrei”.
Nel 2013 l’allora Vescovo Superiore, Generale Bernard Fellay, lo stesso che aveva preso le distanze dalle argomentazioni di Williamson appena qualche anno prima, affermò che “chi si oppose maggiormente al riconoscimento della Fraternità da parte della Chiesa? I nemici della Chiesa. Gli ebrei, i massoni, i modernisti”.
A differenza di quanto avvenuto in passato, i nuovi vertici lefebvriani sono stati attenti a non sovrapporre le proprie rivendicazioni tradizionaliste e identitarie all’adesione a specifiche idee e movimenti politici. Ma come ha scritto recentemente il Guardian, “la crescente tensione tra il Vaticano e la Fraternità Sacerdotale San Pio X si manifesta in un contesto in cui i cattolici di destra hanno mostrato una crescente propensione allo scontro con il Vaticano su questioni politiche e teologiche”. Dunque ancora oggi tra i fedeli lefebvriani e l’estrema destra sono rintracciabili sovrapposizioni culturali, concordanze ideologiche, reti informali e battaglie identitarie che fanno della piccola comunità scismatica un baluardo contro il modernismo e il globalismo liberale, e un avamposto della lotta per la rinascita di stati nazione confessionali, al quale guardano con interesse molti estremisti e agitatori culturali dei nostri tempi.
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29 Giugno 2026
Mezzo secolo di liti.
Lo scisma dei lefebvriani: Vaticano addio
di Mauro Suttora
I primi scontri fra il cardinale Lefebvre e Paolo VI negli anni Settanta. Conservatori, contrari all’aperture del Concilio Vaticano II, celebrano messa in latino. Con Ratzinger la tregua, con Francesco la riapertura delle ostilità. Ora nominano quattro vescovi senza l’ok di Leone
Tutta colpa della Pachamama. La dea della Terra cara agli Incas è venerata da molti in Sudamerica, ma vederla benedetta da papa Francesco a Roma nel 2019 durante il sinodo sull’Amazzonia è stato troppo. “Atto demoniaco e idolatra”, lo bollarono i lefebvriani, cattolici tradizionalisti che celebrano ancora la messa in latino. Dopo la morte di Bergoglio, i 600mila aderenti alla Fraternità San Pio X speravano che il nuovo Papa avrebbe abbandonato le sue aperture ecumeniche e moderniste.
E invece il primo luglio avverrà lo scisma fra i lefebvriani e la Chiesa cattolica, perché papa Leone XIV non può accettare che la Confraternita consacri quattro vescovi senza il suo permesso.
La cerimonia avrà luogo a Écône in Svizzera, sede centrale del movimento fondato nel 1970 dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre (1905-91). Le posizioni sembrano irremovibili. Cosicché, mezzo millennio dopo lo scisma protestante e mille anni dopo quello ortodosso, eccoci assistere a un vero e proprio avvenimento storico.
Per la verità i lefebvriani furono scomunicati già nel 1988. Anche allora la causa del contendere fu la nomina autonoma di quattro nuovi vescovi. Però non ci fu mai un vero e proprio atto formale di espulsione, e con l’avvento del conservatore papa Ratzinger nel 2005 le cose sembravano essersi sistemate: tolta la scomunica ai vescovi dissidenti, i lefebvriani venivano in qualche modo tollerati con le loro messe preconciliari in latino e l’opposizione a qualsiasi dialogo interreligioso.
La Fraternità può contare oggi su 730 sacerdoti, 260 seminaristi e 250 suore. In Italia ha diverse migliaia di fedeli, con quattro priorati ad Albano Laziale (Roma), Spadarolo (Rimini), Montalenghe (Torino) e Silea (Treviso) e presenze di rilievo in una ventina di altri centri urbani. Il superiore generale dal 2018 è un italiano, Davide Pagliarani.
I lefebvriani non hanno mai accettato le innovazioni introdotte dal Concilio Vaticano II nel 1965. Ma già papa Giovanni XXIII si scontrò con Lefebvre quand’era nunzio a Parigi nei primi anni ‘50. Forte dei suoi successi come missionario in Africa (triplicò i cattolici in Gabon), Lefebvre era riottoso nei confronti di ogni “modernismo”, proprio come lo fu papa san Pio X, successore guarda caso dell’innovatore Leone XIII, che ispira non solo nel nome Robert Prevost.
Negli anni ‘70 avvenne il grande scontro con Paolo VI, che comminò la sospensione a divinis per Lefebvre.
Dal tentativo di celebrare un funerale per il nazista Erich Priebke al divieto per le donne di indossare i pantaloni a messa, gli adepti della Fraternità San Pio X si collocano nel solco della ribollente destra mondiale. Detestano gli incontri ecumenici di Assisi e ogni concessione al relativismo religioso, soprattutto nei confronti dell’Islam. Per questo, a meno di un miracolo, la frattura del primo luglio col Vaticano appare definitiva.
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01 Luglio 2026
I lefebvriani sono una trappola per Leone,
come fu per Ratzinger
di Maria Antonietta Calabrò
Per compiere le ordinazioni episcopali e provocare lo scisma sarebbe stato più semplice approfittare di un Papa Francesco gravemente malato e ormai morente, l’anno scorso. Ma si aspettava di vedere l’esito del Conclave e la piega che avrebbe preso il Pontificato del successore. Seminando zizzania nel campo del nuovo Papa
La luna di miele è finita. Che Robert Prevost stia attento: lo scisma dei lefebvriani è una trappola, come lo fu per Joseph Ratzinger. Come Ratzinger era il cardinale che loro non volevano fosse Papa Benedetto XVI nel 2005 e che contribuirono a far dimettere (dopo una serie di vicende di lettere anonime e di negazionismo della Shoah), c’è più di un segnale che la storia possa ripetersi, in forme diverse, con Leone XIV.
Come primo effetto, Leone subisce adesso un poderoso set back, costretto a rincorrere trine e merletti di chi contesta il Concilio Vaticano II, lasciando per il momento da parte la teoria della guerra giusta, l’intelligenza artificiale, la denuncia del dominio del più forte. A un anno dall’elezione, la destra curiale e politica – in Italia e nel mondo, a cominciare dagli Stati Uniti di Donald Trump e JD Vance, che lo hanno pubblicamente attaccato sulla guerra in Iran e sui temi dell’immigrazione, ancora nelle ultime ore il vicepresidente ha rinnovato la critica al Vaticano sull’immigrazione – ha preso le misure a Prevost e ha concluso che, nonostante la mozzetta rossa, non è il loro uomo. E quindi ha deciso di sferrare il colpo dello scisma, che si è appena consumato a Econe, in Svizzera.
Per compiere le ordinazioni episcopali sarebbe stato più semplice approfittare di un papa Francesco (il “papa woke”) gravemente malato e ormai morente, l’anno scorso. Ma si aspettava di vedere l’esito del Conclave e la piega che avrebbe preso il Pontificato del successore. Seminando zizzania nel campo del nuovo Papa.
Così i lefevriani hanno rispedito al mittente l’accorata lettera di Leone, scritta proprio nel giorno della Festa di San Pietro e Paolo. Una lettera pubblica che è stata ridicolizzata dai loro supporter (a cominciare dallo scomunicato ex nunzio Carlo Maria Viganò) e che a conti fatti si è rivelata quantomeno tardiva, perchè non aveva nessuna possibilità di essere accolta a poche ore dalla cerimonia di Econe, trasmessa via social con tanto di QRcode per la raccolta fondi via e bottiglie di vino celebrative.
Il risultato? Il “messaggio” passato sui media (soprattutto di destra) è che poche migliaia di preti, suore e fedeli hanno schernito l’autorità papale. Lanciando un diktat: è meglio che Leone faccia quello che loro vogliono. Mentre mediatori e pontieri interessati rispolverano la Commissione Ecclesia Dei voluta da Benedetto XVI per trattare con i lefebvriani, che è finita com’è finita. Cioè con le dimissioni del primo papa dai tempi di Celestino V.
La storia è magistra vitae. Tra i vescovi scomunicati in automatico il 1° luglio 2026, in quanto principale consacratore, c’è Bernard Fellay: 68 anni, vescovo, ex superiore generale della Fraternità San Pio X (fondata dall’arcivescovo Marcel Lefebvre), è stato uno dei quattro vescovi consacrati illecitamente da Marcel Lefebvre nel 1988, subito scomunicati da Giovanni Paolo II, su parere conforme dell’allora cardinale Ratzinger (dal 1981 Prefetto della Dottrina della Fede) nonostante una lunga negoziazione con lo stesso Lefebvre. Poco dopo la sua elezione, Benedetto XVI ricevette Fellay in udienza privata a Castel Gandolfo (29 agosto 2005): dopo gli approfondimenti della Commissione Ecclesia Dei, Benedetto nel 2009 revocò ai quattro la scomunica su richiesta del presidente della Commissione stessa, il cardinale colombiano Castrillon Hoyos, prefetto emerito della Congregazione del Clero. Tra quei quattro vescovi però c’era anche Richard Williamson, antisemita, negazionista della Shoah. Anzi fu proprio Hoyos a “premere” sul Papa per accelerare l’iter della revoca, sostenendo che Williamson fosse molto ammalato, addirittura in pericolo di vita, e che bisognava fare presto per farlo morire in grazia di Dio. Circostanza che si è rivelata falsa (Willianson è morto nel gennaio 2025).
L’incidente gravissimo dei lefevriani scatenò critiche feroci in tutto il mondo contro Ratzinger. Hoyos del resto già nel 2005 aveva fatto di tutto per evitare l’elezione a Pontefice di Ratzinger. Lo ha rivelato due anni fa lo stesso Papa Francesco nel libro-intervista dell’aprile 2024 El Sucesor, dove ha parlato di una complessa manovra, di una “carambola”, come ha detto lui stesso, per cercare di bloccare l’elezione del cardinale tedesco, facendo convergere 40 voti sul nome di Bergoglio, in attesa che venisse individuato un terzo candidato, “affidabile”. Un cardinale italiano. La vicenda delle resistenze contro Ratzinger dei tradizionalisti subì infine un salto di qualità, quando il 10 febbraio 2012 un testo anonimo in cui si annunciava la morte di Ratzinger entro un anno venne portato in Segreteria di Stato proprio da Hoyos. Tanti episodi inquietanti che allora avevano anche a che fare con la lotta per la trasparenza finanziaria della Santa Sede. Un anno dopo non ci fu la morte di Ratzinger, ma le sue dimissioni, in data 11 febbraio 2013.
Cosa accadrà adesso? Leone, che ha dedicato mesi di catechesi del mercoledì all’udienza generale al Concilio Vaticano II, si farà ricalibrare l’agenda dagli scismatici?
LEGGERE ANCHE
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da il Corriere della Sera
Il latino, le bende, i guanti,
la liturgia “ad Orientem”,
il giuramento anti modernista:
i simboli lefebvriani e le differenze
con la Chiesa post conciliare
di Ester Palma
Celebrazioni, altari, ecumenismo e rapporti con le altre religioni: quali sono i punti più controversi
È successo: i lefebvriani hanno consacrato a Econe, in Svizzera, i loro quattro vescovi senza mandato pontificio, ovvero l’indispensabile approvazione del Papa. Se sarà scisma, che comunque la Fraternità San Pio X ha sempre detto di non volere, o no si vedrà. Resta l’incrollabile volontà del movimento fondato dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre di non accettare il Concilio Vaticano II. Ma non «in toto»: solo nelle parti che loro giudicano troppo «moderniste». Ma vediamo quali sono.
Le celebrazioni, la liturgia e il «giuramento antimodernista»
Le differenze tra la Messa preconciliare (detta anche Messa tridentina o Vetus Ordo) e il Novus Ordo (la Messa promulgata da Paolo VI nel 1969) riguardano la lingua (il latino contro le lingue locali) i riti, le preghiere e alcuni significati e simboli teologici. Entrambe sono però considerate valide dalla Chiesa cattolica quando celebrate secondo le norme liturgiche. E la Chiesa non ha mai detto che una vale più dell’altra. Per fare un esempio Padre Pio, poi santo, chiese e ottenne di celebrare col Vetus Ordo fino alla morte. E anche oggi nella cerimonia a Econe, i vescovi hanno pronunciato Il giuramento antimodernista (Sacrorum Antistitum) introdotto da Pio X nel settembre 1910. per contrastare quello che il Papa poi santificato aveva definito la «sintesi di tutte le eresie» nell’enciclica «Pascendi Dominici Gregis» di tre anni prima. Erano tenuti a pronunciarlo i sacerdoti prima dell’ordinazione o dell’assunzione di incarichi, i i vescovi, i parroci. Nel 1967 Paolo VI lo abolì, sostituendolo con una nuova Professione di fede e poi con il Giuramento di fedeltà; non perché la Chiesa avesse accettato il modernismo, ma per darle uno strumento più adeguato ai tempi. La Messa Tridentina: è quella celebrata per mezzo millennio. Da quando cioè, nel 1570, papa Pio V promulgò il Messale Romano in attuazione del Concilio di Trento. Il nome «tridentina» deriva proprio da Trento (Tridentum in latino). Ma non era una novità: il Papa decise di raccogliere e uniformare nell’allora nuovo Messale un rito romano molto più antico, eliminando molte varianti locali. Era (è) ovviamente tutta in latino, compresa la lettura dei brani dell’Antico e Nuovo Testamento. L’omelia può essere più breve e sempre nella lingua locale. Le preghiere sono meno «fragorose»: molte vengono recitate a bassa voce. «Ad orientem» ma non solo: nella Tridentina il sacerdote è di spalle rispetto ai fedeli. «Ad orientem», «verso oriente», ovvero il celebrante e i fedeli sono rivolti verso l’altare e, simbolicamente, verso un oriente che non è per forza quello geografico. Piuttosto indica un simbolismo importante nella tradizione cristiana: tutti i partecipanti sono orientati verso Cristo, «sole che sorge». Non è proibito farlo anche nelle messe Novus Ordo, ma in pratica non lo si fa mai: la prassi è quella del «versus populum». Tanto che dopo il Concilio anche nelle chiese antiche è stato realizzato un altare che permettesse al sacerdote di celebrare verso il popolo, mentre in quelle nuove la disposizione dell’altare è sempre così. Per i tradizionalisti la celebrazione «ad orientem» restituisce il senso del Mistero della Messa. Rispetto al Novus Ordo, vi sono meno opzioni: il rito è molto più stabile e uniforme, senza le «originalità» che si vedono in molte celebrazioni moderne. E per quanto riguarda la musica, niente chitarre, bonghi e tamburelli «di buona volontà». Nelle messe tradizionaliste si usano il canto gregoriano, antico, potente e magnetico e i cori polifonici di musica sacra.
I paramenti
Anche nella messa di consacrazione i celebranti e i consacrandi vescovi hanno indossato, come sempre, i solenni paramenti antichi. Dai guanti rossi per i consacranti, bianchi per i nuovi vescovi alle scarpe bianche su calzini rossi per i quattro nuovi presuli consacrati, contro la volontà del Papa. Secondo l’uso tradizionale, al momento della consacrazione i quattro nuovi vescovi sono stati anche bendati su fronte e mani per ricevere l’olio sacro. C’è da dire che i lefebvriani anche quando non celebrano, portano sempre la talare, la lunga veste nera, e mai il cosiddetto «clergyman», il completo usato nella vita quotidiana di molti sacerdoti diocesani di oggi: è composto da una camicia nera (o grigia, a seconda del Paese) col colletto colletto (la fascia bianca inserita nel colletto della camicia dei sacerdoti, giacca e pantaloni. Per quanto riguarda l’abbigliamento dei vescovi non è molto diverso da quello dei vescovi della Chiesa: nel senso che se è vero che nella vita quotidiana i vescovi postconciliari spesso indossano il clergyman, nelle occasioni ufficiali e nelle Messe solenni portano la talare nera con profili, bottoni e bordature paonazze (una tonalità di viola tendente al porpora), fascia paonazza in vita, croce pettorale appesa a una catena o a un cordone, zucchetto paonazzo, anello episcopale. Quando celebra la Messa, il vescovo indossa sopra l’abito liturgico: l’amitto (il panno rettangolare di lino o altro tessuto bianco sotto il camice, non necessario), il camice, la stola, la casula, la mitra pastorale (il bastone del vescovo). Non si usa quasi più, o solo per i tradizionalisti «stretti», la cappa magna: un lunghissimo mantello corale con un ampio strascico, tradizionalmente usato in occasioni molto solenni.
Libertà religiosa
Nella Chiesa si è sempre detto «Extra Ecclesia nulla salus» («Fuori dalla Chiesa non c’è salvezza», dell’anima ovviamente), Tanto che prima del Concilio in alcuni Paesi cattolici si riteneva legittimo limitare pubblicamente altre confessioni religiose, sempre per il bene delle anime. Ma la dichiarazione approvata a fine Concilio, la «Dignitatis Humanae» («Della dignità della persona umana») prevede che uno Stato non debba impedire a una persona di professare la propria religione, qualche che sia. I lefebvriani ci vedono una «diminutio» della fede cattolica e una contraddizione col magistero precedente. Ma Il Concilio ha sempre ribadito che «la pienezza della verità e dei mezzi di salvezza si trova nella Chiesa cattolica», non in altre religioni.
Ecumenismo
Fino al Concilio i protestanti e gli aderenti a tutte le altre confessioni cristiane non cattoliche erano definiti eretici. Come pensano tuttora i lefebvriani. Con il decreto conciliare «Unitatis Redintegratio» («La restaurazione dell’unità») si è arrivati a dire che Cristo ha fondato una sola Chiesa, quella cattolica, e l’attuale divisione dei cristiani è contraria alla volontà di Dio. Quindi bisogna favorire il cammino verso la piena unità dei cristiani. La San Pio X è contraria anche al dialogo con le religioni non cristiane, in nome della lotta al relativismo religioso. La Fraternità in sintesi riconosce il Papa come capo della Chiesa cattolica e in 56 anni non ha mai detto di voler fondare una nuova Chiesa. Vorrebbe invece che alcuni insegnamenti conciliari vadano riletti alla luce della bimillenaria tradizione del pensiero cattolico. Tutti i Papi post conciliari considerano invece il Vaticano II parte del magistero autentico della Chiesa e va interpretato in continuità con la tradizione, non come una rottura.
I numeri della Fraternità e la «curiosità» dei giovani
Ma quanti sono gli appartenenti della San Pio X? Centinaia di migliaia i fedeli sparsi in tutto il mondo e in tutto 1.482 religiosi, fra cui 730 sacerdoti, 250 suore e oltre 260 seminaristi (un numero molto importante rispetto a quelli spesso striminziti di quelli post conciliari). Perché i riti solenni e le tradizioni contro ogni previsione attirano molto i giovani e i giovanissimi: nel maggio scorso, all’annuale pellegrinaggio di Pentecoste, 100 chilometri a piedi da Chartres a Parigi, hanno partecipato migliaia di ragazzi. Che la San Pio X sia in qualche modo attrattiva lo dimostrano anche i suoi 5 seminari maggiori, i 798 luoghi di culto (priorati, cappelle e chiese), le 94 scuole, le missioni in oltre 70 Paesi e membri di circa 50 nazionalità.
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