Omelie 2025 di don Giorgio: NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

9 novembre 2025: NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO
Dn 7,9-10.13-14; 1Cor 15,20-26.28; Mt 25,31-46
La solennità di Cristo re dell’universo chiude il ciclo liturgico, per noi di rito ambrosiano quindici giorni prima del rito romano. Da domenica prossima inizierà l’Avvento, che durerà perciò sei settimane. In questo senso noi di rito ambrosiano siamo più fortunati, avendo più tempo per prepararci al Natale come Mistero, come dovrebbe essere per noi cristiani.
Rimane ancora quel senso di insofferenza per quel titolo di re che rimanda a un regno terreno, di re e di regine, che naturalmente non hanno a che fare con un Regno del tutto spirituale o interiore. Nelle parabole Gesù parla di un regno di Dio o dei cieli, e Cristo stesso dialogando con Pilato dirà: “Il mio regno non è di questo mondo”.
Tuttavia la parola “re” dà un po’ fastidio, pensando a qualcosa di altamente divino, dove tutti i titoli sono fuori luogo.
Don Angelo Casati, prete milanese, oramai novantenne, rileva una cosa interessante, partendo dalla etimologia della parola “re”. Ecco cosa dice: «Leggo il vocabolario e trovo scritto: “L’etimologia del termine ‘re’ è da ricondursi al latino ‘rex’, che deriva sia dal verbo latino ‘regere’, con il significato di governare, che dal sanscrito ‘rags’ con il senso di risplendere, troviamo analoga radice in “raggio”. Per cui, nella sua accezione originaria, il re non è soltanto colui che si limita a governare ma anche “colui che risplende”, “che illumina la sua nazione”. Mi mette brivido di sogni questo secondo significato “colui che illumina la sua nazione”. Ma dove mai? E quanto ne avremmo bisogno, di persone luminose! Di Gesù Giovanni può dire: “È venuta la luce nel mondo”. Lui illumina; e noi, scoprendolo e seguendolo, ci illuminiamo, di immenso. Forse ricordate che si irritarono i capi religiosi per la scritta inchiodata alla croce: “re dei giudei”. Per ben altra ragione era sbagliata, era restrittiva. Lui non illuminava di immenso solo una nazione, ma tutte le nazioni. Re nel segno della luce che spazia, accompagna, non va messa sotto il moggio. Nemmeno sotto un moggio religioso. Accadrebbe purtroppo se la nascondessimo o la restringessimo in un tempio».
Certo, saremmo ancora su un piano del tutto carnale, pensando agli abbigliamenti sontuosi e sfavillanti delle regine o delle loro corone e gioielli o gingilli d’ogni prezzo, o dei loro grandiosi palazzi dove vivono, e forse anche pensando agli indumenti liturgici dei preti ortodossi, per me insopportabili.
Parlare di un regno di luce è parlare di un regno di quel Dio che come prima parola creando il mondo disse: “Fiat Lux!”, e dalla Luce venne la Vita.
Anche la parola “re” dunque ci invita a pensare alla Luce, ed è proprio la Luce che, entrando nel mondo, incarnata del Figlio di Dio che si è fatto uomo, vincerà alla fine le tenebre. E dove la vincerà? Sulla Croce. In un paradosso, che è il più grande paradosso della storia, per cui ciò che è Luce risplende nelle tenebre. Mentte i tre Vangeli sinottici, secondo Marco, secondo Matteo e secondo Luca, immergono il Calvario nelle tenebre (scrive Marco: “Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio”), l’evangelista Giovanni immerge il Calvario in un alone di Gloria.
Ed ecco allora le parole di un inno dove si dice: “Pur se la folla accecata, o Cristo, ti ricusa e crocifigge, te della storia e degli animi noi proclamiamo Signore. O Principe di pace, Re d’amore, rivélati agli erranti e pietoso raduna i ribelli e i dispersi nel tuo regno. Sull’albero insanguinato a tutti spalanchi le braccia, dal tuo cuore squarciato in tutti effondi l’onda della salvezza. Così tu regni, Gesù, dalla croce, così dai tiranni ci salvi: chi a te sa piegare il ginocchio libero e fiero vive”.
Napoleone Bonaparte, il grande genio militare, si dice che abbia detto, guardando indietro ai suoi anni di conquista: «Alessandro, Cesare, Carlo Magno ed io abbiamo costruito grandi imperi, ma appoggiati su che cosa? Appoggiati sulla forza. Ma tanti secoli fa Gesù diede inizio ad un impero che fu costruito sull’amore, e anche al giorno d’oggi vi sono milioni di uomini pronti a morire per lui».
Pensando alla luce possiamo anche rileggere il terzo brano della Messa. La luce comporta la vista, il saper vedere. Dio ci giudicherà dall’aver visto o non aver visto la sua presenza nel povero che ci è accanto. Come allora possiamo vedere Dio nel povero o nel bisognoso? È in gioco la nostra salvezza eterna.
Se dovessimo vedere il povero o il bisognoso con gli occhi fisici, subito saremmo tentati di scansarlo, viste le sue condizioni che sono anche fisicamente repellenti, disgustose, magari oscene. Ma abbiamo, oltre agli occhi del corpo, anche quelli dello spirito, che sanno vedere là dove il corpo non riesce a vedere, ovvero quel Mistero divino che è impresso in ogni essere umano, ed è qui che il giudizio divino separa ciò che io vedo fisicamente e non sopporto, e ciò che io vedo con gli occhi dello spirito e contemplo la bellezza divina.
Il problema di questo mondo, terribilmente barbarico, è che tutto si giudica dalle apparenze, e le apparenze fisiche coprono la realtà, che è al di là di qualcosa di carnale.
Lo spirito non ha forme, non ha steccati, non impone regole di convivenza, non è soggetto a quel lurido populismo che fissa regole che stabiliscono chi deve vivere in condizioni di civiltà oppure in condizione di schiavitù.
Dio nel giudizio finale, dirà: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”».
Costoro sono stati “benedetti” perché hanno visto Dio magari inconsciamente, senza saperlo, e hanno aiutato quel povero, benché maledetto da una legge barbarica, stabilita dagli occhi che vedono solo la carnalità dell’essere umano. Tu sei di colore diverso dal mio, sei di un’altra razza, hai un’altra cultura, un’altra religione, provieni da terre lontane che non appartengono al mondo cosiddetto civile, usurpi le nostre terre, occupi ciò che è nostro, magari in nome di una religione che imponeva agli “eletti” o privilegiati di occupare terre altrui, anche uccidendo, massacrando gli indigeni.
Sempre questione di pelle, di carnalità, di occhi che vedono e giudicano implacabilmente, secondo quelle apparenze carnali, che danno sempre ragione ai più forti, in nome di una legge stabilità dalla forza fisica. Ed è tutta questione di vista, quella interiore, che stabilisce un altro ordine di giustizia, quell’ordine per cui la pace tra i popoli è garantita dalla legge interiore, che vede il Divino in ogni essere umano.

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