7 dicembre 2025: QUARTA DI AVVENTO
Is 40,1-11; Eb 10,5-9a; Mt 21,1-9
Premetto subito che il terzo brano di questa domenica riporta un evento, descritto nei Vangeli in cui Gesù entra trionfalmente nella città di Gerusalemme cavalcando un asinello, acclamato dalla folla che stende rami di palma e i propri mantelli per accoglierlo, che di per sé precede la sua passione e morte, ed è perciò liturgicamente celebrato ogni anno nella Domenica delle Palme come un adempimento di antiche profezie messianiche.
Potrebbe sembrare strano che la Liturgia ci ripresenti questo evento in Avvento. Ma poi non è così strano se lo rileggiamo da diversi punti di vista.
Occorre anzitutto rileggerlo alla luce del primo brano della Messa, un testo di un profeta anonimo vissuto nel VI secolo a.C., la cui missione era quella di stare accanto al suo popolo, deportato a Babilonia, non per piangere con lui lacrime amare, ma per consolarlo, invitandolo a sperare.
Ed ecco le prime parole del brano: «Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio –. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati». Lo stesso san Paolo poi scriverà: «Dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia» (Rm 5, 20). Una affermazione paradossale, che sembra quasi assurda, ma la logica di Dio non è la nostra.
Si tratta dunque di una grazia grande e nuova: c’è in prospettiva il ritorno degli esuli a Gerusalemme. Dio sta prospettando, attraverso gli avvenimenti della storia, la conclusione della “tribolazione”. In pratica viene annunciata la sconfitta di Babilonia da parte della potenza crescente di Ciro, re dei Medi e dei Persiani. Ma la profezia non è molto esplicita, per timore di una reazione violenta da parte dell’autorità babilonese. Ed ecco lo stratagemma del Profeta: il futuro viene raccontato riferendosi all’uscita dall’Egitto e alla liberazione ottenuta al tempo dell’esodo con Mosè.
Quel “consolate” ripetuto che significa allora? Vuol dire: aiutate il popolo a cogliere la novità ed i segni, ma è necessario parlargli al cuore perché sorgano pensieri e attese di speranza. Il cuore per un ebreo non è solo la sede delle emozioni e del pensiero, ma rappresenta l’intero essere umano, è la sede dell’intelletto, della volontà, della morale e della vita fisica. È considerato il centro da cui scaturiscono le decisioni, i desideri, la gioia, il dolore e la saggezza. Ma i Mistici medievali, chiamati a ragione speculativi perché al centro di tutto ponevano l’intelletto divino, da cui prende luce il nostro intelletto, per cui noi vediamo alla luce dell’Intelletto divino, che è dunque Sorgente infinita di luce, dicevano che dentro di noi c’è una “scintilla divina”, che ci permette di vedere e di valutare ogni cosa, per poi fare le scelte nel modo migliore. Se non vedo chiaro, come posso decidere per il meglio? Dunque, solo alla luce dell’intelletto, illuminato da Dio, la volontà può scegliere il Bene assoluto.
Dunque, “consolare” non significa anzitutto dire qualche parola di conforto che tocchi le corde dei sentimenti di un popolo prostrato a causa dell’esilio. Consolare da parte di un profeta è rigenerare nuove prospettive di una esistenza che è anzitutto già di per sé fragile, e qui il profeta usa immagini, tolte dalla natura, che sono molto espressive ed efficaci.
«Una voce dice: “Grida!”, e io rispondo: “Che cosa dovrò gridare?”. Ogni uomo è come l’erba e tutta la sua grazia è come un fiore del campo. Secca l’erba, il fiore appassisce quando soffia su di essi il vento del Signore. Veramente il popolo è come l’erba. Secca l’erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura per sempre».
Sì, siamo fragili, e anche nel vigore delle nostre forze, magari più muscolari che intellettive, ci sembra di spaccare il mondo; man mano il tempo passa, tutto si sfiorisce e anche la mente si annebbia, a parte il corpo che si logora. Sì, siamo come l’erba o un fiore che all’alba spunta come una meraviglia, ma che già prima di sera appassisce. Basta una malattia, e il processo di decadimento accelera i tempi in vista di un inesorabile tramonto.
Ma il Profeta di Dio ha la missione di consolare, e non di deprimere, neppure si limita a fare un lungo elenco di disgrazie o di depressioni varie. Purtroppo noi di Chiesa, a iniziare magari dallo stesso pastore che è a capo di una diocesi, quasi ci divertiamo ad elencare fenomeni allarmanti, come se facendo così stimoliamo la gente a convertirsi. Era un difetto già presente nella predicazione dei preti di una volta: minacciavano castighi per spingere la gente alla conversione. A parte il fatto che tale metodo non è affatto educativo, oggi poi non funziona più. La gente ci ride sopra, e continua la sua strada di perversione.
Per noi cristiani poi la fede non è la credenza in un inferno descritto in modo mostruoso pronto a inghiottirci se compiamo il male. Fede è credere nelle infinite potenzialità del Bene. L’esatto opposto. Proprio perché credo nel Bene, evito di fare il male. E il Bene Sommo è Grazia, Dono. Non basta parlare delle conseguenze del male o di guai che possono capitare se poi il mondo resta nelle tenebre. Bisogna proporre il bene in tutta la sua bellezza interiore se vogliamo educare la gente a riscoprire il positivo, il bello, il vero, il buono.
Non si consola la gente soltanto dandole un fazzoletto per asciugarsi le lacrime. A che servirebbe? Certo, nessuno dice che è facile consolare la gente che soffre. Tanto meno serve promette il solito paradiso nell’aldilà. La cosa che mi risultava la più difficile, quando ero responsabile di una parrocchia, era visitare un malato in ospedale.
Il profeta consolava prospettando al popolo, prostrato nella sofferenza di un duro e lungo esilio, una parola, quella di Dio, che apriva orizzonti nuovi, uscendo dai soliti giochetti di politici che sanno solo ingannare. Più questi promettono cose, più ingannano. Le cose luccicano di apparenze che sfumano prima del termine dello stesso giorno: come l’erba verde o un bel fiore che appassisce o sfiorisce prima del tramonto.
La promessa, annunciata dal Profeta in nome di Dio, richiedeva, lo ripeto, una fede incrollabile, una fede pura, non contaminata da credenze religiose che ingannano come le promesse dei partiti politici. Una fede che è radicalmente disponibile al Dono divino, quando però ci si spoglia di cose che pretendono che il Dono si adatti alla loro schiavitù.
Il Dono di Dio si fa Grazia, ovvero Luce, che genera nuova vita, quando trova via libera nel nostro essere più profondo.
È sempre questione di quel “fiat voluntas tua!”, che coincide sempre con il “Fiat lux” della prima creazione. Se la prima creazione è stata contaminata da una ribellione, in nome di un nostro volere imposto al volere divino, la nuova creazione si realizzerà con un nuovo “Fiat lux”, che si realizza nel Volere divino.
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