Omelie 2025 di don Giorgio: SESTA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE

5 ottobre 2025: SESTA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
1Re 17,6-16; Eb 13,1-8; Mt 10,40-42
Ciascuno dei tre brani della Messa meriterebbe una particolare attenzione, sempre in vista dell’oggi, da vivere secondo i principi della Sapienza, sempre antica e sempre nuova.
Partiamo dal primo brano, che parla di Elia forse tra i profeti dell’Antico Testamento il più duro e violento e anche il più mistico, perciò particolarmente affascinante.
Subito un invito. Dovremmo riscoprire la personalità del profeta di Dio, che non è uno che prevede il futuro, ma uno che parla in nome di Dio, ma di quale Dio? Ecco la vera domanda. Non possiamo certo ignorare il contesto storico in cui il profeta di Dio ha compiuto la sua missione: annunciare la Parola di Dio. Ma il profeta di Dio è del tutto singolare: ha un proprio carattere, doti anche umane, ma tutto al servizio di una Parola, che è eterna, e che perciò penetra nell’animo o nell’essere del profeta di Dio, senza lasciarlo indifferente.
Ma l’empatia del profeta di Dio con la realtà non è del tipo emozionale o solo psichico e tanto meno carnale, è qualcosa che parte dal mondo divino per scuotere il mondo umano. Quando diciamo che il profeta ci mette tanto entusiasmo, già la parola “entusiasmo” dovrebbe farci capire di che cosa si tratta. Entusiasmo deriva dal greco antico, dove “en-” (dentro) e “theós” (dio) indicano l’essere “con un dio dentro” o “ispirato”. Dunque, entusiasmo significa “avere Dio dentro di noi”, agire in nome di un Dio che è presente nel nostro essere più profondo. I profeti di Dio non potevano agire senza entusiasmo. Erano entusiasti per la loro stessa vocazione di profeti di Dio.
Dunque, Elia chi era? Anzitutto visse e operò come profeta di Dio nel IX secolo a.C., nel regno di Israele o del Nord, che aveva come capitale Samaria, che verrà distrutta nel 722/721 a.C. dagli Assiri. Secondo i metodi assiri Samaria venne distrutta totalmente, e gli abitanti israeliti del regno furono deportati in Assiria: al posto delle popolazioni deportate furono importate altre stirpi soggiogate dagli Assiri, che si mescolarono con i pochi Israeliti rimasti e formarono l’ibrida razza dei Samaritani.
Elia visse durante il regno di Acab, un ebreo che aveva sposato Gezabele, proveniente dalla Fenicia, una fanatica pagana, che propagandava tra gli ebrei il culto di Baal. E questo fa capire quanto Elia, fedele al Dio dell’Alleanza, fosse odiato e perseguitato a morte dalla perfida regina pagana.
Elia annuncia una prolungata siccità per la punizione che viene data al re, colpevole per aver sposato una regina pagana. Colpevole, ma soprattutto perché metteva a rischio la fede pura del popolo eletto. Infatti, l’esempio del re condiziona e influenza il popolo che perciò abbandona la fede di Israele nell’unico Dio per seguire gli dèi della Fenicia. Durante questo flagello, per un primo momento il profeta si nasconde presso il torrente Chèrit e i corvi gli portano pane e carne: in modo del tutto straordinario, mattino e sera. Ci si rifà all’alimentazione del popolo d’Israele nel deserto, nel tempo della liberazione, ricordata nel libro dell’’Esodo (16,8.12). Quando poi il torrente si secca per la siccità che si prolunga nel tempo, Elia si dirige verso Zarèpta, un paese vicino a Sidone, a 15 km, sulla costa fenicia. Il Signore suggerisce di rivolgersi ad una vedova. Effettivamente il profeta incontra una donna povera e ad essa chiede acqua e cibo, garantendo che il Signore avrebbe provveduto per tutto il periodo della siccità.
Notate. Elia si è spostato in una zona pagana, la terra di origine della regina Gezabele. Se da questa, potente, può venire la sua rovina, attraverso un’altra donna, questa volta vedova e povera, viene la sopravvivenza. Sono i cosiddetti contrasti o giochi dei contrari, che piacciono immensamente a Dio che sa risolvere le cose mettendo nello stesso campo il bene e il male, come una sfida che ha sempre un unico vincitore, ovvero il bene. Possiamo dire, usando una immagine antropomorfica, cioè umana, che Dio gioca le sue carte migliori quando sfida apertamente il male. E lo fa, anche questo in modo paradossale, prendendo il bene dal male stesso, oppure là dove umanamente sarebbe impossibile trovare qualche speranza.
Questi quadretti biblici, tra cui il brano di oggi, sono perle di una saggezza provvidenziale che sfida ogni pessimismo. Mi piace ricordare la scena di quella vecchietta che, per il figlio disperso in guerra, si reca ogni giorno a portare un mazzo di fiori alla madonnina di una cappella che Peppone sta per abbattere per dare spazio alla costruzione della casa del Popolo. Il filo di acciaio del camion che si avvia per abbattere la cappella miracolosamente si spezza. La Fede!
Sì, Dio gioca di fronte ai tiranni, aiutando i poveri che sanno provvedere a coloro che libereranno il suo popolo. Nel salmo 146,9 si dice: «Il Signore protegge lo straniero, egli sostiene l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie degli empi».
Spontaneo passare al secondo brano, quando l’apostolo Paolo scrive: «Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli». Troviamo qui, di fronte al compito dell’accoglienza, un elemento fondamentale che la comunità cristiana, fin dall’inizio, ha sempre praticato. L’esempio è stato accolto dal Vecchio Testamento, a cominciare da Abramo che accoglie Dio, che si presenta come un viandante anonimo sotto l’aspetto di tre personaggi che passano accanto alla sua tenda. Per l’ospitalità, offerta gratuitamente e spontaneamente, questi personaggi ricambiano, come dono di riconoscenza, annunciando che Abramo avrebbe generato un figlio nella sua vecchiaia. L’ospitalità genera vita.
Un autore ci fa ricordare che l’ospitalità si contrappone alla guerra: «L’umanità ha compiuto un passo decisivo, e forse il passo decisivo, il giorno in cui lo straniero da nemico (“hostis”, da cui ostile) è divenuto ospite (“hospes”, da cui ospizio)». Se accolgo un povero, l’altro mi considererà sempre un amico e avrà riconoscenza. La guerra nasce da chi ti odia, da chi si sente rifiutato, non da chi ti offre ospitalità. L’ospitalità, in tutte le sue forme, contiene e mantiene la vita. Nell’antica società, il concetto di ospitalità (“xenia” nella cultura greca, “hospitium” presso i romani) era profondamente radicato. Pensate alla parola “xenia”, da cui xenofobo, uno che ha paura del forestiero.
Riflettiamo. Presso gli antichi orientali l’ospitalità era inviolabile, pagani o ebrei praticavano l’ospitalità come un dovere sacro. E oggi tutti sono diventati nemici da temere. È stato scritto: tutti siamo xenofobi, abbiamo paura del forestiero, addirittura del vicino di casa, visto come un estraneo. Noi cristiani dovremmo essere i primi a praticare l’ospitalità, a vedere tutti come fratelli. La xenofobia è entrata nelle nostre chiese, gli stessi preti e le stesse comunità vivono di un campanilismo da chiederci: che cristiani siamo? Che esempio diamo?
I populisti parlano di barriere nazionali da far rispettare contro invasioni che loro chiamano barbariche, e noi cristiani eleviamo steccati all’interno della stessa Comunità pastorale.

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