Omelie 2025 di don Giorgio: OTTAVA DOPO PENTECOSTE

3 agosto 2025: OTTAVA DOPO PENTECOSTE
1Sam 8,1-22a; 1Tm 2,1-8; Mt 22,15-22
Talvolta bisogna pur dire qualcosa, ma in modo approfondito, sempre tenendo presente la Parola di Dio che illumina le menti, su quel mondo che diciamo politico ma che in realtà rappresenta un potere che tutto ha e tutto fa, tranne che servire il bene comune.
I testi biblici di questa domenica toccano proprio il mondo della politica: si parla di governanti al tempo di Samuele e al tempo di san Paolo, e si parla di Cesare al tempo di Cristo.
È vero: “politica” è una parola che spesso suscita sospetto e perfino ripugnanza, e non si vuol sentire un prete che parla di politica in chiesa, anche perché fuori di chiesa, tutti i giorni, si è a contatto con un mondo politico degradato, che ha bisogno di qualcosa che vada oltre i soliti discorsi pro o contro questo partito.
Chi accusa il prete di fare politica non capisce il nobile intento, del resto già presente nella stessa Bibbia. Perché dimenticare le dure invettive dei Profeti quando lanciavano dure accuse contro le alleanze politiche del popolo eletto, e come dimenticare le stesse parole di Cristo, quando disse ai suoi discepoli: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,42-45).
Certo, Cristo non è venuto per liberare il popolo eletto sotto il giogo dell’Impero romano, ed è quanto gli ebrei stavano aspettando, e, siccome parlava di un’altra schiavitù, proprio quella imposta da una religione, quella ebraica, che imponeva leggi assurde tali da opprimere la libertà dello spirito, Cristo è stato messo su una croce, e, la cosa paradossale, gli ebrei hanno chiesto il via libera allo stesso potere romano, che essi odiavano.
Ma tutta la storia dei primi cristiani sta a dimostrare quanto il Cristianesimo avesse in sé i germi di una rivoluzione, quella interiore, destinata poi a sconvolgere le strutture politiche di un Impero romano, che fu costretto per difendersi a perseguitare a morte i cristiani.
Tutto sta dunque nel comprendere l’essenza vera della politica, parola che di per sé è una parola bella, perché nasce da “polis” e racconta la città, la passione per la città, per il paese, per la casa comune, per il bene comune. Il richiamo è forte.
Commenta don Angelo Casati: «Nessuno è un’isola, viviamo dentro una rete che ci fa vivere. Fuori da questa rete si rimane ai margini; ed emarginati non si vive. E allora se pagare il tributo a Cesare vuol dire dare il proprio contributo alla rete dell’umanità di cui facciamo parte e prenderci cura della casa comune, giusto dare il tributo a Cesare». Ovvero pagare le tasse.
Comunque, il pericolo del degrado del mondo politico è ben presente nella Bibbia. E, ancor più importante della denuncia – sacrosanta! -, importante secondo la Bibbia è scoprire le radici della corruzione della politica. È emblematico al riguardo il libro di Samuele. Il dramma accade quando un popolo pensa di salvarsi lasciandosi sedurre dal mito di altri popoli che hanno un re: in pratica sostituendo la fede in Dio con la fede in un capo politico. E Dio nel racconto svela impietosamente l’esito di questa operazione insana: l’esito è l’assoggettamento, la depredazione: “prenderà i vostri figli per destinarli ai suoi carri e ai suoi cavalli, li farà correre davanti al suo cocchio… Prenderà anche le vostre figlie per farle sue profumiere e cuoche e fornaie… Prenderà pure i vostri campi, le vostre vigne, i vostri oliveti più belli e li darà ai suoi ministri… e voi stessi diventerete suoi servi. Allora griderete a causa del re che avrete voluto eleggere, ma il Signore non vi ascolterà».
Mi verrebbe istintivo pensare all’attualità. È sotto gli occhi di tutti. La storia si ripete, purtroppo. Non vogliamo capire la lezione: ripetiamo gli stessi errori.
Il messaggio del primo brano sta in due parole: sarete depredati e diventerete servi!
Commenta ancora don Angelo: «Ecco la deriva triste, allucinante, del potere che si fa idolo: servi e depredati. Se vendi l’anima ai politici di turno, questo è il risultato. Intrigante, allora, preziosa, imperdibile l’aggiunta di Gesù: “A Dio quello che è di Dio”. Su di te non sta scritto il nome di un politico, ma il nome di Dio: la sua immagine incancellabile, inviolabile, è su di te. Dio è garante della tua dignità e della tua libertà».
E aggiungo: chi capisce oggi il valore della libertà interiore, che solo Dio, il vero Dio, il Dio dei Mistici, quello puro, può garantirci? Nessun potere politico ci dà la vera libertà interiore: ce la toglie per darci qualcosa, solo quel qualcosa che poi a sua volta aumenta il peso sulla nostra coscienza, sradicata con forza dalla Sorgente della vita e della libertà.
La parola chiave della Mistica medievale è distacco: distacco da tutto ciò che spegne la coscienza nella voce di libertà. Più cose, meno libertà interiore. E allora perché no? Il ministro di Cristo ha il sacrosanto dovere di parlare di quella politica di potere il cui intento è quello di spegnere il nostro intelletto interiore, perché così, solo così, ciechi i cittadini obbediscono a chi promette solo fumo, per depredarci e renderci schiavi.
Depredati e servi! Quanto siamo imbecilli, ogniqualvolta vendiamo un po’ di ciò che siamo in quanto esseri divini per avere qualche illusione passeggera.
Questo malsano intento della politica di oggi, sapete come si chiama? Populismo! Oggi nel mondo il populismo sta dominando, e così abbiamo una massa di depredati e di servi.
Quando Cristo diceva: “Vigilate!”, a che cosa si riferiva? Voleva dire a ciascuno di noi: fai attenzione e difenditi da chi si fa dio al posto del Dio eterno; ricorda che tocca a te svergognare, detronizzare, chiunque si fa dio.
Come non ricordare don Gino Rigoldi che diceva di aver intravvisto in Sardegna su una maglietta una scritta, che avrebbe voluto riprodurre su chissà quante altre magliette. La scritta diceva: “Dio esiste, non sei tu, rilassati”. Certo, dare spazio a Dio in politica non significa produrre immaginette religiose – il nome di Dio l’hanno sconsacrato sino ad inciderlo sui cinturoni dei soldati nazisti – bensì dare spazio a pensieri alti, a immaginazioni aperte, a progetti che investono per un futuro, un futuro non di pochi, ma di tutti.
Qualcuno dirà: che discorsi elevati, chi li comprende? Proprio per questo il prete nelle omelie ha il dovere di alzare il tono, non tanto della voce (anche questo talora ci vuole), ma il tono dei contenuti: oggi occorre ridare alle nostre celebrazioni liturgiche quella nobiltà non solo liturgica (anch’essa decaduta in una tale banalità da rasentare la dissacrazione).
Nobiltà è interiorità, quell’unione mistica con il Divino che è dentro di noi, e non fuori di noi. È dentro di noi, per poi ripercuotersi efficacemente, secondo la Grazia, sulle strutture sociali, politiche e anche ecclesiastiche.
Questo per il prete è fare politica. Il potere politico se la gode quando lo stesso prete castra le anime proponendo anch’egli qualcosa di illusorio.

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