La rivoluzione conservatrice non c’è stata e non ci sarà

da www.huffingtonpost.it/
07 Luglio 2025 

La rivoluzione conservatrice

non c’è stata e non ci sarà

di Pietro Salvatori
Con l’estate sono tornati il caldo e le sparate a salve di Forza Italia sullo ius scholae. E insieme sono del tutto evaporati il premierato e l’autonomia, come fossero una pozza d’acqua sotto la canicola. Ultima ideona? Coprire con i fondi Pnrr le bastonate dei dazi di Trump. Si procede a vista, nell’assenza di un’alternativa di governo. Piccolo cabotaggio, le rivoluzioni promesse possono aspettare
È arrivato anche Tommaso Foti a dire che per tamponare la mazzolata dei dazi si può escogitare un modo per utilizzare i fondi del Pnrr. Un enorme sussidio di Stato – di soldi che ci hanno raccontato erano destinati a stimolare ripresa, competitività e innovazione – per far digerire la guerra commerciale dell’amico fraterno Donald Trump, escogitato da un governo che ha lanciato strali su strali all’abuso di sussidi a pioggia a loro dire esercitato da chi lo ha preceduto.
C’è da capire cosa succederà quando il nostro Paese vedrà seccarsi il fiume di soldi che ha irrorato le casse dello Stato. Gli indici economici di cui puntualmente si vanta Giorgia Meloni sono “drogati” dai 64 miliardi che sono già stati spesi in tre anni secondo i documenti ufficiali, che sono in realtà 80, a sentire l’ultimo aggiornamento dello stesso Foti. Ne rimangono altri 110 da utilizzare nel prossimo anno e mezzo, e la previsione che tra impedimenti e ritardi alla fine qualcosa rimarrà nelle casse di Bruxelles non è così campata in aria.
Il punto, tuttavia, non è il Pnrr. O meglio, lo è nella misura in cui si rivela un indicatore per un governo che sembra di giorno in giorno sempre più normalizzarsi, faticare a riprendere il filo della spinta propulsiva con la quale era entrato nella stanza dei bottoni spiegando urbi et orbi che sarebbe iniziata una nuova era. E che invece naviga sempre più o meno a vista. Ci sono i dazi, sussidiamo le imprese con i soldi di Bruxelles, arriva l’AI, mettiamole la mordacchia, esplode un fatto di cronaca sulle pagine dei giornali, creiamo un nuovo reato, che sono tutti contenti. Con buona pace dell’innovazione, del merito, della competitività, che pure sono state per anni bandiere – l’una o l’altra – dei partiti che compongono la coalizione di maggioranza.
Qualche giorno fa Giulio Ucciero ha scritto un bell’articolo su come il ministero della Cultura all’alba del governo Meloni era considerato un avamposto del cambio di paradigma, della rivoluzione – culturale in quel caso – che il centrodestra avrebbe portato nel paese. E che invece con il passare dei mesi si è rivelato essere una casa infestata dai fantasmi per l’avanguardia neo-futurista meloniana.
Sono solo un paio di esempi, ma se ne potrebbero fare altri. Se ci ricordiamo il governo Berlusconi per l’abolizione dell’Imu dulla prima casa, quello Renzi per gli 80 euro in busta paga, quello Conte per il reddito di cittadinanza (al netto del giudizio politico che ognuno di sarà fatto dei singoli provvedimenti), il governo Meloni non ha ancora avuto la capacità di sfornare una legge che lo caratterizzi, per la quale verrà ricordato, nel bene e nel male (l’unico, la maternità surrogata come reato universale, sembra interessare assai più chi avversa il centrodestra che non i suoi elettori).
Questo non significa che sia necessariamente una cosa da biasimare, se non che è l’esecutivo stesso che ha promesso riforme epocali che avrebbero cambiato il destino del paese. Ma il tempo, prima che la legislatura finisca, si accorcia ogni giorno che passa, e gli architravi della nuova visione meloniana del futuro dell’Italia sono con sempre più certezza destinate a restare ponderosi progetti chiusi in un cassetto.
Con l’estate sono tornati il caldo e le sparate a salve di Antonio Tajani e di Forza Italia sullo ius scholae. E insieme sono del tutto evaporati il premierato e l’autonomia, come fossero una pozza d’acqua sotto la canicola.
Dopo annunci, consultazioni con tutti i partiti di maggioranza e di opposizione nemmeno fosse una succursale del Quirinale, sbandieramenti di road map, annessi e connessi, il premierato si può dire che si sia definitivamente impantanato. Fonti di maggioranza e di governo ammettono a taccuini chiusi e con molta ritrosia che di tempo per approvarlo entro le prossime elezioni non ce n’è, tutto da rimandare al prossimo quinquennio di Meloni a Palazzo Chigi, che è sempre più l’orizzonte a cui si guarda da quelle parti. L’autonomia differenziata, cavallo di battaglia della Lega, è di fatto azzoppata e ferma in Parlamento, e anche in quel caso l’ottimismo che ne esca fuori qualcosa di concreto entro il gong è svanito.
A procedere a singhiozzo è solo la separazione delle carriere dei magistrati. Vessillo di Forza Italia, anche FdI prova a intestarsela. Arriverà nei prossimi giorni al Senato in seconda lettura. Eppure, qualche tempo fa, avevano promesso la terza lettura alla Camera entro il mese di luglio. Se ne riparlerà, forse, in autunno, sempre che non s’incagli pure quella.
Nel suo costeggiare la riva, nel tenere a vista il faro sicuro di Bruxelles, nel non essere quella nave corsara che solca l’oceano del sovranismo, della rivoluzione all’italiana promessa in campagna elettorale, il governo conta su una solida assicurazione sulla vita, anche su quella futura. L’incapacità delle opposizioni di costruire una credibile alternativa di governo. Nella speranza che basti.

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