Chiude la biblioteca Sormani, apre la BEIC e a perderci sono i milanesi

da lucysullacultura.com

Chiude la biblioteca Sormani,

apre la BEIC e a perderci sono i milanesi

4 Maggio 2026
Lucia Tozzi
Manca poco meno di un anno alla sua annunciata apertura, eppure della BEIC, la nuova biblioteca/spazio ibrido milanese, non si sa quasi nulla, nemmeno se sarà gestita da ente pubblico o privato. Nel frattempo però viene annunciata la dismissione della biblioteca storica che la BEIC andrà a sostituire, la Sormani. Ma a Milano oggi servono più biblioteche pubbliche, più spazi progettati per i cittadini: non è troppo tardi per reclamarli.
L’archivio immenso e le funzioni della più grande biblioteca comunale di Milano, l’amatissima Sormani, saranno trasferiti in un edificio più grande, più luminoso, dotato di un capiente auditorium, di un archivio automatizzato ad alta tecnologia, di spazi scenografici aperti 24 ore su 24, e persino di un parco: la BEIC, la nuova Biblioteca Europea. Un luogo aperto, iconico, contemporaneo, non più in pieno centro città ma in un’area più esterna, ben collegata dai trasporti. Così ci ripetono da anni. Che bella notizia. Cosa può andare storto?
Si hortum cum bibliotheca habes nihil deerit, “Se avrai un orto insieme con una biblioteca non ti mancherà nulla”, scrissero i gesuiti del Collegio Romano nella pietra – una frase che Dario Franceschini, a più riprese ministro della Cultura, cita nel suo Con la cultura non si mangia?, nel capitolo dedicato ai libri. Non la vedono così i bibliotecari di Milano, e neppure molti affezionati frequentatori della Biblioteca Sormani.
Lavoratori e utenti della Sormani protestano perché, a meno di un anno dall’annunciata e trionfale apertura, della BEIC non si sa quasi nulla. Non è chiaro nemmeno se la proprietà resterà del Comune, e se a gestirla sarà l’ente pubblico o il privato, la Fondazione BEIC, partecipata da Comune, Regione, Ministero della Cultura, Ministero dell’istruzione, Politecnico, Associazione Milano Biblioteca del 2000 e Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere. Si parla genericamente di una governance mista, ma è inaccettabile che ancora non se ne sia discusso pubblicamente, dal momento che almeno una parte consistente delle preziose collezioni della Sormani – 700.000 libri – confluiranno nel nuovo spazio. Non sappiamo se a lavorarci saranno i bibliotecari comunali, dotati di un contratto dignitoso benché non ad altissimo reddito, oppure il sempre più diffuso miscuglio di assunti pubblici, precari in subappalto e volontari. Sempre che ne vengano assunti abbastanza. Infine, non si sa da chi e quanto sarà finanziata la costosissima gestione, stimata in 18-20 milioni l’anno, dal momento che il Ministero si mostra freddo a riguardo e gli altri enti, si sa, sono sempre a corto di denaro.
In pratica si è deciso di costruire un contenitore cool senza avere la più pallida idea di come mantenerlo, senza un piano economico, gestionale e culturale, senza che Stato e Comune si siano minimamente preoccupati di come sono stati impiegati i soldi pubblici spesi fino a ora (100 milioni di PNRR e 30 milioni di fondi comunali, più altri 30 per gli arredi) e delle immense spese che genererà, a scapito di altri servizi pubblici.
L’idea di piazzare in città un edificio culturale monumentale, un “grande attrattore”, per alimentare il brand Milano e la rigenerazione urbana in un’area ex-industriale, non aveva nulla di innovativo neppure venticinque anni fa, quando era nato il primo progetto BEIC sui resti dello scalo ferroviario di Porta Vittoria, vicino all’ex Macello. Era una stanca copia della Biblioteca Mitterrand di Parigi, una fiacca riproduzione dell’effetto Bilbao, analogo ad Hangar Bicocca e Fondazione Prada, che però sono musei privati, finanziati e gestiti come tali.
Il sogno della BEIC di allora naufragò insieme a quelli dell’immobiliarista Danilo Coppola, nello scandalo finanziario dei “furbetti del quartierino”. La BEIC di oggi è figlia della pervicacia della Fondazione omonima, che ha aspettato per anni, in sordina, il momento buono per accaparrarsi fondi pubblici nazionali, ovvero l’arrivo del PNRR. Il ministro in carica, allora, era Franceschini, fedele al principio della cultura come alimento e stimolo per la valorizzazione immobiliare, che infatti colse subito l’occasione per dare alla città due “regali che non si possono rifiutare”: la seconda piramide di Herzog & De Meuron a Porta Volta e il doppio ziggurat di Porta Vittoria, cioè il Museo della Resistenza e la Biblioteca Europea.
A che servono questi due involucri onerosi in una città che svende le piscine pubbliche, lo stadio pubblico, i centri sportivi, gli ippodromi, le case popolari, i terreni, i parchi, gli edifici di pregio, perché – sostiene – non si può permettere di manutenerli? Donare uno yacht di lusso a qualcuno che non riesce neppure a fare il pieno all’utilitaria significa obbligarlo a cedere la barca sottocosto, o a sacrificare tutti i beni di prima necessità per mantenere il prestigioso gioiello, o peggio le due cose insieme.
Come farà Milano a mantenere in vita la sua rete di Biblioteche civiche, costruita in anni di welfare culturale e già da anni in regime di austerity, con personale e orari di apertura ridotti in quasi metà dei quartieri? Cosa ne sarà della Biblioteca di Calvairate, frequentatissima, a poche decine di metri dalla BEIC?
La questione non interessa affatto ai sostenitori della “cultura come risorsa”, perché le loro politiche neoliberali hanno precisamente lo scopo di scremare quelle che considerano spese inutili, vale a dire le infrastrutture del welfare. Nella loro prospettiva, i pesci grandi mangiano i piccoli, i fondi pubblici si concentrano sulle istituzioni di eccellenza e i proventi sono diretti ai privati: devono nutrire le cooperative cui esternalizzano il lavoro (che possono sfruttare legalmente i dipendenti), le pulizie, le visite, e poi le imprese a cui appaltano le biglietterie dei musei, le pubblicazioni, i public program, gli eventi speciali, il marketing, i servizi digitali e i laboratori educativi, le caffetterie, gli shop, l’affitto spazi, e ancora l’indotto presunto (sempre ingigantito), gli affitti brevi, soprattutto l’aumento del valore del metro quadro.
I cittadini perderanno servizi pubblici di prossimità, alla faccia della “città dei 15 minuti”, pagheranno di più il trasporto pubblico, che sarà meno efficiente, l’accesso alle piscine e persino quello ai musei civici, che hanno appena raddoppiato il prezzo del biglietto grazie a una delibera di giunta.
Perderanno con ogni probabilità anche la biblioteca Sormani, destinata forse a diventare uno di quegli spazi ibridi che ospitano indefinibili funzioni culturali di facciata solo per ricoprire il ruolo di location spettacolare per eventi temporanei, commerciali o feste di lusso.
Potranno però andare, insieme ai turisti, nella grande BEIC da 30.000 metri quadri, ispirata ai modelli innovativi nordeuropei – aperta, accogliente, colorata, inclusiva, moderna, multimediale, con il fablab e le sale registrazione. Ci saranno gli spazi silenziosi e quelli rumorosi (come specificato nella descrizione del progetto), perché non si tratta di un luogo pensato solo per il libro (che vecchiume polveroso!), ma anche per incontrarsi, socializzare, consumare e produrre cultura in tutte le forme, dalla prima infanzia alla maturità, giovani e boomers. Si potrà partecipare a laboratori, corsi, concerti, eventi. Ma si potrà anche consumare e basta, senza cultura – o meglio, anche quella è cultura. E bisognerà che consumino molto perché tutto questo sia economicamente sostenibile. Anzi, visto che sarà presumibilmente uno spazio ibrido pubblico-privato, dovranno anche pagare carissimo quello che consumano, perché i privati devono guadagnare, non sono mica le suore della carità.
E i lettori che non sono di zona? Che hanno magari bisogno di luoghi per studiare, ma non hanno accesso alle biblioteche universitarie? O per lavorare in smart working, ma non hanno i soldi per i coworking? Beh, possono sempre trovare un bar pietoso o un centro commerciale nei dintorni che gli lasci occupare un tavolino col wifi, come già succede, no?
Se c’è una cosa che è sempre mancata a Milano, specialmente da quando aspira a rappresentarsi come global city e capitale della conoscenza, è una biblioteca pubblica seria dove fare ricerca. Cosa sarebbe New York senza la NY Public Library, Londra senza la British Library, Parigi senza la Bibliothèque Nationale? Istituzioni e accademie avrebbero potuto fare della BEIC un investimento sul sapere critico, e contemporaneamente rafforzare la dimensione sociale delle biblioteche civiche. Era una scelta possibile, sarebbe stato un monumento realmente innovativo, un regalo vero a una città che è terrorizzata dagli spazi di riflessione, che si è avviluppata attorno a un modello di sviluppo autodistruttivo, fondato sul fare e disfare, sul ma anche, e che non ha più il coraggio di capire le esigenze dei suoi abitanti e produrre luoghi dedicati a soddisfarle. Una città che, per paura di sbagliare, finisce per immaginare un solo tipo di spazio, tanto ibrido e flessibile da essere uguale a tutti gli altri, e fondamentalmente ridotto al mero consumo.
Le alternative esistono, sono ancora vive. Si possono realizzare, affianco agli spazi ibridi, bellissime piscine progettate per i nuotatori e biblioteche per i lettori. Serve una nuova politica per costruirle, o almeno per renderle più pubbliche e più belle e più accessibili di sempre.
Lucia Tozzi è studiosa di politiche urbane e giornalista freelance. Il suo ultimo libro è L’invenzione di Milano. Culto della comunicazione e politiche urbane (Cronopio 2023).
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da altreconomia.it

A Baggio la biblioteca pubblica

è il terreno franco per costruire

una comunità plurale

di Alessia Cesana — 15 Aprile 2026

L’ingresso della biblioteca di Baggio, a Milano, in cui si trova parcheggiato anche il presidio mobile che va direttamente dai cittadini © Alessia Cesana

“Che funzione deve avere la biblioteca in un quartiere periferico?”: nel quartiere milanese che quasi scivola a Ovest quella domanda alla base dell’occupazione degli abitanti del 1969 non è stata dimenticata. La risposta oggi è creare coesione, mettendo al centro le persone al posto degli oggetti. Con attività, servizi e una forte relazione verso l’intorno. Lo spazio si configura come un presidio sociale vivo che contrasta isolamento, disagio e frammentazione
Pensare una biblioteca sembra una faccenda da nulla. Non bastano forse dei libri, delle mensole, magari qualche armadio sul retro per conservare quello che non viene consultato spesso? Certo, varietà e novità sarebbero criteri imprescindibili. Poi ci vorrebbe almeno una persona che gestisca i prestiti e i resi, controlli che il materiale non venga perso o danneggiato e si occupi di farlo circolare tra le biblioteche. Meglio se sappia dare anche qualche consiglio di lettura.
“In una biblioteca non possono mancare i servizi o i libri, se no sarebbe qualcos’altro -dice Alberto ‘Abo’ Di Monte, bibliotecario da cinque anni a Baggio, quartiere che quasi scivola fuori dal limite Ovest di Milano-. Il nostro modello però non vuole mettere al centro gli oggetti, ma le persone”. E le prime due stanze che si incontrano entrando rendono già bene questa impostazione.
In quella a destra, scaffali pieni di libri per adulti, divisi fra narrativa o saggistica e per nome dell’autore o autrice. Separati solo i gialli -genere sempre battuto- e le ultime acquisizioni. A connotare l’ambiente, però, è un altorilievo di rame nero raffigurante un organo dell’artista Carlo Ramous, autore anche dell’opera in Piazza della Conciliazione a Milano.
Ulteriormente accentuata dalle dimensioni imponenti e dallo stile altisonante, la scultura ha un risvolto ironico perché lo strumento è entrato nella memoria popolare a causa della sua presunta assenza: in dialetto milanese esiste infatti il proverbio “va’ a Bàgg a sonà l’orghén” (vai a Baggio a suonare l’organo) – equivalente del più colloquiale “va’ a quel paese”- perché, secondo la leggenda, quello della chiesa del quartiere era stato solo affrescato per mancanza di soldi.

La sala della narrativa e della saggistica per adulti, con la scultura di un organo di Carlo Ramous © Alessia Cesana

Lo spazio a sinistra dell’ingresso, invece, è la sala multimediale, con dvd, pc e una Playstation. “Una consolle non è qualcosa di tipico o banale per una biblioteca -spiega Alberto-. Il pomeriggio però vengono qui i ragazzini che a casa non possono averla, giocano e fanno gruppo”. Un luogo sicuro e accogliente, non vincolato esclusivamente ai libri, capace di recepire bisogni diversificati. Dalla socialità, appunto, fino al riparo dal freddo, dal caldo o dalla pioggia.
Proprio in questa stanza spesso si riparano le persone senza dimora che vivono nel parco, che arrivano anche a essere venti o trenta. Un tetto, un bagno, la connessione a internet, una presa della corrente, una temperatura adeguata sono comodità che possono passare inosservate, ma non sono scontate. Qui se ne può usufruire e non c’è problema se si appoggia la testa su un banco per qualche minuto.

La sala multimediale, con dvd, computer e una consolle, spesso è un riparo per chi non ha dove altro andare © Alessia Cesana

Alberto racconta della posizione simbolica, in qualche modo strategica, in cui si trova l’edificio: nel verde del parco pubblico intitolato ad Albino Abico, partigiano baggese insignito della medaglia d’argento al valore militare, è il centro del quartiere; di fronte ci sono le scuole di tutti i gradi ed è nella traiettoria che congiunge le docce pubbliche al luogo in cui vengono distribuiti i pasti; da pochi anni, grazie alla perseveranza delle organizzazioni del territorio, è stato aperto il “Padiglione-teatro musica idee”, uno spazio affidato alla gestione di due associazioni dove si svolgono laboratori e attività disparate, dal corso di italiano a quello di arabo, dallo yoga all’acquarello.
“Chi non sa dove andare, può venire qui -continua Alberto-. L’idea di base è permettere a diverse fasce di popolazione, che altrimenti rimarrebbero distanti e impermeabili le une alle altre, di incontrarsi e condividere gli spazi. Così ci si abitua alla presenza dell’altro, ci si conosce, si lavora insieme”. Un territorio franco che tutti e tutte possono condividere, sentire proprio, e attorno a cui si costruisce comunità. Episodi piccoli e significativi sono all’ordine del giorno.
Ad esempio, nella stanza dedicata agli adolescenti -un luogo fitto di bisbiglii, tra gruppetti che fanno i compiti insieme e qualcuno che fa ripetizioni- c’è un piccolo pianoforte elettrico, utilizzabile con le cuffie. Quando si è rotto, si è temuto che non ci fossero fondi per la riparazione, che costava quasi di più dello strumento stesso perché comprendeva il trasporto. Una ragazza che lo utilizza abitudinariamente, allora, ha deciso di prendere la situazione in mano, chiamando un elettricista di fiducia: il problema era un semplice fusibile bruciato. E così lo strumento è tornato disponibile alla collettività.

Alberto e due utenti della biblioteca provano ad aggiustare il pianoforte elettrico in dotazione alla biblioteca © Alessia Cesana

Servire la comunità, oliarne gli ingranaggi, è ciò che muove Alberto, dimessosi dal suo vecchio impiego in uno studio di architettura proprio per avere un ruolo più attivo nella società. Ora è uno dei colleghi che curano i rapporti con i vari enti e organizzazioni che collaborano e gravitano attorno alla biblioteca.
E basta un colpo d’occhio alla fittissima bacheca di fronte alla scrivania principale per capire quante siano le attività organizzate: dai dibattiti alle presentazioni di libri, fino alle mostre d’arte e ai concerti con il pianoforte a coda che si svolgono nella sala per lo studio individuale; in più ci sono corsi di cucito, finanza personale, digitalizzazione, le letture per bambini e i contatti istituzionali con le realtà che supportano le famiglie locali in difficoltà economica.
Alla fine del corridoio in cui sono affissi volantini e avvisi c’è una stanza tranquilla: l’emeroteca. Dal nome ormai esotico, le sezioni dedicate ai giornali stanno progressivamente sparendo. “Le riviste sono sentite come un costo inutile, di cui le biblioteche, dai fondi già all’osso, dovrebbero disfarsi. Il diffondersi dell’efficientismo, però, volta le spalle ai bisogni reali: moltissimi anziani vengono qui e apprezzano questa parte. Tenerla viva è solo un modo per arginare solitudine e abbandono, molto presenti”.

Un graffito sul muro esterno della biblioteca con scritto “The library is for everyone” (la biblioteca è di tutti) © Alessia Cesana

La cura e l’ascolto sono proprio il centro del modello proposto dalla biblioteca di Baggio. Alberto chiarisce che il loro desiderio è quello di non farsi percepire come un’articolazione della macchina amministrativa, un tassello della burocrazia comunale, fredda e distante, bensì come un ente del territorio che da e per quello nasce e vive.
Le antenne sono sempre attive per captare richieste ed esigenze, anche di pubblici che solitamente la biblioteca non intercetterebbe o non sarebbe disposta a farsi carico. È lo scopo anche della Biblioteca a pedali, una bicicletta-carretto con pochi libri -oggi campeggiante davanti alla scrivania principale- che raggiunge le persone direttamente nelle vie. Esporsi, farsi conoscere, farsi carico, farsi prossimi: questa la filosofia.

Sfogliando uno dei documenti dell’archivio storico del quartiere © Alessia Cesana

Anche l’orario di apertura -dalle 9 alle 23 quasi tutti i giorni della settimana- riflette questa idea, permettendo anche agli studenti che si attardano di frequentarla. Che quella di Baggio sia un’utenza particolarmente frizzante è attestato anche storicamente. Alberto apre il tesoretto della biblioteca, l’armadio che funge da archivio nella zona di deposito, e mostra fogli di giornale e documenti unici. Fra di loro, le notizie risalenti all’occupazione iniziata il 3 aprile 1969 e dell’autogestione che ne è seguita, guidata dalla domanda “quale funzione deve avere la biblioteca in un quartiere periferico?”. Sfogliando le cartelline di plastica, si arriva ai primi anni Duemila e i ritagli parlano solo di disagio, ‘baby-gang’ e spaccio, argomenti che ancora oggi macchiano la reputazione del quartiere.

Un foglio di giornale stampato dalla Commissione di gestione della biblioteca di Baggio, organo che ha autogestito la biblioteca per alcuni anni a partire dal 1969 © Alessia Cesana

Ora Baggio è un quartiere vivace, con un tessuto cittadino molto attivo, che sembra vivere a una velocità diversa rispetto alla Milano di City Life. C’è fermento per l’imminente -si parla del 2032, ma i lavori sono già partiti- arrivo della Metro M1. Ora per raggiungere le zone più centrali bisogna prendere un autobus, attraversare palazzoni e campi, e prendere la metro a Bisceglie. Con il migliore collegamento e la comodità nel trasporto, però, aumentano le preoccupazioni per i prezzi delle abitazioni.
Secondo i dati dell’Osservatorio mercato immobiliare dell’Agenzia delle entrate, i costi a Baggio sono decisamente sotto la media milanese: si attestano fra i 2.500 e i 3.500 euro al metro quadrato per la vendita e fra i 9 e gli 11,8 per l’affitto, contro una media nel Comune di più di cinquemila per la vendita e di 23 euro per l’affitto. C’è già stato un esempio di tentata speculazione sul territorio: quello delle Torri Lac, coinvolte nelle indagini sull’urbanistica di Milano. I pubblici ministeri ritengono che la costruzione dei tre grattacieli -alti fino a 43 metri e da 77 appartamenti- sia stata fatta passare per “ristrutturazione” e hanno fermato i lavori. Da metà febbraio 2026 è iniziato lo smantellamento dei cantieri.

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