
Sergio Mattarella ricorda i bombardamenti
di Hiroshima e Nagasaki
L’ottantesimo anniversario del tragico bombardamento atomico di Hiroshima, cui seguì tre giorni dopo quello su Nagasaki, segnò l’esperienza di un evento apocalittico. Le esplosioni atomiche disintegrarono nel bagliore di un solo istante interi quartieri delle due città, spargendo morte e devastazione in proporzioni mai conosciute prima di allora. Ne pagarono il tributo sanguinoso decine di migliaia di vittime, perlopiù civili innocenti. Quei tragici avvenimenti, le molteplici sofferenze patite negli anni successivi dai sopravvissuti, rimangono per l’umanità monito che non può essere dimenticato. L’annientamento dell’umanità la prospettiva che l’uso del nucleare ha posto dinanzi a tutti noi.
Oggi, in uno scenario segnato da guerre, crescenti tensioni e contrapposizioni, occorre ribadire con forza che l’uso o anche la sola concreta minaccia di introdurre nei conflitti armamenti nucleari appare crimine contro l’umanità. La architettura globale del disarmo e della non proliferazione delle armi nucleari, tra i cardini del sistema multilaterale faticosamente costruito nel secondo dopoguerra, non può essere abbandonata, a rischio di accelerare un clima di scontro. A cinquanta anni dalla ratifica del Trattato di Non Proliferazione, la Repubblica Italiana ribadisce l’obiettivo di un mondo libero dalle armi nucleari, con la valorizzazione completa degli organismi internazionali di controllo predisposti a questo scopo.
Nessuna guerra nucleare può essere combattuta o vinta, a meno di mettere a rischio la stessa esistenza della vita sul pianeta.
I bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki non sono solo episodi bellici tra i più dolorosi del secolo scorso, né rappresentano soltanto una ferita ancora aperta per il popolo giapponese.
Le due città sono moniti eterni di una memoria universale che testimonia dove può portare la furia distruggitrice dell’uomo e, al contempo, esempio di resilienza, di ciò che è possibile costruire con la pace.
Roma, 06/08/2025 (II mandato)
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6 Agosto 2025
Hiroshima, 80 anni dopo:
la ferita che non si rimargina
La voglia di dimenticare è comprensibile perché ogni ricordo è un pugno nello stomaco. Ma la rimozione è il fertilizzante dell’indifferenza e più la bomba diventa lontana nella nostra percezione, più diventa pensabile come strumento politico o militare
Marcello Cecconi
“Hiroshima è come una ferita aperta su tutto il genere umano, e al pari di tutte le ferite, anche questa pone due possibili sviluppi: la speranza di guarigione da un lato e il pericolo di un’infezione fatale dall’altro”. Queste parole le scriveva il premio Nobel giapponese Kenzaburō Ōe in Note di Hiroshima, a distanza di vent’anni dalle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Oggi, nell’agosto del 2025, ottant’anni dopo quella doppia fiammata che cancellò due città e oltre duecentomila vite, il bilancio è amaro: l’infezione fatale non si è ancora consumata, ma la guarigione è lontanissima.
Perché se la Seconda guerra mondiale si è conclusa con quelle due fiammate, la logica che portò a quella scelta non si è mai spenta. La minaccia atomica vive tra noi, travestita da equilibrio di deterrenza o da scudo strategico. Le parole di Vladimir Putin quando evoca risposte nucleari come se fossero opzioni tattiche, le mosse di Donald Trump quando mette in allerta i sottomarini nucleari statunitensi, i sospetti su un Iran che insegue il sogno atomico sotto il manto di una teocrazia e le armi nucleari in mano a una cricca di rabbiosi e disumani israeliani che perseguono quotidianamente atti genocidari, ci ricordano che l’infezione è cronica.
Eppure, Hiroshima e Nagasaki sembrano per molti relegate a un’epoca in bianco e nero, lontana, quasi estranea. Nei talk show se ne parla poco, a scuola il tema si sfiora, e nelle nuove generazioni la consapevolezza è spesso frammentaria. Sono pochi i millennial, meno gli appartenenti alle generazioni Z e Alpha, che conoscono la cronologia esatta di quei giorni d’agosto 1945. Quanti sanno che la bomba di Hiroshima fu all’uranio (Little Boy) e quella di Nagasaki al plutonio (Fat Man)? O che in molti morirono nei mesi successivi per le radiazioni, senza neppure un nome su una tomba?
In Giappone, dove dimenticare potrebbe rivelarsi una scelta immorale, sono stati i sopravvissuti, gli hibakusha, a imporre la memoria della Bomba. Ci sono scuole come la Motomachi High School di Hiroshima dove, dal 2007, i suoi studenti d’arte intervistano i sopravvissuti trasformando le loro strazianti testimonianze in dipinti. Nel paese del Sol Levante, la memoria ha trovato spazio anche nei linguaggi popolari. Il manga Hadashi no Gen (Gen dai piedi scalzi), pubblicato a partire dal 1973 da Keiji Nakazawa, ha portato il trauma di Hiroshima ai ragazzi, raccontandolo attraverso gli occhi di un bambino sopravvissuto. È stato tradotto in molte lingue, incluso l’italiano, e per anni ha rappresentato uno dei pochi ponti narrativi tra storia e generazioni.
Ma non può bastare un fumetto, per quanto potente, a custodire una memoria collettiva di fronte a una minaccia che è ancora presente. Perciò serve una cultura della memoria attiva, che non si limiti a commemorare, ma che leghi i fatti del 1945 ai rischi del 2025. La voglia di dimenticare è comprensibile perché Hiroshima è un trauma che scotta, e ogni ricordo è un pugno nello stomaco. Ma la rimozione è il fertilizzante dell’indifferenza e più la bomba diventa lontana nella nostra percezione, più diventa pensabile come strumento politico o militare.
Ōe parlava di guarigione come possibilità e, ottant’anni dopo, quella possibilità rischia di sbriciolarsi tra le nostre mani. Perché ogni volta che un leader pronuncia la parola “nucleare” come se fosse una pedina sulla scacchiera geopolitica, la ferita di Hiroshima si riapre. Forse la vera domanda da porre non è se ricordiamo che cosa è accaduto ad Hiroshima, ma se comprendiamo davvero cosa significherebbe riviverlo oggi, ottant’anni dopo. Se la risposta è no, allora la ferita non guarirà mai.
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da la Repubblica
06 AGOSTO 2025
Bomba di Hiroshima, il mondo non capì
di Alberto Cavallari
R50/ Ottant’anni fa, sul finire della Seconda guerra mondiale, fu sganciata dall’aeronautica militare americana una bomba atomica sulla città giapponese di Hiroshima. Tre giorni dopo, un altro attacco nucleare prese di mira la città di Nagasaki. Il primo causò circa 150 mila vittime, il secondo 220 mila. Fu l’unico impiego dell’atomica per uso militare. Ecco l’articolo di Alberto Cavallari pubblicato alla vigilia del quarantesimo anniversario, il 3 agosto 1985
Quando la prima atomica distrusse Hiroshima la mattina del 6 agosto 1945 il mondo diede una prova colossale della propria incapacità di capire subito i grandi eventi che mutano la sua storia. Non è nuovo che gli uomini “non sanno quello che si fanno”, e che le culture siano impreparate a comprendere immediatamente il significato e le conseguenze delle grandi scoperte e delle loro prime applicazioni. Ma il passaggio dal pre-nucleare al nucleare, cioè la più grande rivoluzione mai avvenuta in ordine alla questione principale della guerra e della pace, venne accompagnato da una “sordità” senza precedenti. Nessuno percepì cosa significasse quel preciso momento per il futuro del genere umano.
La censura militare, la necessità di non dire subito perché la decisione era stata presa, la scarsità delle informazioni sulla qualità della bomba, sono certo alla base dell’incapacità del mondo di capire la portata dell’evento. Si dovrà attendere la pubblicazione dell’United States Strategic Bombing Survey, molto tempo dopo, per sapere che la bomba di Hiroshima era all’uranio 235, quella lanciata tre giorni dopo a Nagasaki era al plutonio, e che in entrambi i casi “nell’istante dell’esplosione si sviluppò energia sotto forma di luce, calore, radiazioni a pressione”; che “la completa banda di radiazioni dei raggi X e gamma, attraverso gli ultravioletti e i raggi visibili, al calore radiante dei raggi infrarossi, viaggiò alla velocità della luce…”; che “la durata della vampa fu soltanto una frazione di secondo, ma sufficiente per causare scottature di terzo grado all’epidermide umana alla distanza di un miglio, e per carbonizzare i cadaveri in modo tale da distruggerne ogni traccia nell’immediata vicinanza della quota zero, cioè il punto del suolo immediatamente sotto l’esplosione”. Tuttavia, i dati principali circolarono subito salvo sui giornali giapponesi: si seppe che l’esplosione era nucleare, che aveva compiuto due massacri eccezionali. Ma ciò non bastò per intendere il vero significato del bombardamento.
Le collezioni dei giornali testimoniano che la notizia venne mancata, o non venne capita, o venne capita solo in termini tradizionali. Molti la diedero con scarso rilievo, come se si trattasse di uno dei tanti bombardamenti americani sul lontano Giappone mentre l’Europa godeva i primi mesi di pace. Altri la pubblicarono con grande evidenza, sottolinearono che la bomba era “nuova”, ma la collocarono nel contesto della corsa alle armi nuove che i tedeschi avevano già prodotto nella primavera del ’44, senza spiegare che le V1 e le V2 erano razzi vettori che trasportavano “bombe vecchie”, ad esplosivo chimico, mentre a Hiroshima un aereo americano vecchio, un B29, aveva trasportato una bomba nuova, a fissione nucleare, capace di produrre da sola all’incirca i medesimi danni effettivi di 1600 tonnellate di bombe vecchie.
Altri ancora tentarono di volgarizzare il significato della novità nucleare, ma con riferimenti alla teoria atomica molto rozzi, e soprattutto mettendo in primo piano le dimensioni della strage eccezionale collocata nel quadro delle stragi già eccezionali seguite ai bombardamenti tradizionali avvenuti in Giappone. Il 9 e 10 marzo dello stesso anno Tokyo era stata bombardata da 279 aerei che avevano gettato 1667 tonnellate di bombe ordinarie, distruggendo 42 chilometri quadrati, provocando 83 mila morti. Il fatto che a Hiroshima una sola bomba avesse fatto 70 mila morti (e 80 mila dispersi) e a Nagasaki 35 mila morti (e 40 mila dispersi) era eccezionale circa il numero di bombe lanciate, ma non lo era circa il numero dei morti. Così passò in secondo piano la diversità dell’arma usata, restò in primo piano la strage nel contesto di altre stragi quasi simili. Si parlò di un’arma più micidiale e non di un'”arma assoluta” come fece osservare poi Oppenheimer.
Questa incomprensione dell’evento storico non si deve però solo legare all’insensibilità dei giornali, dei fornitori di notizie, degli osservatori, alla sordità della cultura politico-scientifico-militare del tempo. Anche i grandi intellettuali che in diversi modi, avevano giocato un ruolo decisivo nella cosiddetta “avventura atomica”, non valutarono subito l’importanza dell’esplosione, sia perché la considerarono incredibile, sia perché non giunsero subito a ragionare come si ragiona oggi sugli effetti militari dell’esplosione avvenuta. Molti anni fa, mentre scrivevo un libro su “L’ Europa intelligente”, sia Heisenberg, sia Hann, sia Blackett, mi spiegarono come e perché a loro volta sbagliarono la notizia, o la ragionarono poi in modo del tutto insufficiente.
Werner Heisenberg, uno dei fondatori della meccanica quantistica, Nobel 1932, mi raccontò che quando la bomba esplose si trovava in una specie di residenza coatta imposta per alcuni mesi dagli americani agli scienziati tedeschi nelle zone via via occupate. Mi disse di aver appreso dalla radio la notizia dello scoppio della bomba a fissione nucleare ma di aver pensato (e poi confermò la cosa nelle sue memorie) “solo a una grossa panzana della propaganda americana”. Gli pareva impossibile che gli Stati Uniti avessero compiuto in pochi anni un passo avanti così veloce, “dato che la loro cultura scientifica non era affatto preparato a compierlo. La fisica degli atomi era stata infatti appannaggio dell’Europa fino al 1940. Solo nelle università e nei laboratori europei si era stati all’avanguardia nel nucleare, dalla statistica alle strutture dell’atomo, dallo studio delle reazioni a catena a quello delle masse critiche, con un lavoro che aveva fatto capo a Bohr, a Hahn, a Fermi, ai Curie, a Dirac, a Crockford, nei centri di Copenaghen, Cambridge, Roma, Gottinga”.
Proseguì Heisenberg: “Ritenevo impossibile che gli Stati Uniti fossero giunti a un risultato così conclusivo in pochissimo tempo, senza aver compiuto in passato ricerche teoriche ed esperienze che appartenevano esclusivamente all’Europa. Avevo evidentemente sottovalutato il ruolo che hanno nella storia le grandi emigrazioni intellettuali: come quella avvenuta dopo le leggi razziali tedesche e lo scoppio della guerra che vide il trasferimento di centinaia di scienziati dall’Europa all’America. Avevo poi vissuto isolato per anni, per evitare che Hitler mi costringesse a studiare per la sua guerra armi speciali, e ingnoravo che c’erano stati continui contatti tra l’Europa e l’America, tra Bohr e Fermi, tra Dirac e Oppenheimer, tra Hahn e Crockford, e che Lise Meitner, braccio destro di Bohr, aveva viaggiato tra la Francia dei Curie, la scuola di Copenaghen, la California dove si preparava la bomba”.
Anche Otto Hahn mi disse che “la notizia gli era apparsa inverosimile in quell’estate del ’45”. Hahn aveva preso decisamente parte alla nascita del nucleare, accorgendosi per primo che gli studi di Fermi stavano per giungere alla fissione, e dalla Germania aveva fornito a Lise Meitner la preziosa analisi chimica del processo fisico che aveva provocato il passo definitivo per la scoperta. Ormai era molto vecchio quando lo incontrai a Gottinga. Era stato sconvolto dalla responsabilità di aver collaborato alla nascita della bomba, aveva trascorso anni in una clinica per malati di nervi, dormiva poco, piangeva spesso, lo assaliva un tremito, parlando di quel problema. Ma disse che questa crisi era venuta dopo, verso la fine del ’46, quando giunsero i primi rapporti particolareggiati.
Nell’agosto del ’45, aggiunse, “avevo pensato che non fosse vero, perché nessuno di noi poteva pensare che un simile orrore fosse vero”. Poi Hahn mi raccontò che le ragioni della sua incredulità erano diverse da quelle addotte da Heisenberg. Era impossibile, disse, “pensare che si fosse adottata la decisione di buttare la bomba. Io ero stato al corrente degli studi per costruirla. Ma giudicavo impensabile che gli americani decidessero di farla esplodere sul Giappone. Infatti, si sapeva che erano in corso trattative per la resa giapponese. Si sapeva che l’Urss si era impegnata ad intervenire nella guerra con il Giappone proprio quell’agosto stesso. Si sapeva che Tokyo era stata bombardata con migliaia di morti, e che con armi convenzionali si poteva uccidere con massacri pari a quelli atomici. La notizia non era quindi credibile moralmente”. Hahn concluse dicendo che c’era stata molta confusione, e che per molto tempo egli aveva pensato “a un’operazione di propaganda per impedire l’intervento sovietico nel Pacifico”.
P.M.S. Blackett era stato invece l’autore nel 1948 del primo e del più importante libro sulle conseguenze politiche e militari dell’energia atomica. Nobel 1948 per la fisica, autorità indiscussa, aveva sostenuto la teoria che l’atomica non fosse un’arma assoluta, ma solo una rivoluzione limitata nel campo degli armamenti. L’aveva elaborata subito, dopo lo scoppio di Hiroshima quindi, e quando lo vidi quindici anni dopo a Londra, nel suo studio del Royal College, mi disse che “non si poteva valutare altrimenti nel ’45”. Aveva scritto che Hiroshima non cambiava troppo le cose, che non bastavano decine o centinaia di atomiche per decidere l’esito delle guerre future, e che queste restavano ancora legate alla logica degli eserciti tradizionali, perché “la vera svolta doveva ancora venire”.
L’atomica di Hiroshima consentiva infatti di stabilire che “s’era compiuto un salto quantitativo nella realizzazione delle stragi, non ancora qualitativa nel modo di condurre la guerra”. Confrontando i danni provocati dalla bomba a fissione e quelli provocati dai bombardamenti convenzionali alleati sulla Germania si poteva infatti credere, sosteneva sempre Blackett, che profonde modifiche nella logica della guerra e della pace non fossero ancora intervenute. Ora la tesi di Blackett era invece la seguente: certe argomentazioni sbagliate nel ’45 erano state possibili perché non erano ancora avvenute le vere rivoluzioni che avrebbero prodotto il salto qualitativo: la fabbricazione della bomba termonucleare nel 1954, che aprì davvero l’ epoca dell’arma assoluta, la miniaturizzazione della bomba atomica, che l’avrebbe diffusa anche sul piano tattico e individuale; la rivoluzione dei vettori che avrebbero sostituito gli aerei. Senza questi tre elementi a disposizione disse Blackett, era difficile capire cosa fosse successo nel ’45.
Poi sorrise: “Mi scuso se ho capito male e se non ho capito subito. Ma forse nel mio errore di valutazione c’era anche il desiderio che il mondo continuasse a vivere come prima, con guerre magari spaventose, ma comunque limitate, e non certo nella certezza dell’autodistruzione globale e totale”. Solo dieci anni dopo infatti, la grande svolta venne appieno compresa: quando anche l’Urss ebbe il nucleare, quando esso proliferò su scala planetaria, quando la Bomba H confermò l’esistenza di armi assolute a disposizione di tutti, quando cominciò l’equilibrio del terrore.
Gli uomini seppero allora che c’era un nuovo modo di pensare la guerra e la pace, che essi avevano il compito paradossale di utilizzare la minaccia nucleare e la distruzione totale anche per non essere costretti a mettere in atto questa minaccia, che un piccolo errore compiuto da questa diplomazia della dissuasione potrebbe produrre l’olocausto planetario. Ciò che subito non s’era capito diventò cosa nota, e cosa terrificante. Cominciò il “grande dibattito” sul terrore che genera pace, sulla pace che può generare – se cessa – la distruzione totale.
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da la Repubblica
28 LUGLIO 2025
Così Italo Calvino guidò
la protesta contro l’atomica
di Marco Belpoliti
Il 28 luglio 1950, in una cartolina, lo scrittore informava i genitori della sua raccolta firme per opporsi alla bomba. Inizia così l’impegno degli autori italiani ricostruito in un saggio di Maria Anna Mariani
Il 28 luglio 1950 Italo Calvino scrive una cartolina postale ai genitori per comunicare che domenica non sarà come suo solito a Sanremo, spiega che deve «andare a raccogliere le firme contro l’atomica». Quel giorno a Torino con lui ci saranno anche Cesare Pavese e altri compagni del Partito comunista. Si tratta del cosiddetto “appello di Stoccolma” per l’interdizione totale dell’arma atomica lanciato con un discorso da Pietro Nenni al Teatro Quirino di Roma. Del resto, la bomba di Los Alamos era nata, almeno agli inizi, proprio in Italia, in via Panisperna, dove un gruppo di giovani fisici, guidati da Enrico Fermi, aveva iniziato le sperimentazioni prima di emigrare in America a causa delle leggi razziali. L’aveva già notato Hannah Arendt in un suo scritto del 1954 sulla bomba: l’Europa continuava a considerare l’affare nucleare come un tema di politica estera, mentre erano stati proprio gli scienziati europei, gli italiani in primis, a essere decisivi per la creazione dell’arma “fine-del-mondo”.
Maria Anna Mariani ha ricostruito in modo approfondito per la prima volta in un libro, L’Italia e la bomba. Letteratura nell’era nucleare (il Mulino), la storia del rapporto degli scrittori e intellettuali italiani con la micidiale arma. Forse solo nel nostro Paese, con l’eccezione del Giappone di Hiroshima e Nagasaki, ci sono state una mobilitazione e una discussione così approfondite e costanti per tutto il secondo dopoguerra. Le ragioni sono principalmente due: la presenza di un forte Partito comunista e contemporaneamente della Chiesa cattolica, che ha in Roma la sua sede centrale.
Gli autori considerati dalla studiosa dell’Università di Chicago sono nell’ordine: Moravia, Calvino, Morante, Sciascia, Pasolini e Cassola, ma anche altri saggisti e scrittori che fanno da corona a questo gruppo di importanti autori della nostra letteratura. Proprio Calvino è stato uno dei primi a insistere su questo tema in un citatissimo articolo apparso su l’Unità nel 1946: “Le capre ci guardano”. Si tratta di un testo che ha anche aperto il tema del rapporto tra il mondo umano e quello animale: «Vi siete mai chiesti che cos’avranno pensato le capre, a Bikini? e i gatti nelle case bombardate? E i cani in zona di guerra? e i pesci allo scoppio dei siluri?».
Non c’è solo questo scritto in Calvino, ma una serie di altri articoli dedicati alla bomba atomica sino ad arrivare a un pezzo del 1977 sulla bomba N: “Gli uomini giusti con le cose giuste”. C’è poi un racconto del 1954, La bomba addormentata nel bosco, già intriso del gusto surreale e fantastico, che darà vita negli anni Sessanta a Le cosmicomiche, un libro che, come dimostra Mariani, è tutt’altro che una fuga dalla realtà, bensì una riflessione impegnata con gli strumenti dello straniamento – comicità e fantasia – sul mondo contemporaneo, oltre che un’invenzione stilistica fondata sul proteo e palindromo Qfwfq, personaggio insieme preumano e postumano.
È un libro politico che smentisce gran parte della vulgata su Calvino scrittore della leggerezza e del disimpegno, amata soprattutto dalla critica letteraria gauchiste, che lo ha in antipatia congenita. Più ancora dello scrittore antipotere per eccellenza, il siciliano Leonardo Sciascia, autore dalla “rigida impalcatura morale”, illuminista e barocco insieme, lo scrittore ligure ha tenuto a lungo la barra al centro della propria lotta contro l’armamento nucleare.
Il libro dello scrittore di Racalmuto, La scomparsa di Majorana, uscito nel 1975, dal canto suo, aprì una discussione sulle pagine dei quotidiani italiani, cui parteciparono anche i sopravvissuti della scuola di via Panisperna. Pur essendo fondato, come è stato dimostrato, su presupposti storici e argomentativi assai discutibili – la sua principale fonte è Gli apprendisti stregoni. Storia degli scienziati atomici di Robert Jungk del 1958, edito da Einaudi –, e sulla creazione di un mito-Majorana, quasi un santo, è il libro che riaprì nell’Italia delle basi americane con le loro testate nucleari un’ampia discussione sul passato degli scienziati atomici, e insieme sul futuro dell’equilibrio del terrore.
Ma già nel 1965 al Teatro Carignano di Torino Elsa Morante presentò a voce le proprie tesi, diventate poi il testo intitolato Pro o contro la bomba atomica, volte contro la giustificazione della «strategia del deterrente», saggio divulgato in volume solo nel 1987 da Adelphi, per quanto già conosciuto dagli studiosi.
Elsa mostrava come le continue «macchinazioni del complesso industriale diventano percepibili solo in fase di crisi acuta, scomparendo dall’attenzione pubblica per il resto del tempo» (Mariani).
Anche personaggi di grande rilievo intellettuale come Ernesto de Martino e Norberto Bobbio avevano negli anni Cinquanta e Sessanta sollevato la questione di come la bomba H non fosse solo una arma bellica, bensì lo strumento sicuro per la scomparsa del genere umano sulla Terra. L’autrice del futuro romanzo bestseller La Storia (1974) aveva segnalato la volontà distruttiva insita nella civilizzazione umana, unendo in un unico ragionamento Auschwitz e Hiroshima, razionalità e dominio distruttivo.
La specificità dell’intervento di Morante è quello di certificare l’impossibilità della compassione, sentimento specifico del testimone non toccato direttamente dagli eventi bellici. La scrittrice propone il tema del compito salvifico dell’arte davanti alla minaccia dello sterminio degli abitanti del pianeta, lo stesso che ispira anche Pier Paolo Pasolini.
Il contributo del poeta e regista è affidato a un curioso e interessante film di montaggio: La rabbia del 1962-63. All’accostamento visivo operato da Pasolini tra la figura di Marilyn Monroe e quella dell’esplosione atomica, è affidato nel film il compito di dare uno scossone «all’immaginario collettivo intorbidito».
Oggi tornare ai grandi nomi della nostra letteratura, e alle loro idee e dibattiti, non è solo un atto storiografico, ma un gesto politico in un mondo già esploso, ben prima di mettere mano, come temiamo, alla bomba-fine-del-mondo.
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