Omelie 2021 di don Giorgio: QUINTA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE

3 ottobre 2021: QUINTA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
Dt 6,1-.9; Rm 13,8-14a; Lc 10,25-37
Pienezza della Legge
Vorrei soffermarmi sul secondo brano della Messa, che fa parte della lettera dell’apostolo Paolo ai cristiani di Roma. Si parla di pienezza della Legge; e si parla di urgenza perché ci si svegli dal sonno, perché il giorno è vicino.
Anzitutto, Paolo parla di pienezza della Legge. Bisognerebbe subito chiarire le due parole: pienezza e legge. Sappiamo che nella Bibbia la parola “pienezza” ha un senso particolare anche di adempimento o compimento. Relativamente a quale legge? Alla Legge di Dio. Che significa allora Legge di Dio?
Sappiamo anzitutto quanto Paolo ce l’avesse con le leggi umane o istituzionali. Sostiene addirittura che la legge crea il peccato. Il peccato che cos’è?, si chiede l’apostolo. È venir meno, cioè non osservare la legge. Dunque, ecco il suo ragionamento: più leggi più possibilità di peccare. Se non ci fossero leggi, non ci sarebbe nessun peccato.
Una prima riflessione. È chiaro che non è possibile che esista una società senza leggi, e non è possibile una religione senza norme. Però: quante leggi e quante norme sono veramente indispensabili? Qui sta il punto.
C’è stato un momento in cui la Chiesa aveva stabilito così tante leggi o norme da rendere quasi impossibile l’esistenza del credente.
E pensare che era già successo con la religione ebraica: ogni pio ebreo ancora ai tempi di Cristo doveva osservare ben 613 precetti, di cui 248 positivi (fare questo o fare quello), numero simbolico che richiamava le ossa del corpo umano; 365 erano precetti negativi (non fare questo o non fare quello), il numero simbolico richiamava i giorni dell’anno.
Cristo che cosa ha fatto? Ha ridotto i 613 precetti a uno solo: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
San Paolo sta parlando dell’amore fraterno vicendevole, e dice: “Chi ama l’altro ha adempiuto la Legge”, riferendosi al secondo comandamento di Cristo: “E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso”.
È chiaro che anche per San Paolo l’amore per il prossimo dipende dal primo comandamento: “Amerai il Signore Dio tuo”, tanto più che l’amore per il Signore non lascia spazio per nessun altro amore per la creatura, da vedere e da amare in lui. Questo è il significato di quel “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente”.
In ogni caso qual è allora la “pienezza” o il “compimento” della Legge? Per indicare “compiere” San Paolo usa il verbo greco “pleròo” e per indicare “pienezza” usa il vocabolo greco “plèroma”. Il primo significato del verbo “pleròo” è “riempire”, come si riempie d’acqua un’anfora vuota. Secondo questa immagine la carità, dice san Paolo, riempie di contenuto e di valore la legge, che altrimenti resterebbe come un recipiente vuoto.
Commenta uno studioso: «La carità non sintetizza i molti precetti della legge né li riassume né li abolisce, né indica quale sia il più importante: la sua forza consiste nel dare significato e consistenza a tutta la legge. C’è però un altro significato possibile: portare a compimento come un cammino che si conclude o un frutto che giunge a maturazione. Secondo quest’immagine la carità è il punto verso cui la legge tendeva, il suo punto conclusivo. I “precetti” decadono non perché siano stati inutili o devianti, ma perché hanno terminato il loro cammino».
San Paolo parla di carità, usando la parola greca “agàpe”, in latino “caritas”. Attenzione dunque. Non si tratta di un semplice nostro gesto di solidarietà o di bontà o di aiuto verso il prossimo. Agàpe o caritas riguarda l’amore di Dio verso di noi. Un amore disinteressato, un amore gratuito, in quanto Dio dona tutto gratuitamente. C’è un’altra parola, altrettanto importante, forse ancora più bella, ed è Grazia. Una parola che dice già tutto: grazia deriva da gratis.
Una seconda riflessione. Quando penso al volontariato, oggi così di moda, in tutti i campi, da quello socio-politico a quello religioso, non sarei così convinto che i cosiddetti volontari
agiscano tutti quanti spinti da una nobile intenzione, segnata al cento per cento dalla gratuità. Ci si presta per gli altri, ma per avere qualche cosa in cambio, se non altro una soddisfazione interiore, o quel premio nell’aldilà, promesso a chi fa del bene. La religione stessa stimola in questo senso. Certo, non dobbiamo indagare su ogni comportamento del volontario, ma stimolare al meglio l’agire del volontario, questo sì. Mi ricordo che, quando ero a Monte, una persona impegnata nella organizzazione della festa del 15 agosto, mi aveva detto: “Mi do da fare, è giusto che porti a casa qualcosa”.
Comprendere il senso da dare alla parola “gratuità” non è del tutto semplice. Non dimentichiamo che solo Dio ama gratuitamente, anche se, paradossalmente, Lui ama Se stesso in noi. Dico paradossalmente: ama Se stesso, perché Lui è la Gratuità. Quando diciamo che Dio ci ama, che cosa significa?
Dio non può amare noi stessi, perché amerebbe anche i nostri limiti. Amando Se stesso in noi, ci ama in tutta la sua purezza, ed è qui il nostro vero Bene.
Ancora una volta dovremmo abbandonare la parola “amore” e usare la parola “bene”. Dio ci vuole bene, perché vuole il bene in noi. Il nostro bene è lui, Sommo Bene.
È ormai tempo di svegliarvi dal sonno
Una brevissima riflessione sulle parole: «è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino».
Leggendo queste parole mi veniva in mente un antico filosofo greco, Eraclito, vissuto tra il VI e il V sec. a.C. Sembra che San Paolo si sia ispirato a questo filosofo, fustigatore della massa, considerata gente priva di anima e intelletto, che egli definiva una massa di “dormienti”. Egli distingue gli uomini tra desti o svegli e i dormienti. Le persone sveglie o deste sono coloro che, andando oltre le apparenze, sanno cogliere il senso profondo delle cose, mentre i dormienti sono i più, i mediocri che compongono la massa, che non vivono alla luce dell’intelletto. Gente che vive sempre al buio. Di notte. Come se dormissero sempre. Di contro c’è l’uomo saggio, quello che sa indagare a fondo la propria anima, che è illimitata, infinita. Una delle più belle espressioni sull’anima ce l’ha tramandata proprio Eraclito, in quell’aforisma che recita così: «I confini dell’anima non li potrai mai trovare, per quanto tu percorra le sue vie; così profondo è il suo logos».

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