Quando la guerra colpisce la Terra, l’eredità ecologica dei conflitti

da www.rsi.ch
3 ottobre 2026

Quando la guerra colpisce la Terra,

l’eredità ecologica dei conflitti

Nel saggio “Guerra alla Terra” emerge il volto meno raccontato dei conflitti: quello che minaccia ambiente, biodiversità e clima globale
Di: altriluoghi/Rod
Quali sono i danni ambientali prodotti da una guerra? È questo il nucleo centrale attorno a cui ruota l’indagine del biologo e giornalista scientifico Danilo Zagaria nel saggio Guerra alla Terra. Conflitti armati e crisi ecologica (add editore), protagonista di un approfondimento andato in onda nella trasmissione Altriluoghi.
Senza mai mettere in secondo piano il drammatico costo in vite umane e le sofferenze che colpiscono innanzitutto le popolazioni civili, l’opera accende i riflettori su una dimensione a lungo trascurata: gli impatti sistemici che i conflitti armati esercitano, nel lungo e lunghissimo periodo, sugli equilibri naturali e sui territori.
Indagare la ferita ecologica delle guerre significa anzitutto riconoscere che colpire l’ambiente equivale a compromettere la nostra stessa sopravvivenza. Come ha spiegato Zagaria, «l’intento era proprio quello di mostrare come gli impatti ambientali generati dai conflitti rappresentino, in qualche modo, un enorme autogol». Sebbene la guerra abbia sempre rimodellato i paesaggi, basti pensare alle invasioni dell’antichità o a quelle che Amitav Ghosh ha definito «guerre di terraformazione coloniali», come lo sterminio dei bisonti nordamericani, il vero spartiacque storico si consuma con la Prima guerra mondiale.
Il conflitto del 1914-1918 rappresentò infatti il primo scontro bellico di massa pienamente industriale, alimentato su vasta scala dai derivati del petrolio per muovere aerei, sottomarini e carri armati. L’estenuante guerra di posizione scaricò sui territori una violenza materiale senza precedenti, lasciando cicatrici visibili ancora oggi lungo le Fiandre, il Carso, il Trentino e le Dolomiti bellunesi, dove intere vette furono letteralmente sbriciolate dalle mine. In alcune aree della Francia nord-orientale, in particolare nei dintorni di Verdun, vaste porzioni di territorio interdette all’agricoltura e all’insediamento umano testimoniano tuttora l’avvelenamento persistente causato da metalli pesanti e residuati bellici inesplosi, prova di una contaminazione capace di attraversare le generazioni.
Nel corso del Novecento questa traiettoria si è ulteriormente aggravata. L’introduzione delle armi chimiche, l’uso massiccio delle mine e la teorizzazione del bombardamento d’area durante la Seconda guerra mondiale hanno progressivamente trasformato lo spazio vitale nel bersaglio diretto dell’azione militare. I centri urbani sono a tutti gli effetti ecosistemi costruiti dall’uomo e densamente popolati; il loro annientamento deliberato, culminato con l’impiego dell’arma atomica e riproposto negli anni successivi da Hanoi a Sarajevo, da Groznyj fino all’Ucraina e alla Striscia di Gaza, mira alla distruzione sistematica di un tessuto insieme materiale, sociale e relazionale.
Nel caso di Gaza, in particolare, la devastazione assume una valenza non solo materiale, ma anche identitaria ed ecologica. La distruzione degli impianti di dissalazione, il collasso della rete fognaria, l’accumulo senza precedenti di macerie e l’abbattimento di oltre un milione di ulivi rappresentano una ferita profondissima. Si assiste così a una convergenza tra distruzione fisica ed ecocidio, nella quale l’annientamento di una tradizione agricola millenaria rischia di recidere il legame vitale tra una popolazione e la propria terra.
L’impronta distruttiva degli apparati bellici, del resto, non si esaurisce nei teatri di guerra. Anche in assenza di un conflitto attivo, il mantenimento delle forze armate su scala globale comporta un costo climatico elevatissimo. L’addestramento continuo, le infrastrutture logistiche e il costante aggiornamento dei sistemi d’arma generano un flusso ininterrotto di emissioni climalteranti. Secondo diverse stime, il comparto militare mondiale sarebbe responsabile di circa il 5,5% delle emissioni globali di gas serra; se fosse considerato come un singolo soggetto nazionale, si collocherebbe tra i maggiori emettitori del pianeta. Una realtà che, alla luce della rinnovata corsa globale agli armamenti, rischia di accelerare ulteriormente la crisi climatica.

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