Omelie 2026 di don Giorgio: QUINTA DI PASQUA

3 maggio 2026: QUINTA DI PASQUA
At 10,1-5.24-36.44-48a; Fil 2,12-16; Gv 14,21-24
Non è la prima volta: anche per i brani della Messa della quinta domenica di Pasqua mi sono trovato in difficoltà nella scelta di un brano da commentare. Lo so che è facile per noi preti trovare una soluzione: parlare di tutt’altro. Ma se la Liturgia ci presenta dei brani tenendo conto del periodo dell’anno liturgico, non vedo perché dovremmo del tutto ignorarli. Sono anche d’accordo che, già quando li sentiamo leggere, qualcosa penetra dentro di noi: bastano poche parole per farci riflettere; poi è la Grazia che fa il resto. Tuttavia l’omelia è importante, perché potrebbe ulteriormente stimolare magari la nostra pigrizia, tanto più se viviamo in un’epoca in cui “pensare in grande è un atto eroico”, come direbbe Simone Weil.
Il tempo dell’omelia in ogni caso ha un suo tempo canonico, che lo stesso papa Francesco aveva indicato non superiore ai dieci minuti. D’altronde, giustamente l’omelia non deve essere come una dotta conferenza, ma neppure qualcosa che viene in mente al momento. Le omelie vanno preparate, anche scritte. Mai dire: “So già ciò che dovrò dire ai quattro gatti che ci sono in chiesa”, dimenticando che, se ci sono quattro gatti in chiesa, è anche per colpa di noi preti che non prepariamo le nostre omelie.
Vorrei soffermarmi sul brano del Vangelo, tolto dal quarto Vangelo, e già questo è un invito a prestare una maggiore attenzione, perché Giovanni è l’evangelista che come un’aquila sfida il sole, ovvero ci eleva fino alla Sorgente della Luce.
Il brano è di poche righe. Ma le parole meritano una spiegazione. Non è necessario scrivere un libro per ogni parola, dando sfoggio della propria cultura: basterebbe anche solo intuire la presenza di quel Logos eterno che dà sapore a ogni parola. Il problema è che alcune di queste parole, che all’inizio, quando sono uscite dalla bocca della Sapienza eterna, avevano un senso in quanto Parola eterna, con il passare del tempo, inglobate in una struttura religiosa, chiamatela Chiesa istituzionale, hanno assunto il volto del troppo umano, perdendo così il gusto divino.
Anzitutto, c’è una parola che sembra difficile riportare al suo iniziale significato. Gesù dice: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama”. È lo stesso Gesù a chiarire la parola “comandamento”, quando dice: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola… Chi non mi ama non osserva le mie parole…».
Dunque, dire comandamento e dire parola di Dio sono la stessa cosa. Tutto cambia, quando pensiamo ai comandamenti intesi secondo le accezioni popolari, ovvero come qualcosa di imposto, che scende dalla gerarchia ufficiale, come se fosse il volere di un Dio dispotico.
Del resto, basterebbe già pensare che in ebraico troviamo due parole “Assèret Hadibrot”, tradotte con “dieci comandamenti”, ma letteralmente andrebbero tradotte “Le dieci parole” o “Le dieci espressioni”.
È chiaro: la parola di Dio è verità, e si impone in quanto verità. Di fronte alla verità non ci si può nascondere o nasconderla sotto precetti religiosi. È facile passare dal volere di Dio a un volere ecclesiastico, il quale tradisce il senso del volere divino.
E quale è il volere divino? È il nostro essere perché si spogli di ogni falsità per unirsi al Divino. L’ho già detto, e vorrei ripeterlo. Dio non ci ama, ovvero non ama il nostro io, ma ama in noi Se stesso, perché solo così ci uniamo al Bene assoluto.
E se anche la religione ci imponesse qualche norma o precetto dovrebbe farlo in vista del nostro bene, e non in funzione degli apparati religiosi. Il nostro bene richiede che tutto ci porti a Lui, Sommo Bene. I precetti o le leggi ecclesiastiche sono solo dei mezzi per aiutarci a scoprire Dio come Bene Sommo.
Gesù dice letteralmente: “Chi ha i miei comandamenti”, in italiano giustamente troviamo: “Chi accoglie i miei comandamenti”. Accogliere deriva dal latino e significa “raccogliere” o “cogliere nel suo insieme”; quindi totalmente, senza disperdersi in particolari: “questo sì e questo no”. La verità è radicale, ovvero è essenzialità, che nella sua semplicità non si può frammentare. Forse è sbagliato parlare di “comandamenti”, Gesù stesso ha parlato di un unico comandamento: amare Dio e amare il prossimo.
Gli Ebrei al tempo di Gesù avevano ben 613 precetti da osservare scrupolosamente, precetti negativi e precetti positivi, e la Chiesa istituzionale li porterà a un numero così eccessivo e incalcolabile da dare filo da torcere ai confessori, costretti in confessionale a tenere un grosso manuale con tutti i peccati possibili, per dare poi la dovuta penitenza.
San Paolo stesso dirà: più leggi ci sono più possibilità di peccare, e parlava della libertà nello Spirito santo, che è la Grazia liberante.
Accogliere la Parola di Dio è accogliere il Logos eterno. E questo comporta ciò che i Mistici speculativi medievali chiamavano il distacco: occorre togliere tutto ciò che impedisce alla Parola di Dio ciò che i Mistici chiamavano la generazione del Logos in noi.
Ecco allora le parole di Gesù: “faremo dimora in lui”, ovvero in colui che avrà accolto in sé, nel profondo del proprio essere, la Parola.
Quando la Parola ci prende radicalmente, testimoniarla poi non sarà difficile. E se non è così, è perché la Parola non è scesa dentro di noi. E allora verrebbe facile confessare: quante volte abbiamo sentito e sentiamo queste parole, ma le lasciamo scivolare come se fossero scontate, come se ormai sapessimo già che cosa vogliano dire. È invece proprio sull’esperienza mistica che noi continuiamo a balbettare, a sorvolare, perché Dio, Sommo Bene, ci spaventa: è totale.
Il problema allora non è l’amore di Dio, ma siamo noi che non rispondiamo al suo amore. Certo, Dio ci chiede tutto perché Lui è il Tutto. E il Tutto si espande là dove c’è accoglienza. Come la luce che entra in casa quando la casa è sgombra di cose che la occupano.
Talora mi chiedo: Gesù parlava solo ai suoi discepoli, o parlava a tutti i cristiani, o a tutte le sue creature? E se coloro che si dicono ancora credenti vivono superficialmente, la colpa di chi è? Ognuno si prenda le proprie responsabilità, ma chi sta a capo o detiene un qualche ruolo ha maggiori responsabilità.
Voi pensate che sia facile commentare le parole del brano evangelico di oggi, senza sentirci in colpa? Vescovi, preti, credenti… Ma chi parla oggi di una dimora eterna di Dio in noi? Forse neppure i monaci e le monache, visto che stanno scomparendo. Ed è qui il problema vero: la mancanza di vocazioni monacali. Che il clero sia diminuito crea sì qualche difficoltà di carattere pastorale, ma quando spariranno tutti i fari di luce che sono i monasteri maschili e femminili allora tutto sarà buio sulla terra.

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