
da www.repubblica.it
03 OTTOBRE 2026
La pace che serve all’Ucraina
di Achille Occhetto
L’Ucraina è diventata un pretesto per esprimere preconcetti
La cosa più inquietante sulla guerra in Ucraina è che questa tragedia è diventata il pretesto, il banco di prova e lo schermo dietro cui nascondersi per affermare precostituite posizioni ideologiche. Da un lato c’è chi la utilizza cinicamente come pretesto per proporre o imporre spericolate politiche di riarmo generale in un mondo che da tutte le parti si sta riarmando fino ai denti. Dall’altro è stata alimentata una cultura fuorviante che attribuisce la responsabilità della guerra sia all’aggressore sia all’aggredito. Visione stravagante sotto il profilo morale, ma anche dei principi del diritto internazionale. Secondo questa tesi basterebbe che uno dei contendenti smettesse di sparare perché la guerra finisca. Solo che, nella sostanza, si chiede solo all’aggredito di deporre le armi, come mi è capitato di sentire in una riunione pubblica dove è stato affermato che è facile raggiungere la pace: è sufficiente che gli ucraini accettino le richieste di Putin. Scambiando chiaramente la trattativa per la pace con la resa.
Rispetto a queste due posizioni strumentali (una militarista, l’altra sedicente pacifista) che si giustificano reciprocamente, uno schieramento alternativo che ponga la pace e la lotta al riarmo al centro del suo programma dovrebbe saper separare dagli aspetti contingenti della guerra in Ucraina una visione strategica che impegni l’auspicabile futuro governo di centro-sinistra a sostenere una politica europea che riprenda il cammino del disarmo bilanciato e controllato e che impegni ad abbandonare il riarmo nazionale per perseguire con decisione la via della costruzione di un esercito europeo.
Per ciò che riguarda l’Ucraina c’è un punto fondamentale da cui qualsiasi compromesso interno al campo largo non può prescindere. La consapevolezza che il modo in cui terminerà questa guerra può prefigurare negativamente la prospettiva di un nuovo ordine internazionale. La completa accettazione delle pretese dell’aggressore rappresenterebbe un precedente inquietante perché non solo si raffigurerebbe come un premio all’aggressione, ma darebbe un colpo mortale al principio sancito dopo la seconda guerra mondiale che ripudia l’uso della forza per la risoluzione delle controversie internazionali. Sarebbe un ritorno al secolare ius ad bellum con il suo contorno di fasulli casus belli. Ma soprattutto una convalida dell’attuale disordine mondiale trumpiano fondato sulla forza e sul denaro. Si tratterebbe dell’illusione di aver raggiunto la pace, lasciando aperta davanti a noi una voragine di incognite.
Ciò non vuol dire, per l’Ucraina, che si debba accettare di inviare gli aiuti militari senza precise condizioni, come impegnare l’Europa a cercare di presentare un piano di pace credibile e giusto, che significherebbe chiedere all’Ue di mettere con decisione i piedi nel piatto di una effettiva trattativa, che muova verso il necessario compromesso, non sancito da una resa. Un compromesso che sappia contemperare i due principi fondamentali del diritto internazionale: la inviolabilità delle frontiere e l’autodeterminazione dei popoli. In sostanza verificando anche l’effettiva volontà dei cittadini.
Non ho nessuna pretesa di indicare soluzioni concrete che vanno affidate a un compromesso tra i belligeranti. Mi limito solo a indicare lo spirito con cui il campo largo dovrebbe cercare con determinazione un compromesso interno. Nel generico no alle armi c’è una verità interna che va compresa e rispettata. Non possiamo nasconderci che il “riarmo nazionale” ha concesso alla Germania di riempirsi di armi che, ironia della sorte, potrebbero cadere nelle mani dell’Afd, dimostrando che quelle armi non servono a contenere l’avanzata di movimenti filoputiniani e neo nazisti. Accade così che, mentre ci aspettiamo che i carri armati russi attraversino i confini europei, Putin è già entrato in Europa con la sua guerra ibrida. Non ci accorgiamo che è in mezzo a noi e combatte contro di noi. Questo sta a dimostrare che la democrazia non la si difende solo con le armi, ma facendo la democrazia, impegnandosi in un progetto organico che risponda ai diritti civili e a quelli sociali di tutti i cittadini europei.
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