Omelie 2012 di don Giorgio: Quarta Domenica di Avvento – rito ambrosiano

9 dicembre 2012: Quarta domenica di Avvento

Is 4, 2-5; Eb 2,5-15; Lc 19,28-38

Il brano del Vangelo, che la liturgia ci fa meditare in questa quarta domenica di Avvento, potrebbe sembrare a prima vista fuori posto. Siamo abituati a sentirlo leggere durante la Domenica delle Palme, qualche giorno prima della passione di Gesù. In realtà, preso simbolicamente, l’ingresso di Gesù in Gerusalemme esprime efficacemente il modo con cui il Signore è entrato in questo mondo e il modo con cui egli visita la storia presente e la nostra vita. Nell’omelia della prima domenica di Avvento vi dicevo che la parola “avvento” indicava anche il rituale con il quale i sovrani dell’epoca antica, soprattutto in Oriente, celebravano il loro arrivo solenne (appunto, il loro “avvento”) in una città, e pretendevano di essere accolti, il più delle volte a torto, come benefattori e divinità.
In breve: l’episodio dell’entrata di Gesù in Gerusalemme ci aiuta a cogliere anche il senso profondo dell’entrata del Figlio di Dio nella storia umana. È vero: ci sono particolari che sembrano non combaciare. Gesù non è nato tra una folla osannante, su un puledro bardato a festa, ma è forse partendo dall’ingresso di Gesù in Gerusalemme che lo stesso Luca, l’autore del Vangelo dell’infanzia, ricostruisce la nascita del Salvatore, mettendo in scena gli angeli, che sostituiscono i discepoli, e i pastori, che sostituiscono la folla. Maria era incinta quando, insieme allo sposo Giuseppe, dovette lasciare Nazareth per recarsi in Giudea per il censimento indetto dall’imperatore romano. Le donne incinte non andavano a piedi, ma su un puledro. Così Maria, e, nel grembo di Maria, Gesù che stava per nascere. Su un puledro.
Ma, mentre l’episodio di Gesù che entra in Gerusalemme, pochi giorni prima della sua passione, pur enfatizzato dagli stessi evangelisti che parlano di “folla numerosissima”, di “tutta la città presa da agitazione” (così narra Matteo), in realtà non è stato il trionfo di un vincitore, si è trattato invece di un episodio molto isolato, anche se il fatto ha assunto, nella fede dei primi cristiani, un significato più ampio, sempre secondo quel criterio costante soprattutto in Matteo secondo cui Gesù ha adempiuto tutte le profezie messianiche. Ma la cosa strana è che i cristiani dei secoli successivi fino ad oggi hanno intensificato in un crescendo quasi mitico i particolari della nascita di Gesù tradendo nello stesso tempo la radicalità del Vangelo. Non ditemi che oggi noi viviamo il Natale secondo lo spirito del Vangelo. Il Vangelo è un‘altra cosa. Lungo i secoli si è creata una specie di frattura, che chiamerei scandalosa, tra la tradizione religiosa che ruota attorno alla festa del Natale e la persona stessa di Gesù.
Nei primi tempi del cristianesimo non si parlava della nascita di Gesù. Il nucleo della primitiva predicazione era: Gesù ha patito, è morto ed è risorto. Il primo annuncio dunque era prettamente pasquale. Solo in seguito si pensò a celebrare la nascita di Gesù. Stimolati anche dalla curiosità più che naturale. Tanto è vero che il primo Natale a Roma è stato celebrato nel 336. San Francesco realizzò il primo presepe o rappresentazione della nascita di Gesù nella notte di Natale dell’anno 1223. Ciò che intendo dire è questo: con l’andare del tempo, il Natale ha prevalso sulla Pasqua, creando quell’alone di poesia e di sentimento che non si poteva certo creare attorno alla passione e alla morte di Cristo.
I credenti che affollano le chiese durante la Notte di Natale sono più numerosi di quelli che partecipano alla Veglia pasquale.
Ma è qui il punto. Per decenni e decenni i primi cristiani hanno ignorato la nascita di Gesù, presi com’erano dall’annuncio della Pasqua. Una prova sta nel fatto si è persa la data esatta (anno, mese e giorno) di quando Gesù è nato. Successivamente, si sono chiesti chi fosse Gesù e che cosa avesse insegnato, solo infine si sono interessati della sua infanzia. Marco, che scrive per primo il Vangelo (siamo negli anni 70, quindi quarant’anni dopo la morte e la risurrezione di Cristo), parte subito dalla predicazione di Giovanni Battista nel deserto, ignorando totalmente l’infanzia di Gesù. Ne hanno parlato invece in parte Matteo, più diffusamente Luca, che hanno scritto dopo Marco. Matteo e Luca hanno narrato gli episodi dell’infanzia di Gesù ma alla luce della sua vita e del suo insegnamento fino alla morte e alla risurrezione. In altre parole, nell’infanzia di Gesù dobbiamo scoprire ciò che Gesù maturo ha fatto e ha detto. Questo dovrebbe essere il nostro modo di rileggere e di rivivere il Natale. Invece lo abbiamo così caricato di sentimenti e di poesia da non capire più chi è in realtà Gesù, ciò che ha fatto e ciò che ha detto. Oltre ai buoni sentimenti non c’è altro.
Certo, diciamo che Gesù è venuto per darci la pace, per stare con i poveri, per renderci più buoni. Diciamo che Gesù è la nostra pace, che è il nostro amico più sincero, che è il nostro dono più bello. E poi che cosa è successo? A poco a poco, è prevalso il consumismo, e i doni ad esempio via via hanno perso ogni rapporto col Mistero di Dio che ci ha fatto l’unico vero dono, quello di suo Figlio, ma sono diventati un’abitudine così obbligatoria da crearci talora delle vere ansie e non pochi disagi sulla scelta.
Il giorno di Natale è il giorno più ipocrita che ci sia: la tv non fa altro che mostrare immagini di bambini denutriti, riproporre film polpettoni strappa-lacrime. Tutti, per un giorno, dobbiamo essere buoni e caritatevoli. Almeno un pranzo per i poveri non deve mancare, per far capire ai derelitti quanto siano dipendenti dai nostri umori e dalla nostra pelosa compassione, lasciandoli subito il giorno dopo in compagnia, come sempre, della loro tristezza e della loro miseria. Non si risolvono i problemi sociali con le droghe consolatorie di un momento! E non ci chiediamo se la carità che facciamo è per noi, o per gli altri? Come penitenza un’opera buona! Che cos’è questo? Sconto i miei peccati usando gli altri. Se non ci fossero i poveri, come potrei fare penitenza? I poveri ci vogliono per sentirci più buoni, per essere perdonati da Dio. Sì, perdonati da Dio.
Il Natale ancora oggi è visto come un momento o un’occasione di santificazione personale. Per un giorno. Anche l’Avvento è vissuto così: si prega, ci si confronta con la Parola di Dio e con se stessi, ci si confessa dei propri peccati individuali, come se l’unica vera preoccupazione sia quella di accostarsi a Natale alla Comunione nel migliore stato d’animo. Pensate alla Confessione natalizia, che era vista come condizione indispensabile per fare Natale. Una psicosi che durava giorni e giorni, e che aumentava all’approssimarsi del 25 di dicembre. E tutto finiva nel pranzo natalizio, dove ci si raccoglieva in famiglia, finalmente benedetti dalla venuta di Gesù Bambino.
Ho tralasciato tutto quell’insieme di iniziative varie (pranzi sociali, rappresentazioni teatrali, concerti, banchetti benefici ecc.), che precedono la festività natalizia, ma che con il Mistero natalizio talora non c’entrano proprio nulla.
Anche se non mancano i richiami natalizi: tutto viene incartato con i simboli natalizi, ma con allusioni al Mistero sempre più vaghi e lontani, per non dire agli antipodi del divino. Pensate ai palloncini colorati, a tutto ciò che di più estroso e scintillante possa esistere. È vero che tutto ciò che è bello richiama il divino. Ma bisogna che i nostri occhi siano così puri da vedere nelle cose anche più profane il segno di Dio. Come possiamo, se addirittura abbiamo perso il valore simbolico delle cose? Le cose per noi sono cose, e basta. Abbiamo perso il valore del segno, del simbolo. Oggi si sente la necessità di educare i ragazzi a riscoprire il valore del simbolo, quando una volta non ce n’era bisogno: c’era come un’attitudine spontanea, direi istintiva a cogliere il senso del simbolo. Le nostre chiese erano piene di simboli. Gli artisti non si limitavano a dipingere volti o oggetti sacri, ma davano a tutto ciò che rappresentavano anche un valore simbolico.
Che il prete oggi dica Messa indossando un paramento rosso, bianco o verde, non ci fa alcun effetto, neppure ce lo chiediamo. Se metto una lampada sull’altare, oppure due o tre, lo dovrei spiegare. Così pure, quando ci sono le offerte da portare all’altare, si è quasi costretti a spiegarne il senso. La società di oggi ha perso il valore dei simboli. Eppure un tempo per una bandiera si dava la vita, oppure per difendere la croce si lottava, magari arrivando all’assurdo di tradire poi ciò che significava quella croce. Oggi si sono inventati altri simboli, ma che non aiutano certo a nobilitare l’animo umano. Segni macabri, di violenza, di odio.
Pensate ad un‘altra cosa. Quando arriva una festa si sente l’obbligo di fare una novena, o un triduo, o addirittura, come nel caso del Natale e della Pasqua, di un periodo cosiddetto forte di quattro o di sei settimane di preparazione spirituale. E siccome i periodi più sono lunghi più ottengono l’effetto contrario, allora lo stesso periodo lungo richiede la novena e la novena richiede delle veglie. Più ci si avvicina alla festa, più si richiede l’intensificarsi interiore del nostro stato d’animo, e con quali effetti? Ci si accontenta della veglia finale, giustificandosi di non avere mai avuto tempo. È vero che fa parte della nostra psicologia prepararci man mano all’evento, e questo succede in tutte le cose, ma mi chiedo se non sia ormai una prassi comune saltare i vari gradi per accontentarsi dell’ultimo richiamo. Quando c’è. Quando addirittura non si arriva al punto di concentrare ogni cosa all’ultimo minuto: confessione, comunione e santa messa. E tutto di corsa. Senza pazienza. Senza un minimo di preparazione. Addirittura pretendendo gli sconti. Senza eccessive pretese.
Sto forse facendo un quadro troppo esagerato della situazione religiosa di oggi? Già il fatto di richiamare continuamente i cristiani a vivere da credenti il Mistero natalizio non è la prova che qualcosa non funziona più? Che tutti gli anni siamo qui a dire che il Natale non è più quel Mistero che affascinava i cristiani di una volta non è la dimostrazione che la fede ormai si è ridotta ad essere come un lucignolo fumigante? Come riattivarlo?         

2 Commenti

  1. Luciano ha detto:

    Condivido pienamente il suo pensiero caro don Giorgio. Natale dovrebbe essere ogni giorno, tutto l’anno. Non servono tutte queste esplosioni di luci, di colori e di facce di plastica con altrettanto sorriso falso, buonista e molto ipocrita per un giorno!!! Io davvero se potessi, lo cancellerei dal calendario, insieme anche alla festa di Ognissanti e alla commemorazione dei defunti. Perchè dovrei essere più buono il 25 di dicembre? Perchè dovrei prepararmi alla festa confessandomi? Perchè si è inventata la novena? Nel paese dove vivo, ogni domenica d’avvento dalle 16:30 alle 17:30, c’è l’esposizione eucaristica con relativa adorazione. Che senso ha l’Eucaristia al di fuore della Celebrazione della Parola e del Sacrificio Eucaristico? Per me è un non senso! Queste feste così cariche di frastuono e di insignificanti luminarie inutili, non fanno altro che rendere il mio umore ancora più nero, aumentando il mio disgusto per queste amenità insensate. Speriamo di ritornare all’Autenticità nel Cammino di Fede. Grazie don don Giorgio per il grande aiuto che offre anche con le sue omelie essenziali e concrete. Buona serata.

  2. Gianni ha detto:

    Mi ricordo che già in alcuni temi di quando andavo a scuola, tanti anni fa, ero solito sottolineare la secolarizzazione della società contemporanea, ed in particolare del Natale.
    Ho sempre pensato alla Pasqua come momento significativo per il credente.
    Tutti nasciamo, ma non tutti risuscitiamo con in nostro corpo per andarcene in cielo.
    Anche chi crede alla resurrezione dei corpi di tutti, alla fine dei tempi, crede già che solo Cristo e la Madonna, secondo il dogma dell’assunzione, sono risuscitati con i loro corpi.
    E’ quindi la resurrezione che dovrebbe significare l’eccezionalità del Cristo.
    Diversamente, chi sarebbe?
    Un uomo, un profeta, un filosofo, un sapiente?

    Certo, tutto questo, ma solo la resurrezione ne certifica la divinità.
    E qui, secondo taluni, sta anche il tema della salvezza.
    Perché Gesù sarebbe morto sulla croce, per salvarci?
    Non tanto per espiare le colpe di tutti, ma per un motivo diverso, secondo taluni.

    Secondo taluni teologi, perché la morte in croce, a quei tempi, avrebbe attirato molta folla, sarebbe stato un evento di cui si sarebbe parlato.
    Se Gesù fosse morto di morte naturale, forse sarebbe passata in secondo piano la sua morte.
    Invece, con una morta conclamata, anche la resurrezione avrebbe avuto maggior risalto.
    E solo la resurrezione poteva confermare la divinità, anche per gli scettici.

    Quanto al Natale laico, direi che non c’è neppure più ipocrisia.
    Sono in molti a non credere, a non essere credenti, ma essendo che il Natale è festa laicizzata, la vivono ormai come tale, neppure non essendo consapevoli della religiosità dell’evento, ma semplicemente essendo disinteressati a tale aspetto.
    Magari sono consapevoli dell’origine, ma semplicemente non interessati.
    Come la Domenica.
    In molti sanno che significa giornata dedicata a Dio, ma semplicemente la vivono come riposo settimanale, o giorno di festa, a prescindere dal significato originario.
    E’ quella che si definisce laicizzazione o secolarizzazione della società.

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