7 settembre 2025: SECONDA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
Is 5,1-7; Gal 2,15-20; Mt 21,28-32
La liturgia come primo brano ci ripresenta alcuni versetti del libro di Isaia: è “il canto della vigna del Signore”. Un esegeta così lo definisce: “un capolavoro lirico che si apre con una scena riposante di lavoro e d’amore”. Ma è anche una pagina fortemente drammatica. Si passa dalla tenerezza alla condanna: dalla tenerezza con cui Dio ha coltivato la vigna, simbolo d’Israele, alla condanna per l’infedeltà del popolo eletto.
Dio non ha mezze misure: tanto è buono quanto è giusto. Il problema sono le parole che usiamo: bontà e giustizia, intese nel modo nostro e applicate scorrettamente a Dio. Dio non è buono e giusto secondo le nostre categorie mentali. E la cosa ancor più paradossale è che applichiamo queste categorie mentali inadatte per Dio in modo superlativo: Dio è buonissimo, giustissimo, ecc. In che senso allora Dio è buono o che Dio è giusto?
La parola “bontà” già richiama la parola “bene”. È già un passo avanti quando diciamo che Dio è il Bene assoluto, e faremmo un ulteriore passo avanti se pensassimo che Dio è purissimo spirito. Allora la Bontà o il Bene si elevano al di sopra del nostro modo di pensare le cose, che è sempre carnale o emotivo.
Non nego che sia anche suggestivo pensare a un Dio che si emoziona, che si commuove, che gioisce, che è tenero nei suoi affetti. Sì, è commovente. Ma poi, quando Dio punisce, si arrabbia, allora non ci sembra vero, non accettiamo. Il motivo? È semplice: siamo sempre nel campo psichico, e la psiche vive di queste contraddizioni, di questi umori altalenanti, che ci mettono in crisi. Ma la stessa realtà è contraddittoria: un misto di bene e di male. E quando si prendono posizioni contro il male, non è perché siamo di cattivo umore. Si ama una persona anche correggendola duramente, quando fosse necessario.
E se dalla sua tenerezza iniziale Dio poi passa alla durezza è perché quel popolo, fatto oggetto di tanta tenerezza, ha tradito la tenerezza di Dio.
Capita anche a noi. Quante volte diciamo amareggiati: ho dato tutto per quel figlio, e lui mi si è rivoltato contro.
Mi piace riportarvi questo commento: «Essere teneri non vuol dire essere sbiaditi, oggi si direbbe, essere “buonisti”. La tenerezza va di pari passo con la passione. E la passione può anche farti dire parole forti. Ed è vero: c’è tenerezza, struggente, ma c’è anche disappunto, indignazione e minaccia». Aggiungerei di mio: “Sempre in vista del bene di una persona o del bene comune”.
Tutto allora si giustifica, non solo, tutto allora significa quel voler bene che ci coinvolge in tutto il nostro essere: come spirito, psiche e corpo. Il problema sta nell’armonizzare, nel dare un giusto equilibrio tra spirito, psiche e corpo.
Non sto ora pensando a Dio, che è purissimo spirito, perciò fuori da questa nostra realtà umana. Sì, è vero, il Logos eterno, il Figlio di Dio si è incarnato, perciò ha assunto la nostra realtà tridimensionale, come spirito, psiche e corpo. Ma è sempre rimasto il Logos eterno.
Certo, come Gesù di Nazaret il Logos incarnato aveva sentimenti: si commuoveva, piangeva, fremeva di rabbia, litigava, ecc. e soprattutto ha sofferto l’indicibile morendo su una croce.
Ma noi siamo i credenti nel Cristo risorto. Ed è nel Cristo risorto che dobbiamo leggere le vicende del Cristo storico. I Vangeli sono stato messi per iscritto dopo che Cristo era risorto, ovvero sono stati scritti alla luce del Cristo risorto. Non dimentichiamolo mai.
Ripeto, è bello sentir dire che Dio non è un anaffettivo, tanto più se i suoi ministri sono asessuati o incapaci di esprimere affetti o altro. Ed è proprio il potere che toglie ogni umanità, ed è triste avere a che fare con vescovi che sono incapaci di ridere o di piangere con i propri preti. Senza arrivare a fare il buonista di circostanza. Questo non significa venir meno al dovere di ogni buon pastore di correggere, di alzare la voce quando fosse necessario. Poi, ciascuno ha il suo stile, il suo modo di relazionarsi, ma si capisce al volo l’umanità o il senso paterno di un vescovo quando rimprovera e anche quando punisce. Non è la durezza di un vescovo che contesto, ma la sua mancanza di paternità. E questo vale anche per noi preti, e vale per i genitori o per gli educatori in genere.
Tutto in funzione pedagogica, ovvero educativa, per invitare chi si è messo in un pericolo perché torni sulla strada giusta. Ogni eventuale punizione è in vista della conversione del peccatore. Le punizioni fini a se stesse, che durano oltre il tempo dovuto dal buon senso, sono controproducenti.
Passiamo al terzo brano. La breve parabola di Gesù sui due figli, e le parole roventi che la concludono: “pubblicani e prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” nascono in un contesto ben preciso, nascono dentro una discussione sull’autorità tra Gesù e i suoi oppositori. Con quale autorità tu, Rabbì di Nazaret, ti arroghi il diritto di un ingresso trionfale nella città di Gerusalemme? Con quale autorità scacci dal tempio venditori e compratori, rovesciando i tavoli dei cambiavalute e i banchi dei venditori di colombe? Con quale autorità tu indugi nel tempio ad insegnare? Come a dire: “Fuori i titoli! Non sei abilitato a farlo!”.
Per i sacerdoti e gli anziani era una questione di titoli, di cariche e loro avevano titoli e cariche! Erano abilitati a farlo. Gesù sovverte alla radice questo pensiero che privilegia la carica, il titolo. “Ma allora… Giovanni il Battista aveva titoli o no per battezzare?”. E quelli rimangono senza parola! “Venne a voi sulla via della giustizia e non gli avete creduto, i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto”. Gesù racconta la parabola, per dire che decisive, per il regno di Dio, non sono le parole, i titoli, le cariche, le qualifiche.
Una cosa vergognosa che ci siano preti che pretendono che si metta davanti al loro nome, “dottor tal dei tali”, perché è un laureato. Quando compariremo davanti a Dio saremo tutti nudi di titoli, di onorificenze. Decisivi sono i fatti, o meglio ancora, decisivo è il cuore, inteso in senso biblico: un cuore che si apre al cambiamento.
Facco mie queste parole: «Noi viviamo in un mondo dove contano, contano tanto, le parole, le belle parole. E contano, contano tanto le immagini, il culto dell’immagine. Conta il ruolo, conta la posizione, conta la carica, conta l’apparenza: ciò che appare! Anche oggi può capitare che vengano ritenuti cristiani quelli che a parole si proclamano cristiani, quelli che si ergono a difensori della fede, quelli che giudicano la fede o la non fede degli altri, l’ortodossia o la non ortodossia degli altri, come succedeva ai tempi di Gesù, come succedeva ai prìncipi dei sacerdoti e agli anziani del popolo. Con il rischio che costoro, che pronunciano spesso il nome del Signore o le ragioni della fede, vengano legittimati per cristiani, per i veri cristiani. Quando il criterio, stando al Vangelo, dovrebbe essere un altro: non che cosa dici, ma se ti sei convertito con la tua vita al Vangelo, a Gesù, oppure no».
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