Omelie 2026 di don Giorgio: SESTA DOPO PENTECOSTE

5 luglio 2026: SESTA DOPO PENTECOSTE
Es 33,18-34,10; 1Cor 3,5-11; Lc 6,20-31
Il testo evangelico ci riporta quattro beatitudini e quattro maledizioni del Vangelo secondo Luca. Chiariamo. C’è una rivelazione progressiva nel modo in cui il terzo evangelista presenta l’insegnamento di Gesù. Fino a 6,16, Luca narra diverse volte che Gesù insegnava alla gente, senza però descrivere il contenuto dell’insegnamento (Lc 4,15.31-32.44; 5,1.3.15.17; 6,6). Ora, dopo aver informato che Gesù vede davanti a sé una moltitudine di gente che è desiderosa di ascoltare la parola di Dio, l’evangelista riporta il primo grande discorso che inizia con le esclamazioni: «Beati voi, poveri!» e «Guai a voi, ricchi!», ed occupa tutto il resto del capitolo (Lc 6,12-49).
Alcuni esegeti chiamano questo insegnamento il “Discorso della Pianura”, perché secondo Luca Gesù, disceso dal monte, si ferma in un luogo pianeggiante, dove pronuncia le sue parole. Da notare che nel testo secondo Matteo questo stesso discorso è tenuto su un monte (Mt 5,1) ed è chiamato “il Discorso della Montagna”, dove troviamo otto beatitudini, che tracciano un programma di vita per le comunità cristiane di origine giudaica. Invece, secondo Luca il sermone è più conciso, ed è più radicale. A differenza del racconto di Matteo, nel testo di Luca troviamo quattro beatitudini e quattro maledizioni, indirizzate alle comunità ellenistiche, ovvero di origini greche, costituite da ricchi e da poveri. Da notare poi il discorso diretto: mentre Matteo dice “Beati i poveri ecc.”, Luca dice “Beati voi, poveri, ecc.”.
Prima di soffermarmi su testo di Luca, vorrei accostarlo al testo dell’Esodo, prima lettura della Messa, quando a Mosè viene data la legge sul monte Sinai. Si narra che Mosè sale una seconda volta sul monte, dopo la triste esperienza dell’adorazione del vitello d’oro da parte del popolo. A quella scena Mosè fortemente arrabbiato aveva spaccato le due tavole di pietra, su cui Dio stesso aveva inciso le dieci parole, il Decalogo. Qui sarebbe interessante poter entrare nell’animo di Mosè, mentre tutto solo risale su quel monte sacro. Certo, con tanta paura di un Dio che non scherza, ma anche desideroso di rivedere la gloria del Signore. Lui, Mosè, definito come “uomo di carovane, traghettatore di deserti, fibra rocciosa, è desideroso di vedere una manifestazione del divino. Ma Dio è sempre Dio, l’Inaccessibile, Colui che non svela il suo Mistero ad una creatura, incapace di sopportare la luce del sole.
Risentiamo il brano. «Mosè disse al Signore: “Mostrami la tua gloria!”. Rispose: «Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia”. Soggiunse: “Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo”. Aggiunse il Signore: “Ecco un luogo vicino a me. Tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia gloria, io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano, finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere».
Vedere la gloria di Dio. Che pretesa! Il Signore viene incontro, a modo suo: fa passare la sua gloria, ma senza poter vedere il suo volto. Troppo abbagliante per gli occhi di Mosè, e per i nostri occhi, per gli occhi umani! Notiamo con quale tenerezza Dio invita Mosè a rimanere nella cavità della rupe: un Dio che copre con le proprie mani gli occhi di Mosè! Mosè potrà solo vedere Dio nella sua ombra, testualmente: Mosè vedrà Dio “solo di spalle”.
Noi forse troppo superficialmente parliamo di visione di Dio già in questa vita. Anche i Mistici ne parlano, ma si tratta di una visione puramente interiore, nel profondo del Pozzo.
Un’altra cosa colpisce nel racconto: già l’ho anticipato, sul monte Mosè è solo, il popolo è alle pendici, magari pronto ancora a cadere nell’idolatria. Mosè parla con un Dio vivo, e il popolo adora un oggetto morto.
Ecco le parole di Dio: «Nessuno salga con te e nessuno si veda su tutto il monte». Divieto di accesso anche per gli animali. Un divieto che sembra creare una distanza tra Dio e le sue creature! Ma è proprio così? No, non è così. Più noi ci avviciniamo a Dio con le nostre pretese teologiche o di una fede idolatrica, più Dio si allontana. Dio ci è vicino nella sua essenzialità più pura. Lo stesso discorso vale anche per Gesù Cristo: è nel Risorto che la nostra fede si purifica.
E ecco il racconto delle Beatitudini nel testo di Luca. Diciamo subito che la liturgia ha tagliato il contesto. E allora vediamolo. Gesù è stato sul monte a pregare e sul monte ha scelto i Dodici. Poi scende. Scrive Luca: «Disceso con loro si fermò in un luogo pianeggiante».
Mentre nel racconto della Genesi veniva evidenziato il salire di Mosè sul Monte, e perciò una certa inaccessibilità e distanza, nel testo di Luca troviamo la discesa. Ciò che era inaccessibile, qui si fa accessibile. Là uno solo saliva ad ascoltare, qui l’accessibilità è totale. L’accoglienza è totale. Anche per questo è un peccato che il testo di Luca sia stato privato del suo contesto: perché, quando leggiamo che Gesù diceva “Beati voi”, ci è naturale chiederci: “Voi chi?”. Chi aveva Gesù davanti agli occhi e a chi legava le sue beatitudini? Certo i discepoli, ma il racconto parla di “gran folla di discepoli”. Non solo. Luca scrive: c’era una grande moltitudine di folla, venuta da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti.
Dunque ad ascoltarlo non ci sono solo ebrei, ma gente venuta da ogni dove, anche da territori che noi diremmo pagani.
Sono parole senza steccati, approdano al cuore di tutti. E immaginiamo l’emozione al sentirle: “Beati voi…”. In cuor loro doveva passare un fremito irrefrenabile. Quasi dicessero a se stessi: “Ecco uno che ci guarda, dentro un mondo che non ci guarda! Uno che ci vuole visibili, dentro un mondo che ci vuole invisibili. Uno che capovolge la visione dominante. Perché tutti dicono beati gli altri: quelli che stanno bene e hanno soldi e fanno carriera. E noi siamo gli scarti dell’umanità. Alcuni addirittura ci guardano come dei maledetti da Dio”. Ebbene Gesù, che ha pregato sul monte, rovescia l’orizzonte, rivoluziona i criteri: per lui contano quelli che non contano. E mette duramente in guardia gli altri. “Guai a voi, ricchi”. “Guai, guai, guai”: ripeteva. Ci sembra quasi di udire la voce rovente del Battista! Quasi li andasse a frugare tra la folla i ricchi, i sazi, i gaudenti, gli osannati.
Specifichiamo: le Beatitudini non suonano come una voce di generica compassione per quella che viene considerata gente di scarto. Ebbene, le Beatitudini sono uno sguardo che va a rivendicare una dignità. Rimettono le cose al loro giusto posto. I potenti e i ricchi, quelli che contano per il loro ruolo creano disordini nel piano di Dio. E Gesù con le Beatitudini rivendica il volere di Dio che non segue la logica del profitto o del potere. E se il “mondo” dice: Fortunati quelli che hanno soldi o cose di ogni genere. Gesù ribalta la logica umana e dice: Beati voi che seguite la legge di Dio, che è l’armonia dell’Universo, ma in un mondo sempre più frantumato dall’avere e dal potere.

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