
di don Giorgio De Capitani
Giorni dei morti, ovvero giorni in cui per tradizione siamo tenuti a onorare i nostri cari defunti. Che significa “onorare”? Andare forse al cimitero, visitare le loro tombe, tenerle più in ordine, abbellirle con qualche vaso o mazzo di fiori? E poi? Si torna a casa, immergendosi nella realtà di viventi alle prese quotidiane con i problemi esistenziali.
I nostri cari defunti vanno ricordati, certamente. Ma come? Con un bel mazzo floreale da deporre sulle loro tombe, la cui visione durerà per tutto il tempo che durerà l’ipocrisia della settimana dei morti? O facendo celebrare qualche rito funebre in loro suffragio? E che significa “suffragio”?
Non vorrei rispondere a queste domande, anche perché rischierei di mettere in crisi credenze religiose millenarie e dottrine più o meno dogmatiche sull’aldilà. Una cosa però la devo dire.
Sull’esistenza dell’inferno e del paradiso, ogni religione dice la sua, anche per quel senso di giustizia per cui non sarebbe giusto che tutto finisca qui sulla terra, quando a predominare sono ricchi e potenti, e i poveri sempre a subire. La giustizia chiede una rivincita o un ribaltamento delle situazioni, e l’inferno o il paradiso saranno di coloro che qui sulla terra avranno o non avranno agito bene. Su questo tutti più o meno concordiamo. Le religioni da parte loro si sono serviti dell’aldilà, inferno o paradiso, come deterrente o come premio di consolazione a seconda dei casi. Su ciò che sarà l’inferno o il paradiso, ovvero sulla loro realtà punitiva o consolatoria, nessuna religione non è mai riuscita e neppure oggi riesce a soddisfarci, nemmeno nelle nostre curiosità più elementari.
In più, la religione cattolica ha inventato il purgatorio: «la Chiesa infatti sancì la sua esistenza solo con il Concilio di Lione del 1274 e ne elaborò in modo definitivo la dottrina con il Concilio di Trento, conclusosi nel 1563. Le motivazioni alla base di tale innovazione erano essenzialmente due, entrambe rispondenti a esigenze sentite da tempo. In primo luogo vi era le preoccupazione per il destino dei “non valde boni” e “non valde mali”, come li definiva già Agostino d’Ippona, ovvero dei “né veramente buoni, né veramente cattivi”: di coloro cioè che avevano commesso solo piccoli peccati quotidiani (come li chiamava Agostino), e di coloro che non erano riusciti a portare a termine la penitenza prescritta (a causa, per esempio, di una morte improvvisa). Tutti questi non potevano accedere al Paradiso. Ma un Inferno eterno per la quasi totalità dell’umanità sembrava eccessivo e ingiusto. In secondo luogo, si avvertiva l’esigenza di dare un senso e uno sbocco concreto alla pratica, diffusa da tempo, di pregare per i propri morti. Nella situazione precedente, in cui l’anima del defunto era destinata o all’Inferno o al Paradiso, la preghiera non aveva alcuna possibilità di mutare la condizione del defunto, cosa che divenne invece possibile con l’istituzione del Purgatorio. L’ipotesi del Purgatorio fu subito respinta sia dalla Chiesa greca sia da tutte le sette ereticali, e questo non tanto per i traffici in cui degenerò, legati al commercio delle indulgenze, quanto per motivi teologici e perché non ne parlano le Scritture. Ancora oggi l’unica confessione cristiana che crede nel Purgatorio è quella cattolica» (Maria Soresina, dal libro “Libertà va cercando – Il catarismo nella ‘Commedia’ di Dante”: un libro che consiglio vivamente agli amanti di Dante Alighieri).
Ma vorrei dire anche la mia sui funerali. Anzitutto, ognuno è libero scegliere “come” essere sepolto: se fare funerali religiosi o civili, oppure se non farli; se essere cremato o inumato (o tumulato); in caso di cremazione, se le ceneri vengano conservate in un’urna cineraria oppure disperse nell’aria o in un torrente. Ognuno scelga ciò che desidera. Tuttavia, la cremazione potrebbe risolvere diversi problemi diciamo cimiteriali nella loro struttura. Ancor meglio la dispersione delle ceneri. In ogni caso, ognuno è libero di scegliere ciò che crede. Giudicare tale scelta o mettere dei paletti è violentare i diritti della coscienza.
In questa materia vigono le più diverse convinzioni.
Comunque, la commemorazione dei morti vale anche per chi ateo, per ricordare la figura e l’opera dei propri cari.
Se poi farlo solo dedicandosi al ricordo ed alla cura della tomba, oppure anche con preghiere, dipende appunto dalle diverse convinzioni, come da queste dipende il destino delle spoglie mortali, se da conservare o tradurre in ceneri, ed in tal caso se conservarle, o meno.
Non ci vedo nulla di scandaloso nel culto dei morti, se si limita alla memoria per mantenere vivi gli esempi e gli insegnamenti che ci hanno lasciato. È ciò che succede tra genitori e figli che rappresentano l’eredità vivente della loro vita terrena e, allo stesso tempo, una sorta di garanzia dell’eternità grazie a quel soffio di spirito divino che viene loro trasmesso. Che poi quel culto si manifesti in diverse forme esteriori, fa parte delle tradizioni dei diversi popoli, che hanno in comune, se non altro, un senso di gratitudine e di riconoscenza verso chi li ha preceduti. Avrei da ridire qualcosa, invece, sul concetto di purgatorio che, tanto per fare un ragionamento molto elementare, mi fa pensare a una sorta di anticamera di uno studio medico o di un ufficio di collocamento in cui fanno la fila le persone in cerca di lavoro. E, francamente, lo trovo piuttosto ridicolo. Oppure, volendo essere maligni, sembra il parto di una mente diabolica che, partendo dal presupposto della necessità di espiare i peccati commessi, impedisce “momentaneamente” l’ingresso in paradiso, salvo ridurre il tempo d’attesa con la concessione di particolari indulgenze. Oggi legate a concessioni e solennità particolari e al compimento di atti e riti specifici, ma un tempo oggetto di un vero e proprio commercio che impinguava le casse del clero. Insomma, vere e proprie tangenti, neanche si trattasse di malavita organizzata. La denuncia di Martin Lutero al riguardo è alquanto eloquente, e il fatto che la chiesa cattolica abbia condannato le sue tesi la dice lunga sul livello di corruzione. Oltretutto, con tutto il rispetto per Sant’Agostino, trovo il concetto dei “non valde boni” e “non valde mali” alquanto pretestuoso, perché non credo di dire qualcosa di scandaloso affermando che l’intera umanità è composta di individui che non sono del tutto buoni o del tutto cattivi, e che sia nella nostra natura provare allo stesso tempo sentimenti elevati e positivi, ma anche altri negativi e malevoli. E anche coloro che vengono venerati come santi non facciano eccezione. Vorrei aggiungere che un discorso analogo si può fare anche sul Limbo, per il quale non riesco proprio a trovare alcuna giustificazione. In ogni modo, tutti questi discorsi lasciano il tempo che trovano, perché quello che avviene alla fine della nostra vita terrena resta comunque un’incognita, e l’idea che ce ne facciamo dipende dalla nostra cultura, dalle tradizioni e dalla nostra fede, o anche dalla sua mancanza.