Schlein: “I 14 milioni di voti e la grande piazza per Gaza dicono no a questo governo”
da la Repubblica
10 GIUGNO 2025
Schlein:
“I 14 milioni di voti e la grande piazza per Gaza
dicono no a questo governo”
Intervista alla segretaria dem
ROMA – «Sapevamo che sarebbe stato difficile» ammette Elly Schlein «ma i referendum toccavano questioni che riguardano la vita di milioni di persone ed era giusto spendersi. Lavoro e cittadinanza sono temi costitutivi per una forza progressista come il Pd. La battaglia non finisce oggi».
Nessun mea culpa per aver schierato il partito in modo così netto sui quesiti di Landini?
«Al contrario. Dopo questo fine settimana l’alternativa è più vicina grazie alla straordinaria piazza di sabato per Gaza e per i 14 milioni che sono andati a votare nonostante premier e maggioranza invitassero a fare l’opposto. Oggi la destra esulta, faccia pure: ne riparliamo alle politiche, dove non sarà l’astensionismo a salvarli».
Lei rilancia, segretaria, ma il referendum è stato un flop.
«La differenza tra noi e loro è che noi siamo contenti per i 14 milioni di elettori che hanno votato, loro per quelli che non sono andati. Hanno fatto una vera e propria campagna di boicottaggio politico e mediatico, ma hanno ben poco da festeggiare: ai referendum ha votato più gente di quella che lo fece per mandare Meloni al governo. Invece di deriderla dovrebbero riflettere».
L’ala riformista del Pd parla di sconfitta seria ed evitabile. Non avevano ragione a frenare?
«La decisione di dare supporto ai 5 quesiti è stata discussa in direzione nazionale, approvata senza voti contrari e condivisa fortemente della nostra base. Com’è noto io non ho mai chiesto abiure a nessuno: abbiamo fatto ciò che i nostri militanti si aspettavano ed è giusto così. Il Pd è tornato a fianco dei lavoratori, cresce a ogni tornata. Dopo Genova, abbiamo vinto anche a Taranto e a Nuoro».
Convocherà una direzione o pensa a un congresso per chiarirsi?
«Abbiamo davanti cinque elezioni regionali fondamentali, su cui siamo già al lavoro e che vogliamo vincere. L’avversario è la destra».
Pure stavolta ha vinto l’astensione: i quesiti non erano abbastanza concreti, in sintonia con i problemi veri degli italiani?
«Le ragioni dell’astensione sono profonde, risalenti negli anni e quella di oggi ci dice che la sfiducia non è solo verso i partiti ma proprio nei confronti del voto: in troppi credono non serva a nulla. Un fatto terribile. Perciò l’invito di Meloni a disertare i seggi è grave: non ha avuto il coraggio di dire che era contraria e si è nascosta dietro uno sfrenato tatticismo, dando un pessimo segnale. La politica che tifa astensione si fa male da sola: la partecipazione fa la qualità di una democrazia, lei ha dimostrato di averne paura».
La cittadinanza è il quesito andato peggio, che significa?
«I sì hanno avuto una percentuale minore rispetto ai quesiti sul lavoro, ma sono stati sempre più dei no. Noi però non ci arrendiamo: serve una riforma complessiva della cittadinanza e continueremo a insistere in Parlamento. Chi nasce e cresce in Italia per noi è italiano».
Salvini dice che non siete riusciti a mobilitare neanche i vostri elettori.
«I numeri provano il contrario: i 12,5 milioni di sì ai referendum sono più di quelli presi da loro alle politiche. E più dei voti presi allora dal centrosinistra».
Per il braccio destro della premier voi volevate un referendum contro Meloni, l’avete perso e vi siete indeboliti. Per La Russa il campo largo è morto. Vuol replicare?
«In questi referendum non era in gioco il destino di singoli partiti, né di coalizioni, si trattava di dare ai cittadini l’occasione di esprimersi per contrastare la precarietà, migliorare la sicurezza sul lavoro e la cittadinanza. Noi abbiamo fatto una campagna nel merito, la destra è fuggita dal merito. Per mesi hanno sostenuto che era una resa dei conti interna alla sinistra e ora ci vengono a dire che il governo ha vinto? Si mettano d’accordo con sé stessi».
Il fiasco sul quorum non oscura il successo della piazza per Gaza?
«Sono cose diverse, le abbiamo sempre tenute distinte, solo Salvini e soci hanno provato a legare i due appuntamenti in modo becero. In quella piazza si è finalmente ritrovato e riconosciuto un popolo. Noi veniamo da un week-end di grande mobilitazione, loro di grande astensione. Anche loro oggi dicono che quella piazza non va sottovalutata, quindi ora chiediamo a Meloni di essere conseguente».
In che modo?
«Il governo riconosca lo Stato di Palestina, come hanno già fatto Spagna, Irlanda e presto la Francia. Il parlamento italiano si era già espresso anni fa, l’unico ostacolo è la volontà politica della premier, specie adesso che c’è il suo amico Trump e non vuole scontentarlo».
In quella piazza Pd, 5S e Avs hanno sfilato insieme: è l’inizio di un’alleanza finalmente strutturale?
«Quando sono arrivata, dopo sconfitta del 2022, c’era stata una rottura che aveva avvantaggiato la destra e aveva lasciato strascichi pesanti: le forze del centrosinistra si parlavano a stento. Oggi abbiamo già vinto e governiamo insieme in tantissime città e in diverse regioni, organizziamo insieme mobilitazioni e iniziative in Parlamento. Non cambio il metodo: ci confrontiamo sui temi e proviamo a raggiungere una sintesi per battere la destra che, ripeto, è e resta il nostro unico avversario».
Renzi vuol essere della partita: riuscirà a convincere Conte e magari anche Calenda?
«Noi non lavoriamo per costruire l’alternativa da una sigla a un’altra sigla, o da un leader a un altro leader, ma sulle questioni concrete e molte volte ci siamo ritrovati tutti. Così abbiamo fatto a Genova, ad Assisi, in Umbria, in Emilia Romagna. È la dimostrazione che si può fare: grazie a un paziente lavoro di ascolto reciproco, è possibile costruire un programma condiviso. Ogni volta che ci riusciamo noi vinciamo, loro perdono».
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da Il Manifesto
10 giugno 2025
Editoriale
Riconoscere la sconfitta per ripartire
Delusione referendum Il 70% di astenuti è una conferma di come in questo paese sia in via di sparizione l’elemento base della partecipazione
Andrea Fabozzi
La prima cosa da fare davanti a una sconfitta è riconoscerla come tale. Certo, ci sono anche dei segnali che, con qualche sforzo, possono essere interpretati positivamente, poco più di 14 milioni di elettori sono comunque andati a votare in condizioni difficili con l’ostilità e il boicottaggio del governo. Ma non si mettono in piedi cinque referendum per fare un sondaggio sulle intenzioni di voto degli italiani. Né è corretto interpretare i 12 milioni di sì al referendum (media dei quattro quesiti sul lavoro, estero escluso) come la prova dell’esistenza di una maggioranza alternativa rispetto ai 12 milioni e 300mila voti messi insieme dal centrodestra in una consultazione tutta diversa tre anni fa. Non è corretto numericamente e non lo è logicamente, visto che i promotori si erano appellati anche agli elettori di Meloni perché andassero a votare per i loro diritti di lavoratori, a prescindere dalle preferenze politiche.
L’appello agli elettori di destra potrebbe avere in parte funzionato, come proverebbero i dati di affluenza di certe periferie urbane, migliori dei centri storici malgrado la sinistra da anni non tocchi palla ai margini delle città. Anche il fatto che nel quinto referendum, quello sulla cittadinanza, la percentuale di no sia quasi il triplo rispetto agli altri quesiti consiglia di conteggiare tra i votanti effettivi anche un po’ di elettori di destra, per quanto sia soprattutto la (preoccupante) conferma che l’ostilità verso i migranti è penetrata anche tra quelli di sinistra.
Dunque è di una sconfitta che dobbiamo parlare. Perché i referendum abrogativi si tentano pensando di poterli vincere per rimediare a leggi sbagliate, non avendo il sindacato altro modo per ottenere il risultato e non potendo fare affidamento sui partiti di opposizione. Magari il fatto che questi partiti – tirati dentro una sfida che non avrebbero voluto – abbiano ripreso contatto con il mondo del lavoro e le assemblee sindacali durante la campagna elettorale possiamo esaltarlo come uno dei pochi lasciti positivi del referendum, ma più di tutto speriamo che duri.
Oggi è soprattutto la sconfitta, l’affluenza inferiore anche alla soglia psicologica del 35% sulla quale ufficiosamente si contava, che pesa. E peserà in favore del governo, quando nei tavoli sindacali potrà dire che su appalti e subappalti la soluzione prevista in caso di vittoria del referendum, la più utile e ragionevole, è stata bocciata dagli italiani. Nascondendosi così dietro la volontà popolare, ma volendo in realtà semplicemente continuare a non disturbare le imprese, per quanti morti sul lavoro ci siano. Peserà la sconfitta tutte le volte che si proverà a ribadire il legame stretto tra lavoro povero e precarietà: i referendum non parlavano d’altro rispetto al crollo dei salari. Peserà molto sull’approccio razzista che il governo ha e continuerà ad avere nell’affrontare migranti e migrazioni.
In definitiva dobbiamo ripartire ma non possiamo farlo di slancio.
Non la Cgil, che è una grande organizzazione anche nel confronto con gli altri sindacati europei: porterà il segno della sconfitta e avrà bisogno di sintonizzarsi da capo, nell’attività sindacale, con la grande maggioranza dei lavoratori che non ha più fiducia nelle indicazioni dei suoi rappresentanti e nemmeno nelle forme di democrazia diretta. E non il centrosinistra che ha davanti, come tutti noi, una gigantesca questione democratica.
Il 70% di astenuti è una conferma di come in questo paese sia in via di sparizione l’elemento base della partecipazione. Ed è anche peggio di una conferma, dal momento che in alcune zone, specie del sud, specie nelle aree interne, si arriva ormai a punte negative di un elettore o due ogni dieci aventi diritto.
Chiaro che adesso debba aprirsi anche una riflessione sullo strumento del referendum abrogativo. Probabilmente strumentale da parte delle destre ma impossibile da respingere in toto. Detto che il referendum si protegge innanzitutto pensandoci bene prima di convocarlo ed evitando azzardi, è vero che la soglia alta del quorum pensata nel 1948 quando votava il 92% degli aventi diritto e confermata venti anni dopo quando l’affluenza era rimasta la stessa, non ha più alcun senso. Ma non sarebbe possibile nemmeno abolire del tutto una soglia di validità. Mentre è possibile studiare un meccanismo per cui l’astensione, evidentemente sempre legittima, non parta così clamorosamente in vantaggio e non possa assorbire totalmente la campagna del no. Ragionamenti da fare, a partire da una sconfitta.
Andrea Fabozzi
Cronista parlamentare, al manifesto dal 2001, insegnante di giornalismo a Unisob dal 2010. E’ direttore del manifesto dal 2023.


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