
SPINTIME, SPIN TIME LABS, SANTA CROCE IN GERUSALEMME, ESQUILINO
da la Repubblica
10 AGOSTO 2026
Il supermarket della paura
e la società che funziona
di Concita De Gregorio
Al supermarket della paura ogni leader della destra può scegliere dagli scaffali quella che si adatta meglio al suo elettorato. L’ hanno costruito pezzo a pezzo meticolosamente, con tempo e pazienza, è ampio e fresco, di questi tempi è un rifugio climatico: entrate, accomodatevi, troverete riparo dal caldo e potete fare acquisti, è stagione di saldi. Ci sono gli immigrati, i comunisti, i drogati, i maranza, i ladri e gli stupratori sempre stranieri, l’ideologia woke, i radical chic, i manifestanti di piazza che ce n’è sempre qualcuno che spacca una vetrina e poi chi la ripaga. Gli occupanti di proprietà private, quelli che vengono a stare nelle vostre case mentre siete usciti un momento, non uscite. Potete averle una alla volta, le paure in saldo, ma anche a coppie, a terne, in offerta tre per due o tutte insieme.
Nell’estate a 45 gradi (ma il cambiamento climatico non esiste) alla vigilia dell’eclissi di Sole (“L’eclissi delle nostre vite”, titolano i giornali con tradizione di serietà, immaginate il millenaristico allarme degli altri), migliaia di migranti ancora bloccati sulle spiagge di Ceuta e centinaia di turisti italiani bloccati negli aeroporti di Spagna per via del fatto che la signora Meloni ha deciso di giocare sulla pelle dei primi per esasperare i secondi — che ha scelto di alimentare la paura, ancora, forse le pareva che cominciasse a scarseggiare: ecco. In questo parziale, appena accennato quadro di universale sbilico in cui tutti camminiamo sul crinale del baratro c’è una piccola storia illuminante, una storia locale che le riassume e le convoca tutte all’appello, quelle paure. Forse, anzi di certo, già ne sapete qualcosa. Riguarda un quartiere di Roma, l’Esquilino, e una comunità di persone che tredici anni fa hanno occupato un palazzo abbandonato. Un palazzo che era di proprietà pubblica, era dello Stato, poi fu venduto per pochi soldi a un fondo privato, governava Silvio Berlusconi, da quel fondo per molti soldi e per molti anni dallo Stato fu affittato restituendo così all’acquirente il doppio della cifra che aveva pagato per comprarlo. Che strano affare, per le finanze pubbliche, per noi contribuenti. Che ottimo affare per chi lo ha comprato. Poi però rimase a lungo vuoto, in anni di sfratti che sono andati a favorire il panorama che oggi abbiamo di fronte: le case un tempo abitate da famiglie, anziani che ci vivevano da tutta la vita, sono diventate alberghi, bed and breakfast, vince la logica del profitto.
Del resto, erano proprietà private, no? Pazienza se la Costituzione dice, articolo 42, che “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge allo scopo di assicurarne la funzione sociale”. La speculazione immobiliare non è una funzione sociale, no, ma chi vuoi che tocchi la proprietà privata quando governa la destra? Ma anche quando governa la sinistra, che l’elettorato è materia volatile e diciamo che sulle funzioni sociali negli ultimi vent’anni non siamo andati benissimo. La responsabilità del successo delle destre è in larga parte da ascrivere al fatto che la sinistra non ha offerto un’alternativa credibile. Comunque.
Si parla qui di SpinTimeLabs, per chi ha seguito le cronache. Edificio in via Santa Croce in Gerusalemme, indirizzo più evocativo non poteva esserci, in cui da tredici anni, appunto, una comunità di quattrocento persone arrivate da ogni luogo del mondo ha creato un modello di convivenza che funziona, come dice il premio Nobel Giorgio Parisi, “una società che funziona” alternativa all’altra, quello dei fondi di investimento e in generale del mondo fuori.
Sgombrare il campo subito: questa non è una difesa di chi sovverte le regole perché le regole, in generale, è bene rispettarle. Le regole si cambiano quando sono sbagliate, siano regole del sovrano o dello Stato, attraverso il dissenso democratico e certo, sì, talvolta con la rivolta: se così non fosse saremmo ancora alla legge del taglione, al rogo degli eretici, al delitto d’onore. Ma mentre ci sono, in democrazia si rispettano. Quindi capisco chi dice: gli occupanti hanno agito nell’illegalità. È vero. Ma è anche vero che hanno agito senza danneggiare nessuno, quell’edificio era abbandonato, e nel quadro di un sistema profondamente ingiusto, contrario al dettato costituzionale e corrotto. Hanno mostrato un’altra via possibile, l’hanno incarnata. Dunque riprendo il tema dell’articolo di esordio di Francesca Mannocchi (leggi dopo) su questo giornale: dipingere chi transita da un paese all’altro come invasore o vittima è soluzione semplice a un problema complesso, nel tempo triste e povero in cui tutti siamo chiamati a mettere un pollice. Dire che sono invasori giova alla destra, vengono a rubarci il lavoro la sicurezza le case, dire che sono vittime e perciò difenderle è la posizione in cui si è chiusa nell’angolo, da anni, la sinistra. Non sono né solo vittime né invasori, i quattrocento accampati per strada da ormai quasi dieci giorni che difendono il luogo dove vivono. Sono persone, come tali rispondono alle categorie generali di ogni persona: può esserci tra loro chi ti piace e chi no, chi ti appassiona e chi non ti interessa, chi ti irrita, chi ti entusiasma. Come in ufficio, come in famiglia, come ovunque.
Però c’è qualcosa, qui, di più grande. Qualcosa che riguarda il nostro senso di impotenza rispetto alle enormi ingiustizie di cui siamo testimoni. Non tutti possiamo imbarcarci sulla Flotilla, non tutti possiamo andare in Ucraina. Scrivere appelli sì, possiamo ma si sa quanto poco contano e partire, invece: lo abbiamo fatto da giovani, oggi abbiamo il cuore fragile e male alle ginocchia, è difficile. Scendere sotto casa però si può fare, le giunture sopportano, e credo che la straordinaria mobilitazione per SpinTimeLab dica anche questo, non solo ma anche: è una parte per il tutto. Un simbolo. È il desiderio di stare dove un altro mondo è possibile, difenderlo dai fabbricanti di paure. Al supermarket della signora Meloni e dei suoi amici nel mondo possiamo opporre questo: un gesto forse minimo, ma un dissenso. Il sindaco di Roma ha fatto la sua mossa, una proposta di acquisto, gli hanno detto di no. Ovviamente. Si può fare di più, sindaco, coraggio. Si può espropriare, ricorrere, far valere un’altra idea. Guardi quanta gente è qui, quanto resta della sinistra. Un piccolo lembo di terra, solo un pezzo di strada, ma non ce ne possiamo andare. Tutto sarà perduto, altrimenti.
***
da la Repubblica
09 AGOSTO 2026
Tutti invasori o disperati:
i falsi miti sui migranti che accecano la politica
di Francesca Mannocchi
Oscilliamo tra la minaccia da respingere e la vittima da salvare: nel mezzo resta invisibile la persona, che viene disumanizzata. Il movimento non è un incidente dal quale difendersi, ma una forma con cui la storia continua a prodursi
Quello che accade a Ceuta in queste settimane ci rimette davanti a un problema antico: il modo in cui la narrazione europea sulla migrazione genera due figure opposte, che assolvono alla stessa funzione — impedirci di riconoscere nelle persone migranti delle persone.
Da giorni le immagini si somigliano tutte. Migliaia di corpi in acqua tra la costa marocchina e l’exclave spagnola, ragazzi che nuotano verso una città europea in Africa, i soldati sulla spiaggia, le camionette che riportano al confine chi è entrato, le ottanta salme in fila in un hangar. E da giorni, con la stessa puntualità, il discorso pubblico europeo lavora a trasformare quei corpi in argomenti, con un repertorio noto, molto collaudato negli anni, e dunque immediatamente disponibile. Da un lato l’invasore: colui che arriva per sottrarre qualcosa — lavoro, sicurezza, identità, risorse — protagonista di un assalto orchestrato e strumento di una potenza straniera, dunque minaccia da respingere. Dall’altro la vittima assoluta: un essere umano mosso soltanto dalla fame, dalla guerra, dalla disperazione, privo di desideri e di volontà, un corpo da compatire. La prima figura criminalizza la capacità di agire. La seconda la cancella.
In entrambi i casi il migrante smette di essere una persona complessa, una persona come noi, e diventa una funzione del nostro discorso politico che serve alla destra per organizzare la paura e a una parte della sinistra, costretta ormai da anni a giocare in difesa sul tema migratorio, per dimostrare che chi arriva possiede ragioni sufficientemente dolorose da meritare di essere accolto.
Paura e compassione producono immagini apparentemente opposte ma condividono la stessa semplificazione: hanno bisogno di un migrante senza ambivalenze.
La vittima, per essere accolta nel racconto, deve essere perfetta, deve avere sofferto abbastanza, deve essere partita per una ragione che noi consideriamo legittima, deve avere un passato irreprensibile, deve dimostrare gratitudine, deve desiderare una vita modesta, deve restare dentro il perimetro morale che abbiamo costruito per lei; appena manifesta ambizione, desiderio di vita migliore, di consumo, di riconoscimento, di libertà personale, la sua innocenza viene messa in discussione. È una forma sottile di disumanizzazione, ma è comunque disumanizzazione.
I ragazzi che a fine luglio si sono gettati in acqua verso Ceuta rendono visibile proprio ciò che il nostro racconto della migrazione fatica a contemplare: si può partire perché si fugge da una condizione insostenibile e si può partire perché si desidera una vita diversa, perché quella che si ha non basta più, perché altrove si immaginano possibilità che il luogo in cui si è nati non sembra poter offrire. Molti hanno vent’anni, hanno un telefono, hanno letto una convocazione rimbalzata sui social, hanno valutato un rischio e hanno deciso di correrlo. Vengono da un Paese che non è in guerra e che l’Europa considera insieme partner, alleato e presidio esterno dei propri confini. Proprio per questo Ceuta pone una questione che precede persino quella morale e riguarda la capacità politica di governare le migrazioni.
Da decenni continuiamo a parlare di migrazione attraverso il lessico dell’eccezione, come se ogni movimento fosse una crisi improvvisa alla quale rispondere, ogni frontiera attraversata l’inizio di un’emergenza, ogni aumento degli arrivi la prova di un sistema che ha smesso di funzionare. Eppure ciò che chiamiamo emergenza è ormai una condizione permanente, prodotta da diseguaglianze, guerre e crisi climatiche, trasformazioni del mercato del lavoro, instabilità politiche, reti transnazionali e, insieme a tutto questo, dall’aspirazione antichissima degli esseri umani a spostarsi verso luoghi nei quali immaginano di poter vivere meglio.
Continuare a distinguere le migrazioni attraverso una gerarchia morale delle ragioni che le producono impedisce di vedere questa complessità. Abbiamo costruito un sistema nel quale la sofferenza rende il movimento comprensibile e il desiderio lo rende sospetto, come se la necessità appartenesse alla politica e l’aspirazione individuale ne fosse una deviazione. Governare la mobilità richiede esattamente il contrario: riconoscere che cause diverse producono movimenti diversi, che protezione internazionale, migrazione economica, ricongiungimenti familiari, mobilità per studio o lavoro chiedono strumenti differenti e che nessuna politica dei confini può essere efficace se pretende di ridurre a un’unica categoria ciò che accade prima che una persona raggiunga quel confine.
La questione riguarda allora anche il significato che siamo disposti ad attribuire alla libertà di movimento.
È forse questa la domanda più difficile che Ceuta consegna all’Europa. Non soltanto quanti confini possiamo controllare, quante persone possiamo accogliere, quali accordi possiamo stipulare con i Paesi di origine e di transito, quali strumenti possano rendere i movimenti ordinati e governabili. La domanda precedente è quale idea di essere umano stia prendendo forma dentro le politiche con cui decidiamo chi può muoversi, per quali ragioni e a quali condizioni.
Finché continueremo a chiedere alle persone migranti di essere qualcosa di diverso da ciò che riconosciamo come umano in noi stessi, continueremo a oscillare tra le stesse due immagini: la minaccia da respingere e la vittima da salvare. In mezzo rimarrà invisibile la persona, con la sua storia e i suoi errori, la necessità e il desiderio, il calcolo e l’incoscienza, ciò da cui fugge e ciò verso cui vuole andare. È in quello spazio che dovrebbe cominciare una politica europea della migrazione capace finalmente di chiamare il movimento con il suo nome: non un incidente della storia dal quale difendersi, ma una delle forme attraverso cui la storia umana continua a prodursi.
Commenti Recenti