Quando il Genio si spegne, ed è una punizione divina…

L’EDITORIALE
di don Giorgio

Quando il Genio si spegne,

ed è una punizione divina…

Nella Bibbia c’è scritto: «Il giovane Samuele serviva il Signore alla presenza di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti» (1Sam 3,1).
Ci sono esegeti che a gara estraggono dal loro cervello bacato le solite cose, per non dire cretinerie, e sanno sempre trovare qualche giustificazione per addolcire parole così chiare che non avrebbero bisogno di alcuna spiegazione.
Sto con chi commenta: «Le più dure punizioni del Signore dell’Alleanza non erano le schiavitù (prima quella egiziana e poi quella babilonese) di un popolo eletto ma infedele, ma il peggior castigo era quando Dio non parlava, tramite i suoi profeti. Dio faceva mancare la sua Parola al popolo che così, nell’errore e nel peccato, era ancor più in balìa del nulla».
Anticamente c’erano i grandi Profeti, portavoce della Parola divina. Poi furono sostituiti dal Profeta, l’Unico, Gesù Cristo, il Logos eterno, che si era incarnato per annunciare la parola del Padre. E l’hanno messo su una Croce, per farlo tacere per sempre. Ma il Cristo è risorto, non più come Gesù di Nazaret, ma come il Logos trinitario che di nuovo si genera e si rigenera nel grembo di ogni essere umano.
Dire Cristo, il Logos eterno, e dire Genio sono la stessa cosa, quando il Genio è l’Intelletto divino, e il Logos è l’Intelletto divino.
In ognuno di noi è nascosto il Genio divino, ma per la moltitudine rimane sempre nascosto, per non dire represso.
Quando il genio riemerge, allora sembra che il mondo riprenda a risplendere, se non altro nel cielo infinito si riaccendono delle luci.
Scusate, ma vorrei sottoporvi una pagina che potrebbe farci riflettere, se vogliamo che qualcosa succeda in un mondo, quello attuale, in cui tutto si è spento, anche quella “scintilla divina” che è dentro di noi.
«Nella parte conclusiva della Critica della ragion pratica leggiamo una delle più celebri pagine di Immanuel Kant che così recita:
“Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza. La prima comincia dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno, ed estende la connessione in cui mi trovo a una grandezza interminabile, con mondi e mondi, e sistemi di sistemi; e poi ancora ai tempi illimitati del loro movimento periodico, del loro principio e della loro durata”.
Fa riferimento all’essere dell’uomo parte del mondo e dell’universo, del mondo sensibili esterno all’io, rispetto alla cui interminabile grandezza l’uomo non può che esserne una piccola parte. A tal proposito mi viene naturale pensare a Pascal che nel 1660, nei suoi Pensieri, aveva parlato di grandezza e miseria dell’uomo.
“La seconda comincia dal mio io indivisibile, dalla mia personalità, e mi rappresenta in un mondo che ha la vera infinitezza, ma che solo l’intelletto può penetrare, e con cui (ma perciò anche in pari tempo con tutti quei mondi visibili) io mi riconosco in una connessione non, come là, semplicemente accidentale, ma universale e necessaria”.
Fa riferimento alla situazione interiore dell’uomo e ad uno stato di infinitezza che non è solo supposta, ma universale e necessaria.
“Il primo spettacolo di una quantità innumerevole di mondi annulla affatto la mia importanza di creatura animale che deve restituire al pianeta (un semplice punto nell’Universo) la materia della quale si formò, dopo essere stata provvista per breve tempo (e non si sa come) della forza vitale. Il secondo, invece, eleva infinitamente il mio valore, come [valore] di una intelligenza, mediante la mia personalità in cui la legge morale mi manifesta una vita indipendente dall’animalità e anche dall’intero mondo sensibile, almeno per quanto si può riferire dalla determinazione conforme ai fini della mia esistenza mediante questa legge: la quale determinazione non è ristretta alle condizioni e ai limiti di questa vita, ma si estende all’infinito”.
In questa ultima parte Kant fa riferimento alla sfera morale e fa capire che questa è la vera dimensione in cui l’uomo è veramente libero. Lo spettacolo del cielo stellato infatti, ci propone un uomo che è in grado di apprezzare la quantità di innumerevoli mondi, ma vi si colloca con il suo essere creatura animale e materiale e, come tale, limitato nel tempo e nello spazio e destinato a finire, “restituire appunto al pianeta la materia della quale si formò…”.
Nel mondo fisico l’uomo è limitato, nella sfera noumenica l’uomo ha dei limiti, oltre i quali tenta di andare attraverso le idee della ragione, anima, mondo e Dio, perdendosi inevitabilmente in “un mare tempestoso”, così definisce il mondo fenomenico nella Ragion Pura. Nello spazio morale, invece, si manifesta una vita indipendente dall’animalità, nella quale l’uomo è in grado di regolarsi, la ragione è in grado di determinare la volontà a prescindere dai contenuti, attraverso quel “devi quel che devi” dell’imperativo categorico. La coscienza umana si scopre dotata di una bussola oggettiva in grado di determinarne la volontà ed è solo seguendo quella bussola che possiamo dire di seguire la legge morale. Perché esistono le persone buone e quelle cattive allora? Perché non tutti scelgono di seguire la legge morale». (Cosimo Lamanna)
Forse i Mistici sono andati ben oltre una legge morale, del resto già gli antichi pensatori greci. Ma anche se bastassero le parole di Kant a far riflettere qualcuno, ben vengano.
02/08/2025
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