Omelie 2025 di don Giorgio: COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI

2 novembre 2025: COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI
Quest’anno la commemorazione di tutti i fedeli defunti cade in domenica, e così offre ai vivi la possibilità di ricordarsi, davanti al Signore e nella grazia del Signore, dei loro cari defunti in una giornata esente dal lavoro.
Vorrei fare alcune riflessioni su alcuni termini e espressioni latine o che derivano dal latino.
Pensate già alla parola “defunto”, che in latino significa “uno che ha portato a termine il proprio incarico o dovere”, o, “uno a cui è stato tolto ogni ruolo”. Questo secondo significato è ancor più duro da accettare. Non tocca a noi stabilire il tempo per compiere il proprio compito, magari di prestigio: sul più bello la morte ci priva dei nostri desideri, sogni, progetti. Mi hanno riferito che un piccolo ma ambizioso boss locale avrebbe detto: “Vorrei avere la possibilità di vivere duecento e più anni per realizzare tutti i miei più grandiosi progetti”.
La morte arriva meno che ce lo aspettiamo. Mozart è morto a 35 anni. Lo stesso Cristo è morto a 35/36 anni. Se fossero vissuti più a lungo che cosa avrebbero fatto? Inutile chiedercelo: ci basta ciò che hanno fatto in 35 anni!
La morte ci toglie il nostro ruolo, la nostra carriera, il nostro potere. Non è il tempo che stabilisce la nostra grandezza davanti a Dio: è la nostra qualità di vita!
C’è un’altra espressione latina che potrebbe a prima vista sembrare strana, tanto è vero che quando si sente parlare di “dies natalis”, si pensa al giorno della propria nascita fisica. Per la Chiesa il “dies natalis” è il giorno della morte fisica di un santo. Già questo dovrebbe far capire quanto la Chiesa creda in certi valori che vanno al di là di aspetti fisici, la nascita è quella spirituale o mistica, e poi ancora oggi condanna o ignora la Mistica che punta sulla realtà del proprio spirito, che è dentro di noi, dove, secondo i grandi Mistici speculativi medievali, ad ogni istante avviene la nascita e la rinascita del Figlio di Dio, o Logos eterno. Già la parola “dies”, giorno, dovrebbe suggerircelo. Ma la Chiesa istituzionale parla del “dies natalis” riferendosi alla morte fisica di un santo.
Non so se riuscite a cogliere l’assurdità di una Chiesa istituzionale che parla di qualcosa di mistico proprio quando il tizio o caio o sempronio muore fisicamente, in quanto la morte sarebbe un passaggio alla visione di Dio. La visione di Dio o Unione mistica è di ogni giorno, di ogni istante: già il termine “dies” in stretta relazione etimologica con Dio significa luce. Ogni giorno, ogni istante, veniamo alla luce: rinasciamo.
Sulla facciata d’ingresso di alcuni cimiteri vedete ancora oggi la parola latina “resurrecturis”. Che significa? Possiamo così tradurre in italiano: “A coloro che risorgeranno”. Come a dire: non andate a visitate o a onorare tombe in cui c’è solo un po’ di cenere o qualche resto di un cadavere già decomposto. I nostri cari defunti un giorno risorgeranno. Non chiediamoci come. Se qui in terra tutto è soggetto alle nostre speculazioni, più o meno strampalate, dopo la morte è tutto un mistero indecifrabile, fuori di ogni fantascienza.
Ricordiamo ciò che Gesù ha detto a Marta, sorella di Lazzaro. Scrive l’evangelista Giovanni: «Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà”. Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: “So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno”. Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?”. Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”».
Già dire che la risurrezione è Gesù, e solo per chi crede in lui avverrà la rinascita o risurrezione ogni giorno, dovrebbe essere sufficiente per dar credito alle parole di Gesù, senza porre tante altre domande.
Solo chi crede rinasce, e rinasce già ora. La risurrezione non è legata al dopo morte, quella fisica, casomai al dopo la morte intesa come il distacco o rinuncia a tutto quanto impedisce la presenza del Divino in noi.
Forse chi ha messo ben in evidenza la parola “resurrecturis” sull’ingresso dei cimiteri, non aveva pensato unicamente ai già morti fisicamente, ma a quanti visitando i cimiteri dovrebbero ricordarsi di vivere in pienezza, nella fede del Cristo risorto.
Ed è per questo che nel cimitero di Monte sulla facciata della cappella dei sacerdoti ho voluto che si mettesse ben in evidenza la scritta “Vivere memento”, ricòrdati di vivere. Una provocazione? Certo, si va al cimitero a visitare la tomba dei morti, e si torna a casa con più voglia di vivere. È il messaggio che ci rivolgono gli stessi nostri cari defunti.
Da ultimo, vorrei soffermarmi brevemente su una frase in latino che ho trovato su una lapide del cimitero di Barzanò. Un giorno, visitando le tombe dei miei cari, forse per curiosità mi lasciai attrarre da alcune frasi, più o meno singolari, di qualche tomba. Ne trovai una che subito mi colpì. C’era scritto: “Morto nel 194…” (mancava l’ultimo numero). La foto ritraeva un parroco, con il rocchetto e il tricorno con fiocco per indicare che era un prevosto. Ed ecco le parole in latino, incise in un bel corsivo: Maxima cum intelligenti – Charitate non ficta – Pro Christo – Pro grege – cursum consumavit. Mentre leggevo, mentalmente traducevo. Una ragazza, incuriosita dalla mia concentrazione, mi si accostò e, notando quelle parole in latino, mi chiese se potevo tradurgliele. «Certo, risposi, eccole in italiano: “Con un lodevole spirito di carità, intelligente e autentica (letteralmente “non falsa”), ha speso tutta la sua vita per Cristo e per il suo gregge”».
«Belle veramente! Fossero così tutti i preti!», commentò la ragazza. Chiesi: «Ma qual è la parola che più ti ha colpito?». «Mi verrebbe da dire “non falsa” o “autentica”. Mi sembra strano che, soprattutto per un prete, lo si evidenziasse anche sulla tomba. Ma c’è un altro aggettivo, ancora più provocante, ed è “intelligente”. Che significa carità “intelligente”?».
Rimasi sul momento spiazzato. Finsi di tossire per prendere tempo. Poi, risposi: «Credo anch’io che la carità, oltre alla sincerità o autenticità, debba essere “intelligente”. Charitas in latino ha un significato profondo, banalizzato in parte dalla nostra parola “carità”. Più che un insieme di gesti, charitas è uno stato d’animo: qualcosa che fa parte del nostro essere interiore, quando entra a contatto con il Divino. Non voglio annoiarti con ragionamenti filosofici o mistici. Dentro di noi, nel nostro essere, ciò che è essenziale è lo spirito o intelletto che Aristotele chiama “attivo”, ovvero orientato verso l’Assoluto divino, ma c’è anche un altro intelletto, quello “passivo”, che si fa condizionare dalle cose…».
Quella iscrizione sulla tomba di un parroco/prevosto non la dimenticai, perché vi si trova tutto ciò che rappresenta la fedeltà di un prete alla sua vocazione di buon pastore. “Con un lodevole (in latino c’è “massimo”) spirito di carità, intelligente e non falsa, ha speso tutta la sua vita per Cristo e per il suo gregge”.

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