Omelie 2026 di don Giorgio: NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

8 novembre 2026: NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO
2Sam 7,1-6.8-9-12; Col 1,9b-14; Gv 18,33c-37
Mi soffermo anzitutto sul primo testo, tratto dal secondo Libro di Samuele. Vediamo il contesto, che possiamo così sintetizzare.
Per Davide, secondo re di Israele, succeduto a Saul, primo re (siamo nella prima metà del X secolo a.C.), dopo numerose guerre e altrettanto spargimento di sangue, tra cui per la conquista della città di Gerusalemme, arriva il momento, visto che lui abitava una reggia da incanto, di pensare di costruire anche a Dio un tempio sontuoso. Dice Davide al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda». Il profeta lo asseconda: «Fa’ quanto hai in cuor tuo».
Ma i profeti non sono sempre e in tutto in sintonia con Dio. Dio vuole che Natan vada a precisare al re che sino a quei giorni, lui, Dio, la sua presenza e vicinanza l’aveva significata con una tenda che accompagnava il cammino del suo popolo: “sono andato vagando sotto una tenda, in un padiglione”.
Precisiamo. Dopo l’uscita dall’Egitto, durante il cammino verso la terra promessa, gli Israeliti adoravano Dio sotto una grande tenda, chiamata Tenda del Convegno o Tenda della Testimonianza o anche semplicemente: padiglione, dimora, tabernacolo. Quando piantavano l’accampamento in una nuova zona, i Leviti erigevano la Tenda del Convegno al centro, situavano le loro tende attorno ad essa, e le tende delle tribù di Israele circondavano il tutto. In questo modo mostravano che l’adorazione a Dio era la parte centrale della vita della nazione.
Allora capiamo quando Dio dice “vagando”, quasi a sottolineare che la mobilità della tenda fa la differenza, la differenza con l’immobilità di un tempio, che per forza di cose è una costruzione materiale che non si può spostare.
Ma che cosa succede? Che poi Dio cederà, accetterà che gli venisse costruito un tempio, ma a una condizione: che non si cancellasse la memoria di un Dio che va vagando, il che comporta la mobilità, che è la cosa che più sta a cuore a Dio stesso. Tanto che, a futura memoria di un Dio vagante, nel cuore del tempio, nel cosiddetto Santo dei Santi, dovrà essere custodita la Tenda di quell’incredibile traversata, la Tenda dell’Alleanza, ora immobile, ma con un particolare intrigante: negli anelli dell’arca siano lasciate a memoria le stanghe con cui veniva portata. Come se Dio volesse che non si velasse mai, proprio mai, l’immagine, per lui ingualcibile, cioè mai soggetta alle rughe del tempo o dei nostri condizionamenti carnali: l’immagine del Dio della tenda, di un Dio che non è fermo, che cammina con il suo popolo che vive sotto le tende. Se un popolo è in cammino, la presenza di Dio lo accompagna.
Quanto è affascinante solo pensare un Dio che non fissa la sua dimora in un posto ben determinato: un Dio che cammina con il suo popolo. Del resto che cosa leggiamo nel prologo del Vangelo secondo Giovanni? La traduzione della Cei: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” non è fedele al testo greco, secondo il quale dovremmo dire: «Il Verbo (Logos) mise la sua tenda in mezzo a noi».
Commenta don Angelo Casati: «Possiamo dire che Dio è uscito da dove l’avevamo rinchiuso – mentalmente e localmente rinchiuso – per tornare ad essere il Dio dei vaganti, dei pellegrinanti, dei nomadi. Siamo per natura vaganti, pellegrinanti, nomadi, oggi e lo saremo domani. E lui, metterà la tenda, la arrotolerà quando noi la arrotoleremo, la pianterà là dove noi la pianteremo. Così sino alla fine. Il re della tenda, ecco Gesù. Mai fermo. L’apostolo Pietro nel suo discorso a casa del pagano Cornelio dice di Gesù: “Passò tra noi beneficando”. Attenzione: non fu una elargizione dall’alto. Come sogliono fare i re. Cristo no: egli attraversò la vita. E non si permise una tenda diversa. Più sicura, resistente alle bufere. La passione di Gesù non era la sicurezza per sé, ma la difesa strenua di una idea di umanità, che rispondesse a quella che da suo Padre aveva imparato: “Va’, e bàttiti perché sia salva la dignità di ogni donna e di ogni uomo, la dignità della terra, la casa comune”. A volte, o spesso, Gesù apparve come uno fuori coro, in un mondo che cantava altre immagini e inseguiva altro, altro che fa il male dell’umanità e della terra. Voce solitaria, fuori coro, voce da zittire: metteva in discussione equilibri che erano squilibri, tornaconto per pochi. “Togliamolo di mezzo”. E Cristo non va a cercarsi un tempio in cui garantirsi. Non dice: “Taccio”, e nemmeno dice: “Non se lo meritano, guardali!”».
E qui passiamo al terzo testo, quello evangelico. Quando parliamo di solitudine, non dimentichiamo quella di Cristo, non solo quando egli si ritirava tutto solo, lontano dalle folle, su un monte a pregare. Solo il Padre era per Lui, Figlio, il suo contatto più intimo, mai interrotto, se non quando apparentemente sembrava l’avesse abbandonato: pensiamo i momenti più drammatici, nell’Orto degli Ulivi e sulla Croce.
Anche nel testo di oggi, tolto al Vangelo secondo Giovanni, in cui il quarto evangelista descrive il dialogo di Gesù con Pilato, il clima è drammatico. Cristo appare solo.
Commenta don Angelo Casati: «Fuori dal tribunale le autorità giudaiche che glielo hanno portato, vogliono sbarazzarsi dell’uomo giusto per salvaguardare il loro potere: li spinge l’odio, l’invidia, la gelosia. E pensate l’ipocrisia: il giorno seguente sarebbe stato giorno di festa e loro si guardano bene dall’entrare: contrarrebbero un’impurità rituale. E stanno uccidendo il Giusto. E lui, Pilato, che fa un fuori dentro continuo, tra la folla fuori e Gesù dentro, lui intuisce che ha a che fare con un giusto, ma l’ambizione, il potere, il successo è ciò che comanda in lui. Comanda e lo divora la ricerca del consenso, la febbre dei sondaggi. C’è una folla di cui accattivarsi, la folla che fa tifo per l’uomo forte. E che se ne fa di un giusto inerme, ammanettato? Nell’aria questa immagine insolente del regno: rendersi visibili, mostrare i muscoli, essere sprezzanti, dominanti. E lui, a poche ore dalla croce, a dire – e come non irriderlo? – che lui, sì, è re. Mi si ribaltano le immagini: di regno, del regnare, di trono. E lo dice in vigilia di un trono che si chiama croce. Ma capite che si destabilizza tutto.
Tutto un mondo che noi abbiamo costruito, costruito all’inverso, costruito e idolatrato. Il Dio che non domina, niente trono, mette la tenda. E difende così un’altra idea di anima, di vita, di umanità, di terra. A prezzo di croce. “Il mio regno”, dice Gesù, “non è di questo mondo”, nel senso che è tutto un altro mondo. Ha tutta un’altra logica. Qualcuno ritraduce, meglio: “il mio regno non è da questo mondo!”. Per dire che appartiene a questo mondo, ma ad appassionarci, potremmo forse dire, non è la logica del trono da preservare, ma della tenda con cui condividere».
E allora mi verrebbe spontaneo aggiungere che solo nella solitudine, ma nella presenza del Padre celeste, si fanno le scelte migliori, quelle decisive, nella libertà interiore.

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