Avvento: quali “esercizi spirituali”?

L’EDITORIALE
di don Giorgio

Avvento: quali “esercizi spirituali”?

Sarei anche io tentato di non scrivere più, solo lamentandosi di un Avvento tradito nella sua essenzialità. E allora parliamo di essenzialità di un Mistero che incanta già nella parola “Mistero”, quando facciamo dentro di noi silenzio, spegnendo ogni desiderio di cose inutili.
Ed è qui il problema: si coglie l’essenzialità zittendo ogni parola inutile, spegnendo ogni desiderio di cose inutili.
In altre parole, si coglie o si arriva all’essenzialità, togliendo. Togliere è un lavoro che costa, e perciò è un’opera indispensabile da fare. Costantemente. Ogni giorno.
Se non tolgo l’inessenziale non potrò mai cogliere l’essenziale. E allora non basta dire: “Facciamo silenzio e ascoltiamo la parola di Dio!”.
Per fare silenzio dentro di noi, occorre spazzar via ogni parola inutile, ogni desiderio inutile, togliere ciò che è carnale.
Ma la cosa assurda, paradossale, allucinante è questa: da anni si sono inventati corsi di esercizi spirituali, per giovani e adulti (magari anche per ragazzi in versione ridotta!), distribuiti nelle sette zone pastorali: di sera, con canti magari brutti e noiosi, con preghiere litaniche stucchevoli, con silenzi imbarazzanti, e con omelie che danno un senso di disgusto. E allora mi chiedo: si toglie e si aggiunge? Anche gli antichi filosofi parlavano di esercizi spirituali, ma nel senso più pieno di un lavoro anche psicologico, non da poco, per purificare lo spirito da ogni invadenza carnale.
Ed ecco il ridicolo: si riempie l’Avvento di oscene inutilità, anche da parte delle comunità cosiddette cristiane, e poi ci si ritira per qualche ora in una chiesa, ma… per gustare che cosa? per provare quale rimorso? per sentirsi in colpa di quale mancanza? Alcune ore in tutto il periodo d’Avvento che per noi di rito ambrosiano dura sei settimane. Esercizi spirituali in tempi assai ristretti… Non così facevano gli esercizi spirituali gli antichi filosofi. Duravano tutta la vita. Platone diceva: la filosofia è “un esercizio di morte”, quotidiano, avvento o non avvento, e per morte intendeva liberare l’anima dalla prigione carnale. Forse intendeva la stessa cosa Etty Hillesum, quando scriveva che bisogna “disseppellire Dio” che è sotto una montagna di detriti.
Dunque, vorrei parlare di essenzialità del Mistero natalizio. Ma come si fa a parlare a un cuore indurito? E non serve, ripeto, lamentarsi condannando ogni tipo di consumismo che riesce a intaccare perfino gli spiriti eletti.
Almeno proponiamoci: arriva l’Avvento, e perciò entriamo in un periodo penitenziale, intendendo per penitenza un “esercizio di morte”. Ma come si fa, ripeto, se l’Avvento è solo una serie di parentesi molto brevi, in cui ci isoliamo da una società, pronta poi a inghiottirci di nuovo?
Certo, ogni occasione buona è sempre da sfruttare per il Meglio. Ma il Meglio non ha tempi determinati, fissati da qualche esigenza del tipo religioso, o anche del tipo puramente psicologico. Tutti hanno “un meglio” nella testa, anche gli atei.
Anche qui vale il principio: chi punta sul poco otterrà poco. E chi agisce in tempi determinati, otterrà solo illusioni.
Sì, bisogna sfruttare ogni provvidenziale opportunità, ma che sia un punto di partenza per un nuovo cammino che porterà a quell’Uno da cui siamo usciti e a cui dobbiamo tornare. Un cammino che conoscerà anche soste o ritardi o qualche sbandata, ma poi si procede, ancor più decisi, perché la nostra vera beatitudine è quell’Uno che non è mai accondiscendente, ma fortemente esigente. L’Uno è l’Unico Bene Necessario, e non sopporta frammentazioni.
E allora che cos’è l’Essenzialità? Non c’è che una risposta: l’Unico Bene Necessario. Necessario, perché, senza, la società si frantumerà fino alla follia che toglie perciò dalla mente ogni Idea di Bene, di Bello, di Vero. E già dire Idea porta necessariamente a quella Realtà che è lo Spirito purissimo.
06/12/2025
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