Omelie 2026 di don Giorgio: SECONDA DOPO PENTECOSTE

7 giugno 2026: SECONDA DOPO PENTECOSTE
Sir 17,1-4.6-11b.12-14; Rm 1,22-25.28-32; Mt 5,2.43-48
Anche questa volta ho l’imbarazzo della scelta; tutti e tre i brani della Messa sono particolarmente interessanti. A dire il vero ogni parola di Dio è un soffio dello Spirito santo. Anche una virgola. Ma è chiaro che ci sono parole o brani che risultano più stimolanti a seconda delle circostanze o dei nostri stati d’animo. C’è qualcuno che quando si trova in difficoltà e vorrebbe chiedere un consiglio dello Spirito santo apre la Bibbia a caso, e trova il consiglio giusto. Lui ci crede, ed è una bella cosa.
Non mi sento portavoce dello Spirito santo, eppure c’è qualcuno che addirittura si sostituisce allo Spirito del Risorto. Pensate ai leader cosiddetti carismatici dei vari Movimenti ecclesiali. La mia difficoltà sta nell’offrire a ciascuno di voi, ed è qui il vero problema, qualche stimolo perché vi rendiate conto che ogni essere umano è un sé che ha i suoi problemi. Ma ciascuno può sempre trovare uno spunto per il suo caso. Sotto l’ispirazione dello Spirito.
Partiamo dal brano del Siracide, un libro dell’Antico Testamento sempre affascinante. L’autore sacro presenta il Creato in tutta la sua variopinta bellezza, come un capolavoro del Creatore. Un capolavoro in sé attrezzato perché potesse diventare la casa dell’uomo. Quindi il Creato non è da costruire o da rendere più bello: è già dal suo nascere che è tutto bello in sé, come un dono, sempre ricco di energie che man mano vengono alla luce, scoperte dall’uomo (scoperte nel senso che l’uomo le scopre, non nel senso che lui le crea); un dono di Dio per rendere possibile una esistenza dignitosa per ogni essere umano.
L’autore sacro si rende conto della sua missione: comunicare l’ordine e la bellezza di questo dono, che è il Creato, uscito dal Pensiero di Dio. E perciò ecco l’invito del Signore: «Ascoltami, figlio, e impara la scienza, e nel tuo cuore tieni conto delle mie parole».
Il mondo intero è affidato all’uomo, affinché ne abbia cura e lo custodisca. Attenzione ai verbi usati: non sempre la traduzione in lingua italiana dà l’esatto significato del testo originale, anzi talora ha contribuito a creare forti equivoci come se Dio avesse dato all’uomo ogni potere di dominio sul Creato. Ecco le parole dell’autore sacro come sono state tradotte in lingua italiana: «Dio assegnò loro giorni contati e un tempo definito, dando loro potere su quanto essa contiene. Li rivestì di una forza pari alla sua e a sua immagine li formò. In ogni vivente infuse il timore dell’uomo, perché dominasse sulle bestie e sugli uccelli»
Distinguiamo. Un conto è dominare e un conto è custodire. Proprio “custodia” è la parola chiave: noi siamo responsabili di questo dono meraviglioso, che è il Creato, e dobbiamo proteggerlo dalle pretese assurde di dominio da parte dell’uomo. Noi non siamo proprietari della Creazione, ma siamo casomai amministratori. Siamo responsabili e non proprietari: dobbiamo prenderci cura del Creato: fare sì, ecco il nostro compito, che il Creato si mantenga come è stato pensato da Dio: un’opera di bellezza e di creatività che rimandi al Suo Creatore. Dio ha creato il mondo o la Natura per ogni essere umano: tutti hanno diritto di star bene in questo mondo, e nessuno ha il diritto di appropriarsi di ciò che non è suo. Ogni guerra nasce da questo voler appropriarsi di qualcosa che va oltre ciò che Dio ha stabilito per ciascuno.
Ed ecco l’invito del saggio che si fa portavoce di Dio: «”Guardatevi da ogni ingiustizia!”, e a ciascuno ordinò di prendersi cura del prossimo». Non soltanto ogni uomo è chiamato a custodire il Creato, prendendosene cura, in modo tale che la sua bellezza sia un richiamo ed un riflesso dell’Eterna Bellezza di Dio; ciascuno di noi è chiamato anche alla custodia dell’altro, nel senso che dobbiamo proteggere i più deboli che non possono difendersi dai soprusi dei prepotenti che vorrebbero rubare il loro diritto, stabilito da Dio, di avere quel giusto che permette a ognuno di vivere in questo mondo.
Sant’Ambrogio parlava esplicitamente di furto: tu sei un ladro se tieni qualcosa che va oltre il tuo diritto, per cui togli a un altro il diritto di avere il suo. San Agostino nel libro “De Civitate Dei” (La Città di Dio) ha scritto: «Se la giustizia è bandita, che cosa sono i regni se non grandi bande di ladri?». In questo celebre passo Sant’ Agostino paragona gli Stati e i governi privi di giustizia a delle “bande di briganti” su larga scala. Entrambe le entità, infatti, si basano su un capo, regole di spartizione del bottino e patti sociali; ma se i piccoli furfanti vengono puniti, i grandi imperi criminali ottengono l’impunità con la forza.
E allora che cos’è la giustizia? Giustizia è fare in modo che non sia la legge della giungla (basata sulla bruta forza fisica) a regolamentare i rapporti tra gli uomini, bensì a ciascun esemplare della stirpe umana, indipendentemente dalla forza, dalla salute, dall’etnia, dalle dimensioni, dall’età, dal sesso, venga riconosciuto quel valore intrinseco ed inalienabile che gli proviene dall’essere umano.
Il secondo brano della Messa, tolto dalla lettera di San Paolo ai cristiani di Roma, non è di facile lettura. Qualche spunto tuttavia possiamo trovarlo.
Di fronte all’immensità del Creato e alla sua innata Bellezza, che non è solo estetica, e che perciò esige gli occhi dello Spirito per scoprirla, il rischio è di non accorgerci neppure di tutta la Bellezza di cui siamo costantemente circondati, navigando da un’insoddisfazione all’altra, perennemente in cerca di qualcos’altro, di esteriore, di carnale, di pura apparenza. Talvolta a fare da schermo che ci allontana da un autentico incontro con il suo Artista, l’immenso Dio, è la bellezza fisica delle cose, che è apparente, fugace, che dura finché dura, fino a quando il tempo non la invecchia fino alla morte.
Il Salmista dice: «Come l’erba sono i giorni dell’uomo, come il fiore del campo, così egli fiorisce. Lo investe il vento e più non esiste e il suo posto non lo riconosce».
Il grande filosofo Platone parlava di Idee, come riflessi divini, perciò eterni. Una cosa è bella finché rimane in essa l’Idea del Bello divino, e il Bello come Idea resta anche dopo che la cosa fisica scompare. Perciò una cosa è bella non in sé, in quanto cosa, ma perché riflette in sé la Bellezza divina. Perciò solo con gli occhi dello spirito riusciamo a scoprire la bellezza del Creato.
San Paolo scrive: «Mentre si dichiaravano sapienti, gli uomini sono diventati stolti e hanno scambiato la gloria del Dio incorruttibile con un’immagine e una figura di uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili».
Chi sono gli stolti? Prendono la bellezza del Creato come se fosse oggetto di mercato. Non vi è mai capitato di sentir dire magari da un amico: “Che bello questo angolino di paradiso! Che cosa costa? Quasi quasi me lo compero!”. Più una cosa appare bella, più aumenta il suo costo. Tu puoi non farmi vedere qualcosa di brutto, ma una cosa bella ho il diritto di vederla. Ecco perché sono contrario alle siepi che non mi permettono di vedere un angolo di paradiso o una stupenda opera d’arte. La bellezza non è di nessuno in particolare, ma è di tutti. Non si compera. So che è difficile far capire queste cose che mi sembrano scontate.

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