
da www.huffingtonpost.it
08 Giugno 2026
Minetti e Il Fatto.
Il disastro di un diritto di cronaca senza limiti
di Emilia Rossi
Toccare la libertà di stampa fa male alla democrazia, ma ne fa di più la libertà di stampa quando si sente sconfinata. I casi Nicole Minetti e Simone Lenzi. Il silenzio di Anm e Ordine dei giornalisti
La vicenda della grazia a Nicole Minetti e dell’inchiesta del Fatto Quotidiano (leggi sotto) indica impietosamente il conflitto in atto tra diritto all’informazione e libertà di stampa, al di là di ogni altra considerazione.
È un punto nevralgico dell’assetto democratico: toccare la libertà di stampa e, peggio, limitarla, fa molto male alla democrazia. Resta però da chiedersi se la libertà dei guardiani del potere non abbia alcun limite e arrivi fino a diffondere notizie “non corrispondenti al vero”, come la procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni, ha definito tutte le circostanze su cui il Fatto ha imbastito la sua campagna mediatica. Perché una cosa del genere non colpisce soltanto la vita delle persone che finiscono nel tritacarne dello scoop: colpisce anche l’affidabilità dell’informazione.
Nel tritacarne montato dal Fatto sono entrate non soltanto la persona della diretta interessata e quella del suo compagno, attaccate su tutti i fronti – comprese le loro vicende economiche e imprenditoriali. È entrato soprattutto un bambino, di cui si sono esposte senza alcun pudore le dolorose origini e la malattia di cui soffre, messa in dubbio se non addirittura negata. Un bambino. Vale la pena fermarsi su questo.
Fare una cosa del genere, esibendo un’inchiesta priva di ogni riferimento verificabile sull’attendibilità delle fonti, rientra ancora legittimamente nella libertà di stampa e nell’esercizio del diritto di cronaca? La Corte di Cassazione risponde di no, da sempre, ma il suo giudizio interviene solo quando si attiva un’indagine giudiziaria sulle informazioni pubblicate. Il che potrebbe accadere, se e quando la famiglia Cipriani-Minetti riterrà di agire per ottenere il risarcimento dei danni già richiesto al Fatto, a Mediaset e a Report, che dello scoop hanno fatto da cassa di risonanza.
Nel frattempo, risulta sconcertante il silenzio dell’Ordine dei giornalisti – l’organo preposto alla vigilanza sulla correttezza deontologica dei professionisti dell’informazione – di fronte non solo all’accertamento della falsità delle notizie diffuse, che ha impegnato una Procura generale, i carabinieri e l’Interpol, ma alle reazioni del direttore della testata.
Chi avesse pensato che Marco Travaglio, di fronte al provvedimento della procuratrice generale, si sarebbe attestato sulla linea di difesa dell’intoccabilità del diritto di cronaca, si sbagliava di grosso. Altro che difendersi invocando i sacri principi: il nostro ha rilanciato a palle incatenate, anticipando l’uscita di ulteriori fonti delle sue “plurime raccolte” – fonti che non si spiega perché non siano state messe immediatamente a disposizione delle autorità investigative – e arrivando a chiedere alla procuratrice generale le scuse per le offese rivolte ai suoi giornalisti, da cui ha auspicato che ella prenda esempio per passione e dedizione all’accertamento della verità. Salvo denuncia per diffamazione, ha precisato.
Davanti a una tracotanza del genere – che mette nel mirino della pubblica opinione la credibilità dei magistrati – non si è mosso un solo richiamo: né dall’Anm, altrimenti solerte a difendere la categoria da attacchi critici ben più modesti, né dall’Ordine dei giornalisti, né dalle direzioni delle due reti televisive coinvolte.
Vedremo ora se si muoverà qualcosa di fronte alla dichiarazione resa a un notaio dalla “teste chiave” del Fatto: la massaggiatrice uruguaiana che, a indagine ancora aperta, ha ritrattato le sue affermazioni pubblicate dal giornale e ha indicato le circostanze e il modo in cui la sua intervista sarebbe stata raccolta e, secondo lei, travisata. Anche questo dettaglio conta e va attestato – come evidentemente ignorano i cultori della procedura penale fai-da-te che stanno nella redazione del Fatto. Senza la garanzia di spontaneità delle dichiarazioni, la genuinità della fonte è sempre minata dal dubbio di condizionamenti.
Se anche a questo punto non si muoverà nulla, la conclusione è una sola: che la libertà di stampa, il diritto di cronaca e il diritto di critica politica sono entità superiori a qualsiasi altra, e non ammettono limiti né controlli.
Peccato che non valga sempre così, però.
Tutti questi sacri principi, per esempio, non sono valsi per Simone Lenzi, già assessore alla cultura del Comune di Livorno. Il 7 ottobre 2024, Lenzi reagì a una vignetta francamente ripugnante – di tenore schiettamente antisemita – comparsa sul Fatto a commento della ricorrenza della strage terroristica: pubblicò su X un post con espressioni critiche decise e forti, non lontane da quelle con cui Marco Pannella definì lo stesso direttore, molti anni fa. La cosa gli costò non soltanto le immediate dimissioni dalla carica di assessore, sollecitate istantaneamente dal sindaco, ma anche una querela per diffamazione firmata dal direttore del giornale. Per quanto il pubblico ministero di Pisa ne abbia motivatamente richiesto l’archiviazione – attingendo a tutta la giurisprudenza che tutela il diritto di critica – la gip ne ha disposto l’imputazione per il tenore delle offese rivolte ai giornalisti della testata.
Eppure Lenzi non aveva diffuso fake news, non aveva attaccato innocenti, non aveva violato il diritto all’informazione dei cittadini: aveva espresso un’opinione critica, seppure in termini labronici. E aveva trovato il suo censore proprio in chi? Nel più strenuo paladino della libertà di critica, di pensiero e di comunicazione, incluso l’uso di calembour offensivi e aggressivi, passati di moda persino nel birignao torinese da cui sono nati.
Se nessuno reagisce a questo uso selettivo del diritto di cronaca e di critica, non ci resta che esercitare il dissenso verso le sparate impunite. Ma senza offendere i giornalisti, mi raccomando: con il rispetto che si deve ai paladini dell’informazione libera.
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da www.huffingtonpost.it
03 Giugno 2026
Il Fatto non sussiste.
La procura di Milano conferma il sì
alla grazia per Nicole Minetti
di Federica Olivo
Ritenute non veritiere le indiscrezioni giornalistiche che avevano portato la Presidenza della Repubblica alla richiesta di un supplemento di indagine. Anche il ministero della Giustizia verso la conferma, ultima parola al Quirinale
Non c’è nessuna ragione per revocare la grazia a Nicole Minetti. È in sostanza questa la conclusione a cui è arrivata la procura generale di Milano. I magistrati hanno dovuto rimettere mano al dossier sulla clemenza all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi dopo che il Quirinale (che ha concesso la grazia a febbraio) aveva chiesto approfondimenti al ministero della Giustizia. Approfondimenti ritenuti necessari dopo che una serie di articoli pubblicati sul Fatto Quotidiano mettevano in dubbio le ragioni per cui la grazia era stata chiesta. Nelle inchieste si sosteneva inoltre che l’ex consigliera regionale della Lombardia non avesse cambiato vita.
In due pagine firmate dalla procuratrice Francesca Nanni, i magistrati milanesi spiegano perché il loro parere positivo non sarà cambiato: “Risulta – si legge nella nota – che i fatti riportati nelle notizie di stampa dalle quali ha tratto origine il presente supplemento di attività non corrispondano al vero e che non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito”.
La procura confuta una a una le tesi dell’inchiesta giornalistica. Lo spazio maggiore viene dedicato alla morte dell’avvocato del figlio adottivo di Minetti e all’iter di adozione del bambino. Che, contrariamente a quanto sostenuto, non sarebbe stato travagliato: “Risulta – si legge nella nota – che il decesso in circostanze non chiare non riguarda il legale dei genitori del figlio adottivo, ma si tratta del legale di quest’ultimo”. L’avvocato d’ufficio sarebbe stato inoltre “favorevole all’adozione, nel cui procedimento non vi è stata alcuna battaglia legale, non essendosi costituiti i genitori naturali, rappresentati dal difensore di ufficio ed essendo risultata da sempre irreperibile la madre biologica del minore; il procuratore della Repubblica in Uruguay ha riferito, in relazione al decesso del legale del minore, che non vi sono ipotesi di reato”.
Nessuna morte sospetta, dunque. C’è poi l’aspetto che riguarda le cure del bambino: gli avvocati di Minetti avevano spiegato che il minore – conosciuto e adottato in Uruguay, dove Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani trascorrono molto tempo – era affetto da una malattia che necessita di cure all’estero, oltre che in Italia. Per le quali è necessaria la presenza della madre. La difesa riteneva che Minetti, dovendo assistere il bambino, non potesse scontare in affidamento in prova ai servizi sociali la pena a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato. E che la donna fosse meritevole della grazia.
Nessun dubbio, sostengono i pm, emerge sulla necessità delle cure per il bambino: “È confermato il grave quadro sanitario del minore in cura al Boston Children’s Hospital che richiede la presenza della madre in occasione dei controlli e terapie, nonché confermato il previo consulto presso strutture ospedaliere di Cleveland e New York, oltre che in Italia”. Sulla nuova vita di Minetti i pm scrivono: risulta “confermato il volontariato in Italia e la presenza pressoché stabile in Italia” della donna sin dal “gennaio 2024 e per tutto il 2025, salvo rientri per brevi periodi in Uruguay”.
Le inchieste di stampa raccontavano poi di festini organizzati da Minetti e dal compagno in Uruguay. Anche questo elemento non sembrerebbe corrispondere al vero. E i magistrati spiegano il perché: “Risultano smentite – spiega Nanni – da numerose dichiarazioni assunte in sede di indagini difensive, nonché dalle dichiarazioni rese ai Carabinieri da persone informate sui fatti, le affermazioni circa feste con droga e sesso a cui avrebbe preso parte Nicole Minetti negli ultimi anni, affermazioni rese originariamente al Fatto Quotidiano dalla massaggiatrice, dapprima con modalità anonime ed in seguito con indicazione del proprio nominativo”.
Nelle scorse settimane era circolata l’ipotesi di una rogatoria internazionale per appurare tutti i dettagli del caso. L’atto però non è stato compiuto perché, spiega ancora Nanni, “il trattato di cooperazione giudiziaria in materia penale tra Italia e Uruguay è finalizzato all’acquisizione di prove o elementi di prova nel corso di un procedimento penale”. Peraltro, non risultano né in Spagna né in Uruguay inchieste a carico della coppia.
Caso chiuso, insomma. O meglio, sgonfiato. La procura ha trasmesso le sue conclusioni e il suo carteggio al ministero della Giustizia. Fonti vicine a Carlo Nordio ritengono che non ci siano ragioni perché il parere del ministro possa essere diverso da quello della procura. Scontato dunque che anche da Nordio arrivi la conferma del sì alla grazia. A quel punto a fare le ultime valutazioni sarà il Quirinale. Che, una cosa è certa, non si troverà di fronte a elementi nuovi rispetto a quelli già esaminati.
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