
da la Repubblica
09 FEBBRAIO 2026
L’Italia di Gobetti resta
quell’idea che abbiamo noi
di Gustavo Zagrebelsky
L’antifascismo come stella polare. La lotta politica senza compromessi. Il rigore della riflessione. E un progetto morale a lunga scadenza. La lezione del martire del regime morto il 16 febbraio di cento anni fa
Aveva 17 anni, l’età in cui voi non so ma io certamente ancora non mi ponevo come problema il mondo in cui vivevo, quando Piero Gobetti nel primo numero di Energie Nove (novembre 1918), enunciava un «programma ideale vibrante nei cuori nostri». Scriveva: «Vorremmo portare una fresca onda di spiritualità nella gretta cultura d’oggi, suscitare movimenti nuovi d’idee, recare alla società, alla patria, le aspirazioni e il pensiero nostro di giovani… A chi ci ricordi difficoltà e momento inopportuno, rispondiamo che non c’è mai momento inopportuno per lavorare seriamente… Gli ostacoli si superano: esistono solo in quanto si superino… Senza il dolce fascino delle difficoltà … non avremmo forse neppure tentato ciò che tentiamo».
Sette anni dopo, prossimo alla morte, nella Lettera a Parigi dell’ottobre 1925, considerata una sorta di testamento spirituale, pubblicata sull’ultimo numero di Rivoluzione Liberale (sequestrato dal regime fascista l’11 novembre), dopo avere accennato ai «fatti di Firenze del 4 ottobre» (un manipolo armato aveva ucciso, ferito e devastato le case di noti antifascisti), scrive di non coltivare «rosee speranze» e di non credere che il fascismo si abbatta con le astuzie parlamentari o con i colpi di mano. Parla di «amore per l’Italia con orgoglio di europei e con l’austera passione dell’esule in patria per capire con quale serena tristezza e inesorabile volontà di sacrificio noi viviamo nella presente realtà fascista sicuri di non cedere e indifferenti a qualunque specie di consolazione».
Parole che potrebbero sembrare retoriche se non fosse che proprio quel numero della sua Rivista fu l’ultimo. Egli, indebolito nel fisico e colpito dalla violenza squadrista, il 3 febbraio 1926 avrebbe cercato riparo a Parigi. Contava di continuare la sua opera di scrittore ed editore da un luogo dove si respirava ancora aria di libertà. Pochi giorni dopo vi morì, quasi in solitudine, lontano da Torino e dall’Italia. Esule davvero doveva sentirsi quando lasciò senza conoscenza del futuro la moglie Ada, che ne mantenne viva e operosa la sua eredità antifascista col nome partigiano di Ulisse, e il figlio neonato Paolo che, quando diciottenne venne il suo momento, non tradì l’impegno militante lasciatogli dal padre. Per l’ultima volta, quel giorno, vide la sua città dai vetri della «botte di ferro traballante» che, nella neve, s’allontanava dalla terra sua e dei suoi avi, incatenati «in un destino di sofferenza e umiltà». Quella terra «fu la loro ultima tenerezza e debolezza». E anche la sua, evocata nel momento in cui doveva andarsene senza ritorno. Osserva: «non si può essere “spaesati”». Infatti, non poté esserlo che per pochissimi giorni.
Dal novembre 1918 al febbraio 1926 è poco più di sette anni, di cui due passati “sotto le armi”, un tempo che fu per lui occasione per fare scuola anche lì, a vantaggio di commilitoni, soldati e ufficiali. Era un momento storico che Gobetti stesso definisce “solenne”. L’Italia, nelle sue componenti intellettuali, s’interrogava sulla propria identità, sul proprio carattere. In generale, il bilancio era negativo, molto negativo. Gobetti, in ogni occasione propizia, si esprime in questi o analoghi termini, talora ironicamente come nel passo seguente: «Il fascismo ha una grave colpa: è ancora troppo poco intransigente, troppo serio per gli italiani… Invece gli italiani hanno una giusta stima del proprio ingegno e della propria versatilità e sorridono all’idea di essere sinceri ed onesti. Piacevoli maestri di trasformismo, ideatori fecondissimi di varie combinazioni personali, sanno esattamente quanto le astuzie e i giochetti riescano più pratici e accessibili che le noiose intransigenze». Questa diagnosi non era appannaggio di una sola parte politica o intellettuale. Era diffusa: Italietta, gretto individualismo, mancanza di spirito nazionale, egoismi, plutocrazia, astuzie parlamentaristiche, inaffidabilità nei rapporti internazionali, illegalismo diffuso a tutti i livelli, cortigianeria, “giolittismo” come sintesi.
In questo genere di giudizi sullo «stato presente dei costumi degli italiani», con le ovvie sfumature sulle diagnosi storiche, convergeva larga parte del mondo intellettuale del momento. C’erano eccezioni, per esempio quella dei borghesi “liberali risorgimentali” che si ostinavano a vedere piuttosto un percorso di modernizzazione ancora da compiere nella continuità, o quella dei cattolici che deploravano la crisi d’influenza della Chiesa nella vita politica nazionale. La posizione di Gobetti era diversa e si riassumeva nel celebre giudizio del fascismo come “autobiografia della nazione”. Ciò ch’egli scriveva nel 1918, inaugurando Energie nove, poteva essere fatto proprio da un’ampia schiera di intellettuali del tempo, che tuttavia successivamente seguirono ondeggiando vie diverse e tradirono le convinzioni iniziali aderendo al fascismo o dichiarandosi né fascisti né antifascisti, oppure anti-antifascisti, confermando i “costumi” che loro stessi all’inizio avevano deplorato. Si sarebbero trovati su parti avverse delle barricate nella lotta politica e intellettuale: Giovanni Ansaldo, Giovanni Papini, Curzio Malaparte, Aldo Palazzeschi, per fare qualche nome solo di alcuni letterati, a parte i Carrà, Boccioni, Marinetti che respiravano la stessa atmosfera. Alcuni di loro, come Giuseppe Prezzolini, il capofila degli “ápoti”, avevano perfino trovato ospitalità sulle pagine edite da Gobetti e poi s’erano appartati o confusi col fascismo per sentirsi vivi, non esclusi dal corso della storia. Cosi, nel dicembre del 1922, in evidente polemica con Gobetti, Prezzolini scriveva: «Oggi non mi pare ci siano che due decisioni: o entrare nella storia lavorando con questo movimento che si chiama fascismo, sopportare l’orrore dei suoi procedimenti, la volgarità delle sue persone, la grossolanità delle sue idee, pur di sentirsi vivi ed attori in qualche cosa di potente – oppure in disparte a preparare la generazione nuova, da qui a venti o venticinque anni, o meglio dei piccoli nuclei di essi». Nel ’23, sempre Prezzolini chiarisce: «Io ho scarsa stima del mio paese. Anche le offese alla libertà, se mi turbano, sento che in fondo sono meritate da un popolo che ama esser bastonato, e forse ha ancora bisogno del bastone per andare avanti». Riconosce lui stesso trattarsi di «una posizione un pochino vigliacca» e si attira l’ironia non solo di Gobetti, ma anche di Gramsci.
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Nella vastissima riflessione “storica” o “storiografica”, come Gobetti più volte definì ciò che stava compiendo, non troveremmo qualcosa come un programma politico attorno al quale mobilitare un partito o un movimento politico autonomo. Anche dopo il delitto Matteotti e il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, quando il regime fascista mostrò senza veli la sua natura e chiuse per sempre alle forze d’opposizione ogni prospettiva legalitaria, e si sarebbe imposta la necessità di un’azione comune di resistenza, Gobetti dopo aver rivendicato la primogenitura fin dal ’22 della proposta di “fronte unico” che chiamasse a raccolta l’antifascismo dovunque se ne trovasse traccia, scrive soltanto che «bisogna lavorare con spirito di lealtà a superare [le] divisioni… L’importante è non farsi illusioni e sapere che si lavora a lunga scadenza per una lotta politica più seria e dignitosa. Intanto il compito di Rivoluzione liberale noi lo vediamo in questo: creare tra i giovani di tutti indistintamente i partiti di massa che si oppongono al fascismo un’atmosfera di lealtà critica e una comune volontà di lotta, senza preoccupazioni parlamentari e senza possibilità di compromessi».
Era questo un programma politico nel senso d’un partito o d’un movimento politico? Qualcuno lo considererebbe solo una speranza consolatoria di chi si sente, più che politico, profeta, anzi “profeta disarmato”. Ma sbaglierebbe, perché questo programma era basato sulla ferrea fiducia che la storia nel tempo lungo avrebbe separato le buone ragioni da quelle cattive. In questo progetto, morale e politico a lunga scadenza, Gobetti si assunse il compito essenzialmente dell’educatore che sa che la sua opera è fatta per valere, per così dire, fuori del tempo e quindi per tutti i tempi, i tempi in cui si avverta l’insoddisfazione d’un presente opprimente e il bisogno di un futuro liberatorio. A un politico è giusto chiedere conto dei suoi successi e dei suoi fallimenti storici; non a un educatore.
Se noi a distanza di cent’anni dalla sua morte leggiamo ancora le sue pagine, ne avvertiamo la forza morale, riconosciamo non il successo o l’insuccesso, ma la coraggiosa vitalità. La sua morte nemmeno venticinquenne, fuor di retorica, indubbiamente assomiglia a quella di un martire che rende testimonianza della sua fede e della sua coerenza. I “risultati” non sono ciò che si deve cercare, ha scritto Norberto Bobbio, ricordandolo tra i propri maestri, tra “i suoi maggiori”. Piuttosto, ha senso interrogarci per chiedere se dell’etica politica di cui Gobetti è stato testimone si abbia bisogno anche ancora oggi. Il rigore della riflessione e il non abbandono alle romanticherie furono il costume e il nucleo spirituale del «fanciullo forte puro e vincitore». L’impeccabilmente rappresentazione è il celebre ritratto a penna che Felice Casorati gli dedicò: la mano sinistra sul petto in gesto di ritegno e rettitudine ma anche di interiore coraggio, un libro aperto su altri libri a loro volta aperti sul tavolo davanti a lui e lo spazio sul fondo disegnato da linee e angoli senza incrinature. Una sintesi perfetta di cultura antiretorica, al nocciolo, naturalmente contraria alle infatuazioni roboanti e alle ubriacature nazionaliste di cui si nutrì il suo tempo (solo “quel” tempo?), al quale egli si oppose.
Per l’anniversario di Piero Gobetti è nato anche un Comitato nazionale per le celebrazioni, presieduto da Gustavo Zagrebelsky che terrà la lectio magistralis all’evento di inaugurazione, il 16 febbraio al Teatro Carignano di Torino. Questo testo è un estratto del suo intervento
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da la Repubblica
10 FEBBRAIO 2026
Il manifesto per la libertà di Piero Gobetti
non è sconfitto
di Roberto Saviano
È una radiografia morale dell’Italia e, soprattutto, è una dichiarazione di solitudine. Di chi vede prima, di chi capisce quando altri preferiscono non capire, e per questo paga prima
Piero Gobetti non scriveva per convincere. Scriveva per spingere a prendere posizione. Per sottrarre il lettore alla comoda illusione della neutralità, per rendere evidente che, quando la storia accelera, non esistono zone franche. Esistono solo scelte. E le scelte non chiedono consenso astratto, ma corpi, esposizione, rischio. Non soltanto idee. Il Manifesto non è un testo programmatico nel senso tradizionale. Non propone un modello da applicare né una soluzione pronta. È un atto di accusa. Una radiografia morale dell’Italia. Ed è, soprattutto, una dichiarazione di solitudine: la solitudine di chi vede prima, di chi capisce quando altri preferiscono non capire, e per questo paga prima.
Gobetti aveva compreso ciò che molti, ancora oggi, faticano ad accettare: il comunismo e il capitalismo, così come si erano storicamente realizzati, erano entrambi insufficienti. Il primo perché, nel nome dell’eguaglianza, finiva per sacrificare la libertà, riducendola a variabile secondaria, a promessa rinviabile. Il secondo perché trasformava la libertà in privilegio, accettando che l’ingiustizia fosse il prezzo inevitabile dell’efficienza.
In entrambi i casi, trattandosi di percorsi definiti, granitici, dai cui binari era impossibile deragliare, fosse anche per aggiustare il tiro, ciò che veniva meno non era un dettaglio teorico, ma il cuore stesso della democrazia: da un lato quella che noi oggi definiamo l’accountability, ovvero l’obbligo, da parte di chi detiene il potere, di rendere conto delle proprie azioni. Dall’altro, e strettamente connesso a questo, la responsabilità morale del cittadino.
Gobetti non cercava una sintesi ideologica, né una terza via rassicurante. Cercava una tensione morale permanente. Voleva tenere insieme ciò che entrambi i sistemi avevano tradito: la giustizia sociale senza servitù, la libertà senza sfruttamento. Per questo rifiutava i dogmi. E per questo restava solo. La sua rivoluzione liberale non ha nulla di pacificato. Non è riformismo, non è compromesso, non è mediazione. È rottura. È l’idea che una società possa dirsi davvero libera solo se accetta il conflitto come condizione vitale, se riconosce il dissenso come energia e non come disturbo.
Gobetti sapeva che senza conflitto non c’è progresso, ma solo amministrazione del presente. Amministrazione pavida e, inevitabilmente, inefficiente. Nel Manifesto ci sono le premesse della sua interpretazione del fascismo che non è una deviazione improvvisa o un incidente della storia ma la forma politica dell’illegalità diventata sistema. Il fascismo non distrugge lo Stato: lo svuota. Non abolisce le leggi: le piega. Non cancella le istituzioni: le occupa. Vive di violenza preventiva, di intimidazione quotidiana, di consenso costruito sulla paura. Non chiede adesione consapevole, ma assuefazione. Non pretende convinzione, ma silenzio. È in questo senso che Gobetti arriva a una delle definizioni più spietate e ancora oggi più attuali del fascismo: «il fascismo è l’autobiografia della nazione».
Oggi, in un tempo dominato da slogan, semplificazioni e identità urlate, il Manifesto resta un antidoto. Non invita a scegliere una bandiera, ma a esercitare il giudizio. Non chiede una semplice adesione, ma maturità. Ricorda che la democrazia non muore solo per colpi di Stato, ma anche quando smettiamo di accettare la complessità e deleghiamo ad altri il lavoro faticoso della costruzione della libertà, immaginando che sia qualcosa di facile da ottenere. Gobetti muore giovane perché il suo corpo non regge ciò che la sua mente aveva già compreso. Ma il suo pensiero resta. Non come monumento, bensì come criterio. Finché continuerà a inquietare, significherà che non è stato sconfitto.
Il libro
Manifesto di Piero Gobetti a cura di Pietro Polito e Pina Impagliazzo
(n.18, Collana Gobettiana, pagg. 146, euro 14). Esce il 20 febbraio
Il testo che pubblichiamo è una sintesi dell’introduzione di Saviano
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da la Repubblica
20 APRILE 2023
Piero Gobetti,
la giovinezza dell’antifascismo

di Paolo Di Paolo
Quando fonda “La rivoluzione liberale” ha solo 21 anni. È la rivista in cui convergono tutte le sue critiche al regime di Mussolini. E dove trovano casa le istanze del mondo operaio e le idee illuministe
Il rumore del vecchio ordine che crolla può essere un boato o uno scricchiolio. Può essere anche simile a un fruscio di carta di giornale. Piero Gobetti non ha ancora compiuto ventun anni, quando fonda – il 12 febbraio del 1922 – La Rivoluzione Liberale. È un dato anagrafico che vale sempre la pena di ricordare. Era nato a inizio secolo, nel 1901, da Giovanni Battista e Angela, titolari di una drogheria in via XX Settembre, a Torino. In casa i libri sono pochi, c’è una enciclopedia per famiglie, il Melzi, che l’adolescente Piero annota, postilla, corregge: “L’unica enciclopedia per imparare tutto sbagliato”. Si farà notare all’università come studente di Legge alla cattedra di Economia politica di Luigi Einaudi. Segue da uditore le lezioni di letteratura. Si laurea sulla filosofia politica di Vittorio Alfieri, la cui opera – letta precocemente – lo segna nel profondo.
La parola “rivoluzione” è massiccia, ingombrante, solenne. L’aggettivo “liberale” la stempera e a un tempo la rende paradossale. Dietro c’è molto: la polemica con il Risorgimento italiano. La fascinazione confusa per l’esperienza russa del ’17. La fiducia nelle spinte operaiste: “Qui siamo in piena rivoluzione. Io seguo con simpatia gli sforzi degli operai che realmente costruiscono un mondo nuovo. Non sento in me per ragioni speciali che tu sai la forza di seguirli nell’opera loro, almeno per ora. Ma mi par di vedere che a poco a poco si chiarisca e si imposti la più grande battaglia ideale del secolo. Allora il mio posto sarebbe necessariamente dalla parte che ha più religiosità e volontà di sacrificio. La rivoluzione oggi si pone in tutto il suo carattere religioso”. E ancora: la lucida sequenza di obiezioni poste a quella del fascismo delle origini. “Restare politici nel tramonto della politica”.
Il cantiere politico del giovane torinese è affollato di questioni. E di “un’altra rivoluzione” parla proprio nel ’22, subito dopo la marcia su Roma, e la immagina intanto come un’opposizione radicale al “trionfo della facilità, della fiducia, dell’ottimismo, dell’entusiasmo” incarnati torvamente dal primo Mussolini. Il clima generale è quello raccontato da un romanzo di Giuseppe Antonio Borgese, Rubè, che ha per protagonista un giovane avvocato meridionale. Arruolatosi infiammato dalla propaganda marinettiana, esce dall’esperienza del fronte stravolto e depresso. Tentato dai socialisti e subito dopo dalle camicie nere, il “glorioso combattente” intende fare la sua rivoluzione, ma inciampa di continuo nelle illusioni e nelle ambizioni sbagliate. La sua agitazione, il suo nervosismo sono quelli di un’intera generazione. Vuole fidarsi della pace, della Vittoria, così come si era fidato della guerra (“l’ho fatta, perché ero malcontento e cercavo aria”). Si commuove per la strada ascoltando un mutilato di guerra suonare una vecchia canzone. “Avrebbe davvero gridato se avesse potuto. Avrebbe mostrato i pugni al cielo”.
Ma la sua rivoluzione è un atto mancato. La rivoluzione intransigente di Gobetti pare essere anzitutto un esercizio spirituale, personale prima che collettivo: “Mistiche palingenesi non avvengono. Né la rivoluzione è tutta un erompere di energie. La rivoluzione non si fa in un giorno, o se si fa è una cosa ridicola. Conta per i sacrifici che ne costarono tutti i passi”. È impressionante la quantità di problemi – tuttora al centro del dibattito internazionale – che Gobetti pone nel suo frenetico attivismo intellettuale. I limiti e i vantaggi del sistema parlamentare. I modi attraverso cui la volontà collettiva può farsi governo. Le strade della lotta politica. La crisi dei partiti. La formazione delle élite, la dialettica che esse sono in grado (o non sono in grado) di animare con le masse popolari; il loro, delle élite, farsi portatrici di una rivoluzione come “movimento culturale, tendenzialmente pacifico”. Pur con i limiti di un rapporto con le masse “più sentimentale che reale” (tipico però di larghissima parte dell’intellighenzia novecentesca e odierna), Gobetti lascia in eredità domande decisive sul rapporto fra libertà e uguaglianza, sulla politica come forma di educazione, sulla “difesa, l’affermazione, l’esaltazione degli spazi di autonomia dell’individuo”.

Piero Gobetti con la moglie nel giorno del matrimonio
Quando parla, nel ’23, di “iniziazione laica per la religione della dignità” ci mette di fronte una iniziazione inesauribile, e nei fatti mai davvero compiuta. Illuminante in questo senso il passaggio in cui si chiarisce, a scanso di equivoci politici, la radice di “liberale” come “liberantesi”, “che si libera”. E questo “liberarsi” passa prima di tutto per una vita: la singola, irripetibile, troppo breve e intensissima vita di Gobetti. Piero che esce dal Regio di Torino dopo aver visto il Rigoletto e pensa a Ada e corre a casa per scriverle. Piero che regala ad Ada lo spartito del Parsifal di Wagner ma poi più avanti la costringe ad allontanarsi dalla sua vocazione musicale. “In genere prevaleva in me il senso dell’avventura umana” scrive Piero di sé stesso: radiografo di stati d’animo, quando si tratta di contribuire alla critica di sé, con uno stile nervoso, spezzato, lirico. Impareggiabile ritrattista quando si cerca negli altri: nell’energia “eccessiva” di Giacomo Matteotti, nel suo non essere capito, nel suo destino; in Rosa Luxemburg, in quella “esuberanza di giovinetta”.
Con il delitto Matteotti, l’opposizione di Gobetti al fascismo si fa ancora più radicale. Tra i primi osservatori critici di Mussolini, Gobetti ne diventa via via critico incalzante e profetico. Coglie per tempo nel fascismo le componenti retoriche, demagogiche, oligarchiche, l’uso politico della violenza. Lo definisce, con impressionante lungimiranza, “autobiografia della nazione”. “Il fascismo”, scrive addirittura nel ’22, “è una catastrofe, è un’indicazione di infanzia decisiva, perché segna il trionfo della facilità”. Intende combattere a viso aperto, rifiuta “il terreno delle congiure”, si appella costantemente a quegli “uomini nei partiti e fuori dei partiti, gente che non ha ceduto e non cederà”. Mussolini firma – proprio a ridosso del sequestro di Matteotti – un telegramma al prefetto di Torino chiedendo di rendere “impossibile la vita a questo insulso oppositore di governo e del fascismo”.
Da quel momento l’attività intellettuale di Gobetti si complica in modo significativo: la rivista viene spesso sequestrata, la tipografia che la stampa subisce minacce, Gobetti stesso è vittima di agguati anche violenti. La Rivoluzione Liberale è costretta infine – siamo nell’autunno 1925 – a cessare le pubblicazioni per “attività nettamente antinazionale”. Il lavoro continua sulla rivista più letteraria, Il Baretti, che Piero aveva fondato un anno prima; l’invito ai lettori, a questo punto, è di leggere fra le righe, perché parlare apertamente non è più possibile: “La libertà d’opinione è stata soppressa come una rete che viene sradicata: senza possibilità di dialogare sono destinato ad essere sopraffatto. A cosa serve più, ora, fare finta?”.
Il libro
Resistere al fascismo di Piero Gobetti (Garzanti, pagg. 96, euro 5,90). Questo testo è tratto dalla prefazione
Incontro con Paolo Di Paolo e Bruno Quaranta il 28 aprile alle 21, Circolo dei Lettori di Torino
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da la Repubblica
14 MARZO 2024
La biografia:
Giacomo Matteotti visto da Gobetti
di Giancarlo De Cataldo
A cento anni dalla morte del deputato socialista per mano dei fascisti torna in libreria il ritratto che gli dedicò l’intellettuale torinese. Di cui anticipiamo la prefazione
Giacomo Matteotti ha trentanove anni. È segretario del Partito Socialista Unitario. Viene da una famiglia agiata del Polesine. Quando il Parlamento si riunisce per convalidare le elezioni del 1924, trasformate dalla violenza dei Fascisti, già al governo, in un plebiscito, la sua voce si leva forte e affilata per denunciare brogli, intimidazioni, aggressioni.
Matteotti chiede che le elezioni siano invalidate. Mussolini garantisce che resterà al potere anche in caso di sconfitta. Giunta, un altro «camerata», afferma che alle opposizioni deve essere negato il diritto di opporsi. La richiesta di Matteotti viene ovviamente respinta. Qualche giorno dopo, il 10 giugno 1924, una squadraccia comandata dal sicario di regime Amerigo Dumini sequestra Matteotti «per dargli una lezione», secondo la versione processualmente più accreditata. Ma il giovane deputato viene assassinato, colpevole di aver reagito con tutte le sue forze al sequestro. La notizia della scomparsa di Matteotti si diffonde rapidamente.
L’identità dei rapitori è presto nota. Già nelle prime ore nessuno nutre speranze sulla sorte del coraggioso onorevole. Sandro Pertini, che all’epoca ha ventotto anni, scrive di getto al segretario socialista di Savona, Italo Diana Crispi, e gli chiede la tessera del partito: «ho la mano che mi trema, non so se per il grande dolore o per la troppa ira che oggi l’animo mio racchiude.
Non posso più rimanere fuori dal vostro partito, sarebbe vigliaccheria […] ti chiedo di volermi rilasciare la Tessera con la sacra data della scomparsa del povero Matteotti […] la sacra data suonerà sempre per me ammonimento e comando […] raccogliamoci nella memoria del grande Martire attendendo la nostra ora. Solo così vano non sarà tanto sacrificio».
Lo sconvolgimento per i fatti del giugno ’24 non investe soltanto i compagni di fede politica di Matteotti. Il fronte antifascista si mobilita. L’intero Paese è investito da un’ondata di indignazione. Il regime vacilla. È ancora Pertini a ricordarlo, molti anni dopo: «ero a Firenze nei giorni del delitto Matteotti. Mi stavo laureando in Scienze Politiche. Lì veramente bisogna riconoscere che le opposizioni perdettero l’occasione propizia. La gente, al caffè che frequentavo, si era tolta il distintivo del Fascio, c’erano paura, costernazione. Cesare Rossi, più tardi, a Parigi, ci raccontava di essere andato a Palazzo Chigi dopo l’assassinio di Matteotti, di aver preso Mussolini per le spalle gridandogli “sei un vigliacco”, mentre quello si limitava a mormorare “abbiamo perduto tutto”».
Mentre il fronte antifascista riflette sulla migliore strategia da adottare, un altro grande protagonista di quella stagione, Piero Gobetti, compone a tamburo battente una breve, ma densissima, biografia di Giacomo Matteotti. La sua fonte è Aldo Parini, compagno di Matteotti negli anni precedenti. Gobetti non è socialista, ma riconosce in Matteotti l’antifascista intransigente, alieno da ogni compromesso, il combattente duro e, se si vuole, testardo. Capace di sacrificarsi, come il martire descritto da Pertini, per non cedere alla violenza delle camicie nere.
Difficile non cogliere, nella prosa lucida e nello stesso tempo veemente di Gobetti, un esplicito messaggio di unità, una chiamata alla lotta che, purtroppo, i veti incrociati e la nulla lungimiranza dei quadri dirigenti delle opposizioni vanificheranno. Ancora Pertini racconta: «l’opposizione era guidata da Giovanni Amendola, un uomo di una grande rettitudine, che però ripose sempre la sua fiducia nella monarchia. “La monarchia non può non intervenire, al momento opportuno lo farà” […] andarono, quelli dell’Aventino, a Civitavecchia, con Amendola, in attesa del treno reale che veniva da San Rossore. Il treno si ferma a Civitavecchia. Amendola sale, parla con il generale Cittadini, l’aiutante del re, chiede di essere ricevuto dal sovrano. Amendola scende, e dopo qualche minuto ricompare Cittadini: Sua Maestà non intende riceverla».
Accanto al ritratto umano, di commovente intensità (vengono in mente le pagine che a Matteotti ha dedicato di recente Antonio Scurati nel suo magnifico M), Gobetti sembra esaltare qualità tipiche di un uomo politico piuttosto da iscrivere alla schiera dei democratici tout court che non dei socialisti democratici: difensore del Parlamento, moderato e pragmatico nelle scelte economiche, tanto impavido nella lotta quanto distante da ogni estremismo parolaio.
Si potrebbe convenire con l’acuta postfazione di questo volume, laddove Marco Scavino si domanda quanto il Matteotti social-moderato di Gobetti non sia una proiezione, decisamente politica, del giovane intellettuale torinese. La rivalutazione di un socialismo «compatibile» con la necessità della costruzione di un fronte più ampio di contrasto alla dittatura. È un dubbio legittimo, che, se confermato, non sminuirebbe certo la grandezza di Matteotti e dello stesso Gobetti: se quel progetto di unità antifascista si fosse realizzato, la storia d’Italia sarebbe stata profondamente diversa.
Eppure, anni dopo, ancora Sandro Pertini, che al sacrificio di Matteotti non mancò mai di legare direttamente la propria vocazione di politico e combattente antifascista, avrà modo di ricordarne la figura con accenti singolarmente coincidenti con quelli di Gobetti: «borghese per estrazione sociale, Giacomo Matteotti aveva seguito il socialismo per vocazione, sentendo il richiamo potente che esercitava sul suo spirito generoso la lotta per un alto ideale di civiltà e di redenzione delle plebi agricole. Al servizio della causa socialista sono così posti la preparazione giuridica ed il fervore intellettuale che distinguono quest’uomo politico di formazione ideologica e concreta, interamente incentrata sui problemi del mondo del lavoro, del quale avverte di essere il mandatario più responsabile e conseguente […] costante fu la sua esaltazione del Parlamento, cui si meditava di infliggere il colpo mortale […] quando le tenebre della tremenda notte di schiavitù diventarono irrimediabilmente più fitte, Giacomo Matteotti si era sentito sempre più attratto dalla luce non ancora spenta del Parlamento, e in quel bagliore di tramonto ebbe a concludere la sua vita di combattente della libertà.
Non fu un disperato volontario della morte, ma un lucido ed indomabile testimone delle ragioni della sopravvivenza del Parlamento e della libertà: la sua era la voce della razionalità politica sommersa, ma non distrutta, dall’odio irrazionale della massa urlante, da lui profondamente detestata, che aveva carpito nelle sue mani il destino del popolo italiano».
E qui ancora ci si potrebbe chiedere in che misura proprio questo scritto di Gobetti abbia ex post influenzato lo stesso Pertini, determinando così la singolare convergenza di cui sopra. Ma sarebbe, ancora una volta, domanda oziosa: a cent’anni dal ritrovamento dei suoi poveri resti nel bosco della Quartarella, il 10 agosto del 1924, siamo ancora qui a ricordare, con commozione, orgoglio e sdegno, l’intransigente antifascista, il socialista, e, come egli stesso ebbe a dire di sé, l’italiano Giacomo Matteotti. A ricordare, e a trarne esempio per non dimenticare che cosa fu, per il nostro Paese, la dittatura fascista.
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da la Repubblioca
17 FEBBRAIO 2024
Il carteggio di Piero Gobetti,
1765 lettere di resistenza antifascista
di Bruno Quaranta

A scandire l’attesa del centenario della morte dell’alfiere
della rivoluzione liberale il “Carteggio 1924” (Einaudi)
sarà presentato il 20 febbraio al Polo del 900
Verso il maggiore anniversario gobettiano. Nel 1926, sarà un secolo dalla morte a Parigi, esule, di Piero, l’alfiere della “rivoluzione liberale” che l’Italia mai ha conosciuto. A scandirne l’attesa, gli epistolari, fresco di stampa per i tipi di Einaudi, il “Carteggio 1924”, come i precedenti a cura di Ersilia Alessandrone Perona, filologa e storica al massimo grado di colui che sarà definito il Resistente n. 1.
Le 1765 lettere di (e a) Gobetti nell’anno del delitto Matteotti saranno presentate il 20 febbraio, Polo del 900, organizzatore il Centro studi intitolato alla prodigiosa “energia nova”, scomparsa neanche venticinquenne, sepolta al Père Lachaise, non lontano da dove riposarono per qualche tempo i fratelli Rosselli.
Riconduce immediatamente a Gobetti l’intellettuale a cui è dedicata la piazzetta dove sorge il Polo, Franco Antonicelli, che per Scheiwiller, nel 1966, approntò il volumetto “L’editore ideale” di recente ristampato, “pochi fogli frammentari”, da cui “traspare un’unica passione: l’avidità di vincere, la volontà tesa a tutti gli sforzi, al superamento, al dominio di sé, delle cose, alla vittoria”.
Giorno dopo giorno, tra politica e cultura, dall’Aventino all’acuirsi della persecuzione (Mussolini che intima al Prefetto di Torino di “rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore di governo e fascismo”), alla scelta di pubblicare gli “Ossi di seppia” montaliani, Piero Gobetti colloquia con la migliore intelligenza: da Benedetto Croce a Giovanni Amendola, da Gaetano Salvemini a Luigi Sturzo, da Luigi Albertini a Giuseppe Prezzolini.
Non pochi, fra i corrispondenti, gli intellettuali torinesi e piemontesi (e valdostani, come Natalino Sapegno e Alessandro Passerin d’Entreves), alcuni d’adozione. È il caso di Luigi Salvatorelli, natali umbri, condirettore de “la Stampa” di Alfredo Frassati. Giolittiano di stretta osservanza, dopo il delitto Matteotti auspica una rigorosa definizione delle responsabilità, ma non condividendo il radicalismo di Gobetti : “Minacce rivoluzionarie ( ineffettuabili)” si esprimerà 20 giugno. Tanto più censurabili se ispirate dal timore che il regime possa risorgere “attraverso un governo Giolitti, ‘come capo di un ministero delle maggioranza fascista’”.
Non ha tempo, Gobetti, nei mesi in cui patirà l’imbavagliamento della stampa e l’aggressione fascista sotto casa, in via XX Settembre, per fare una gita a Venezia, come gli rimprovera Carlo Levi, in Laguna con Felice Casorati. Avrebbe fornito Casorati, “vedovo e solo” (era da poco scomparso il suo amore giovanile, Mariuccia Gandini), di un “critico autorevole” – gli rammenta l’artista fra i Sei di Torino – e i librai di Venezia di “qualche migliaio di copie del libro di Casorati, vendendone a bizzeffe” (la monografia critica del pittore di Silvana Cenni, da Gobetti pubblicata nel 1923).
Con quelli degli amici, nel carteggio sono nitidi gli inchiostri dei “maggiori” di Gobetti, i maestri dell’Università. A cominciare da Gioele Solari, con cui Piero si laureò discutendo una tesi su Vittorio Alfieri, l’eroe della libertà. Il 27 aprile, ricevuto il saggio sulla lotta politica in Italia “La Rivoluzione liberale”, scriverà all’allievo: “Graditissimo tuo lavoro che riassume il meglio della tua coraggiosa attività intesa a difendere un patrimonio ideale che non può morire. […]. L’avvenire è per chi lotta e soffre per le idee”.
Francesco Ruffini, docente di diritto ecclesiastico, nel carteggio 1924 compare indirettamente, in una lettera a Gobetti del figlio Edoardo (come il padre tra i professori che non giurarono fedeltà al fascismo, perdendo la cattedra): “Avrei nuovamente bisogno per i miei studi di quella edizioncina ridotta del ‘Defensor pacis’ che ti avevo imprestato questa primavera…” (L’opera di Marsilio da Padova in cui si afferma l’autonomia del potere statale da quello religioso, un cardine dell’insegnamento di Francesco Ruffini, di cui Piero editò “Diritti di libertà”).
Non manca, tra i mittenti, Luigi Einaudi, professore di Scienza delle Finanze, il fautore di un’idea liberale irriducibile al “viver quieto e tranquillo”, e dunque comprensivo verso “I pochi giovani innamorati del liberalismo” – i giovani della ‘Rivoluzione liberale’, ndr – che “per disperazione dell’ambiente sordo in cui vivono sono ridotti a fare all’amore con i comunisti dell’’Ordine Nuovo’”.
Il 9 marzo, il futuro presidente della Repubblica non nasconde a Piero una certa ansia: “Avrei ancora bisogno di 6 copie, da inviare a nominativi non contemplati dalla sua lista”. Il riferimento è al libro “Le lotte del lavoro” accolto in catalogo da Piero. Sono le “cronache” per “La Stampa” in cui l’economista delinea la via per dare un tono alla nostra storia futura, l’industriale liberale e il lavoratore liberale che giungono a riconoscere le rispettive sovranità senza l’intervento dello Stato. Gobettianamente: l’incontro fra i ceti dirigenti incompromessi e l’aristocrazia operaia.
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da la Repubblica
07 LUGLIO 2020
Gli ultimi giorni di Piero Gobetti
Un saggio ripercorre in ogni dettaglio, dalle strade agli incontri, le fasi finali della vita del grande intellettuale antifascista
di Paolo Mauri
Nel 1948 la casa editrice De Silva di Torino pubblicò un’antologia della rivista di Piero Gobetti, La Rivoluzione liberale, a cura di Nino Valeri. Era il terzo volume di una collana intitolata a Leone Ginzburg: il secondo volume era Se questo è un uomo di Primo Levi, che divenne celebre molto dopo, in edizione Einaudi. La cronaca diventava storia. A dirigere la De Silva era, come si sa, Franco Antonicelli, testimone prezioso di quegli anni. Sarà ancora lui a mettere insieme, sotto il titolo L’editore ideale, alcuni scritti sparsi di Gobetti , usciti nel ’66 da Scheiwiller. L’ultimo di questi scritti, ritrovato in un taccuino che Gobetti portava con sé a Parigi, fu pubblicato nel 1926 dal Baretti che lo intitolò Commiato. Comincia così: “L’ultima visione di Torino: attraverso la botte di vetro traballante che va nella neve: dominante l’enorme mantello del vetturino (che è l’ultima sua poesia). Saluto nordico al mio cuore di nordico”.
Parte idealmente da qui Le nevi di Gobetti, il suggestivo libro-mosaico che Bruno Quaranta ha dedicato agli ultimi giorni di Piero (Passigli editore), recuperando, come in una ideale moviola, passo dopo passo, il percorso da via Fabro 6, dove abitava, alla Stazione di Porta Nuova dove avrebbe preso il treno per Parigi. Era la terza volta che andava nella capitale francese, ed anche l’ultima, perché lì, distrutto il fisico dalle aggressioni fasciste, sarebbe morto poco dopo, nella stessa clinica dove era ricoverato Giovanni Amendola, anche lui bastonato dalle camicie nere.
A via Fabro, ma al numero 8, aveva abitato Gozzano. Ricostruendo il percorso della “botte di vetro”, corso Siccardi, via Cernaia, piazza Solferino, Quaranta fa parlare i luoghi, evoca incontri, rilegge pensieri di Gobetti. Davanti al teatro Alfieri è inevitabile ricordare il Gobetti critico teatrale dell’Ordine Nuovo di Gramsci.
Umberto Terracini ricordava Piero che arrivava al giornale dopo lo spettacolo e scriveva velocissimo il pezzo, in dieci minuti, un quarto d’ora al massimo. Arrivati al Caffè degli Specchi è giocoforza ricordare la beffa fatta alle camicie nere che lo inseguivano per malmenarlo: si sedette con la moglie ad un tavolino esterno. I fascisti entrarono e spaccarono tutto, ma non degnarono di uno sguardo la coppia al tavolino. A piazza San Carlo, ecco un ricordo di Andrea Viglongo, capocronista dell’Ordine Nuovo e poi editore. Fu lui a presentare Gobetti a Gramsci. “Molti”, racconta Viglongo, “saranno sorpresi sapendo che quando aveva appena vent’anni chiese di acquistare il Chiosco librario di Giusto Conte in piazza San Carlo, il più grande di Torino e che questi si rifiutò di venderlo”. Gobetti aveva sempre avuto un forte interesse per i libri, e aveva anche trattato l’acquisto della Libreria Petrini, senza riuscire a concluderlo. Anche a Parigi pensava di fare l’editore.
La “botte di vetro” imboccò via Po, la via dell’Università, dove insegnava Francesco Ruffini. Alessandro Galante Garrone ricordò come respinse l’invito a tacere fattogli trovare dai fascisti sul pulpito in aula. “Qui un cane ha lasciato la sua museruola”. Da via Po si entra in piazza Vittorio, dove aveva il suo studio Carlo Levi. Racconta Quaranta: “Il pittore finì di disegnare la copertina di America primo amore mentre i questurini attendevano di condurlo in carcere, il carcere tetro. “Adesso, se permette, dovrei finire la copertina del libro di Soldati… devo spedirlo oggi a Firenze, per la pubblicazione. Intanto, loro possono continuare”, concluse accennando ai poliziotti che stavano frugando dappertutto.
Il viaggio della “sitadina” continua. Quaranta vorrebbe farlo durare ancora e ancora, mentre si affollano le memorie. Ecco di nuovo Levi a ricordare come il giovanissimo Gobetti fosse andato in Liguria in bici e anche al mare, testimone Edmondo Rho, non ammetteva indugi e leggeva e studiava come sempre.
Poi si arriva Porta Nuova. Eccoci al treno, terza classe. Il treno non passò da Genova, come Montale credette di ricordare, ma valicò il confine a Modane. A Parigi Gobetti andò a cena a casa di Francesco Saverio Nitti, ex presidente del consiglio, esule dal 1924 con tutta la famiglia. Piero stava già malissimo e tossì per tutta la sera. Fece visita, in quei giorni anche a Prezzolini, che aveva soprannominato Ponzio Pilato, per il suo atteggiamento ambiguo nei confronti del fascismo. Poi le cose precipitarono e arrivò la fine.
Sulla tomba di Piero al Père-Lachaise vigila ora il Centro di Studi intitolato a Gobetti. E l’eredità di Gobetti? Beh, non è ancora stata spesa e ancora adesso il fascismo visto come autobiografia della nazione ci dice e allarma molto.
Nel ’78 Natalino Sapegno scriveva per questo giornale un articolo in cui ricordava Il Baretti, la rivista che Gobetti poté solo avviare e che gli sopravvisse qualche anno. Sapegno aveva conosciuto Piero quando tutti e due (erano coetanei) concorrendo ad una borsa di studio si erano trovati ad affrontare una prova di greco e avevano consegnato la traduzione dopo appena un quarto d’ora, senza neanche aprire il dizionario. Per Il Baretti, Gobetti aveva chiesto a Sapegno di scrivere l’articolo di apertura, dedicato a Benedetto Croce. Gli aveva dato quindici giorni di tempo. Gobetti stesso firmava l’editoriale intitolato “Illuminismo”, un tema che anche ora, un secolo dopo, è ancora lì, a fare da spartiacque.
Il libro
Le nevi di Gobetti di Bruno Quaranta è edito da Passigli (pagg. 136, euro 16)
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da la Repubblica
23 GENNAIO 2026
Due visioni di Gobetti per non dimenticarlo
di Marta Barone
Il 15 febbraio saranno cent’anni dalla morte di Piero Gobetti, a Parigi. (“Se ho voluto la storia me la son dovuta creare io; se ho voluto capire ho dovuto vivere; il mio gusto si è formato per duro proposito”). Per ricordare questo personaggio strabiliante e difficile vi propongo due visioni, diciamo, laterali. La prima è un documentario che si trova su Youtube, e s’intitola, con asciuttezza decisamente gobettiana, “Racconto interrotto”: è materiale raccolto, vediamo all’inizio, nel corso di trent’anni di ricerca, tra il 1962 e il 1991, da Paolo Gobetti, il figlio critico e regista – che per paradosso sarebbe morto pochi anni dopo, nel 1995. Si tratta di una serie di colloqui con persone che Gobetti l’avevano conosciuto o ne avevano subìto l’immediata influenza: c’è Ada Marchesini Gobetti, naturalmente, anziana e nobile, che racconta di quando adolescenti avevano iniziato a studiare russo insieme; ci sono Antonicelli, Viglongo, Morra, Vinciguerra, Augusto Monti, Passerin D’Entreves, Camilla Ravera, Sandro Pertini, e molti altri, in un’impressionante galleria di volti e voci che lascia addosso una sorta di terribile malinconia (che cosa abbiamo avuto, che cosa abbiamo perduto, quanto tempo è passato…).
Poi c’è un altro documentario, del 1964. S’intitola “Un giovane: Piero Gobetti”. Consulenza musicale: Sergio Liberovici. Si apre con le parole che Gobetti appuntò su un taccuino sulla carrozza che lo portava alla stazione sotto la neve, prima di lasciare Torino. Quelle celebri parole: “Non si può essere spaesati”. Qui Gobetti è ancora raccontato da Ada, da Bobbio, Casorati, Salvemini, e anche da Carlo Levi. Levi appare nella nebbia di piazza Castello, in bianco e nero, si accende un sigaro e comincia a parlare con la sua voce maliosa della “Torino adolescente di allora”, delle “nuove energie che sia affacciavano alla Storia”, mentre percorre i portici e le vie di una città che già adesso sembra remota, tra le fogge delle automobili e i vestiti delle persone, e questa nebbia profonda, di sogno. Racconta dell’incontro da ragazzo con Gobetti, e come abbia insegnato a lui e agli altri il valore dell’autonomia, la forza creativa della libertà, il coraggio senza compromessi. “Ci apparve, sulla soglia della giovinezza, con il suo lume sorridente”. Poi, s’infila nella nebbia, scompare anche lui.
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